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La Zona è un'area geografica che si estende per un raggio di circa 30 km intorno al sito della (ormai ex) Centrale nucleare di Chernobyl. Fu istituita nel maggio del 1986, in seguito al noto disastro che coinvolse il reattore n°4 della Centrale, al fine di organizzare le operazioni di evacuazione della popolazione locale e controllare l'accesso alle aree più esposte alle radiazioni. E' nota anche come "Zona di alienazione", "Zona di interdizione", "Zona di esclusione", "Zona dei 30 Chilometri" o, curiosamente, "Quarta Zona": quest'ultima denominazione deriva dal fatto che essa rappresenta solo una, la più piccola e "pericolosa", delle quattro aree concentriche in cui, per monitorare la situazione, fu suddiviso idealmente il territorio circostante la Centrale nucleare dopo l'incidente. All'epoca del disastro, la Zona ospitava circa 120.000 persone residenti in circa 90 fra paesi e città, di cui Chernobyl e Pripyat rappresentavano centri urbani in rapida espansione: tanto per capirci, solo a Pripyat erano concentrate poco meno di 50.000 persone. Oggi mi risulta che, salvo precise deroghe a discrezione delle autorità competenti (es.: rilievi scientifici per lo studio della sicurezza nucleare, brevi viaggi organizzati da Kiev, attività di manutenzione, escursioni turistiche autorizzate, eccetera), la Zona sia ufficialmente interdetta alla popolazione civile. Persino gli scienziati che studiano sul posto gli effetti delle radiazioni sono ammessi all'area vietata solo con permessi speciali e per uscirne devono spesso sottoporsi a procedure di decontaminazione. All'interno della Zona rimangono ancora numerose infrastrutture industriali, residenziali e di trasporto divenute in gran parte fatiscenti dopo l'abbandono seguito all'incidente e si contano oltre 800 interramenti conosciuti di veicoli contaminati, inclusi mezzi militari, elicotteri, traghetti e chiatte abbandonati in varie aree, compresi alcuni porti fluviali. Un'intero paesino, Kopachi, fu interrato perchè colpito in modo estremamente violento dalle radiazioni liberatesi dal reattore scoperchiato. Ciononostante, la centrale nucleare è stata mantenuta attiva fino al 2001 (ancora oggi è costantemente monitorata), così come la linea ferroviaria che porta dalla stazione di Yanov, vicinissima al sito nucleare, all'esterno della zona protetta, fino a Slavutych e oltre. La flora e la fauna della Zona sono state pesantemente colpite dalla contaminazione radioattiva che ha seguito l'incidente e alcune aree sono rimaste tristemente famose a causa della alterazioni prodotte dalle radiazioni stesse: ne è un emblematico esempio quella che oggi è ormai conosciuta come la Foresta rossa, un bosco che si estendeva per circa 5 km² a nord-ovest della Centrale, così soprannominato perché nei giorni seguenti al disastro gli alberi divennero rossi, probabilmente a causa del massiccio fallout radioattivo. Peraltro, la Zona rimane avvolta da un velo di mistero non solo nell'ambito della tragedia di Chernobyl, le cui responsabilità e implicazioni sono ancora oggetto di discussione, ma anche a causa dell'eredità lasciata dall'ex Unione Sovietica:l'installazione segreta nota come Chernobyl 2 ne è forse l'esempio più inquietante. Lo sciacallaggio, il disboscamento abusivo, le attività dei bracconieri e la salvaguardia del materiale tecnologico e militare abbandonato rimangono problemi attualissimi all'interno della Zona e anche il videogioco S.T.A.L.K.E.R., così come l'omonimo film del 1979 e il romanzo "Picnic sul ciglio della strada" che ha fornito l'ispirazione originale, basa molto della sua ambientazione su alcuni di questi aspetti. Nonostante i controlli delle autorità competenti, i disoccupati delle aree circostanti spesso si introducono nel perimetro della Zona per trafugare materiale inquinato, dall'elettronica ai sedili per il WC, specialmente a Pripyat, tanto che nel 2007 il governo ucraino ha varato una serie di norme amministrative e penali più severe contro le attività illegali entro la Zona stessa e ha rinforzato le unità di Polizia a presidio del territorio. La nuova legge puntò a colpire più duramente soprattutto coloro i quali cercavano di penetrare illegalmente nella Zona a scopo di lucro: per l'asportazione dalla zona contaminata di animali, pesci, frutta, ortaggi e funghi, la pena prevista fu di quattro anni di reclusione, con l'aggiunta di uno supplementare in caso di tentativo di spaccio di tale produzione! Il provvedimento si rese necessario poiché negli ultimi anni molti sono stati i casi registrati nei mercati di Kiev e provincia di commercio di pesci, frutta, ortaggi e funghi radioattivi. Salvo le intrusioni occasionali, l'attuale popolazione della Zona è rappresentata dalle persone che nel 1986 rifiutarono di lasciare le loro case o vi ritornarono illegalmente più tardi. Dopo ripetuti e infruttuosi tentativi di espulsione, le autorità si sono rassegnate alla loro presenza e hanno addirittura permesso il passaggio - in ingresso - di beni ad essi destinati. D'altra parte la popolazione comprende anche vagabondi ed emarginati: alcune di queste persone, chiamate "samosely" ("auto-coloni" oppure "coloro che vivono da soli": il significato del termine sembra essere molto variabile a seconda del contesto nel quale viene impiegato...) dichiarano il loro forte impegno per la natura che li circonda e per lo stile di vita rurale. Di solito essi o negano o sono rassegnati a qualsiasi conseguenza sulla loro salute derivante dal vivere in una zona a così alti livelli di contaminazione. Si tratta di una questione socio-culturale rilevante e ancora priva di qualsiasi soluzione.




La città di Pripyat è forse il "luogo" più importante e tristemente famoso della Zona, almeno per chi si è interessato all'argomento, all'interno della vicenda che coinvolse la centrale nucleare nel 1986.
Pripyat venne costruita per alloggiare le persone, e le rispettive famiglie, che lavoravano presso la centrale stessa. Per allora, e per essere una città dell'ex Unione Sovietica, Pripyat era qualcosa di estremamente moderno, vivibile e confortevole.
Dopo la rapida evacuazione avvenuta nei giorni immediatamente successivi all'esplosione del reattore n° 4 ogni attività di manutenzione cessò e, da un giorno all'altro, Pripyat fu lasciata se stessa. Lentamente, ma con sempre maggior vigore anno dopo anno, la natura si è riappropriata in modo radicale dei propri spazi: oggi le rovine di Pripyat convivono con una fitta e incolta vegetazione, con animali selvatici di ogni genere, con radiazioni sparse a macchia di leopardo per le strade e, soprattutto, all'interno di alcuni edifici. Tutto quel che l'uomo aveva costruito ha perso, giorno dopo giorno, la propria integrità funzionale e strutturale: oggi, ufficialmente, Pripyat è una città deserta e abbandonata, convertita a morbosa attrazione turistica insieme a numerose altre aree presenti nella Zona. Ho dedicato una Sezione a parte per parlare di Pripyat perchè sono rimasto tremendamente affascinato dal passato splendore che la città testimonia, suo malgrado, nella decadenza del proprio presente, oltre che inquietato dagli eventi che l'hanno investita con tale rapidità e violenza da trasformarla, quasi dall'oggi al domani, in una vera e propria città fantasma.




Slavutych è una città dell'estremo Nord dell'Ucraina situata sulla riva sinistra del fiume Dnepr, 40 km in linea d'aria da Chernobyl (circa 50 su strada), 45 da Pripyat e 200 da Kiev. Di per sè, quindi, non è situata nella Zona ma ho deciso ugualmente di presentarla e trattarla in questa Pagina perchè, in realtà, l'unico aspetto che rende Slavutych "esterna" alla Zona è quello geografico: culturalmente, socialmente, economicamente e sotto qualsiasi altro punto di vista, Slavutych è invece un altro capitolo della tragedia di Chernobyl.
Venne infatti costruita poco tempo dopo il disastro appositamente per ospitare gli addetti alla centrale nucleare e le loro famiglie, provenienti in massima parte da una Pripyat evacuata in gran fretta, e ancora oggi la gran parte degli abitanti sono addetti alle infrastrutture della Zona e molti di loro lavorano nel sito dell'ex-reattore con compiti di monitoraggio, manutenzione o ricerca scientifica. Come triste analogia, potremmo definire Slavutych oggi quello che fu Pripyat ieri.
I lavori di costruzione di Slavutych cominciarono nell'ultimo trimestre del 1986 e i primi abitanti vi si stanziarono già entro l'anno, soprattutto sopravvissuti al disastro che abitavano quella che poi diventò "la Zona": fra di loro, circa 8.000, all'epoca, erano bambini. Molti lavorarono nel sito dell'ex-reattore fino alla fine, nel 2000/2001, recandosi regolarmente nella zona sfruttando in particolare la linea ferroviaria che, attraverso una piccola parte del territorio bielorusso, collega direttamente Slavutych all'ex-sito nucleare. Slavutych venne costruita di proposito 50 km ad est dell'impianto, per essere al di fuori della zona più a rischio e in corrispondenza di una ex-stazione ferroviaria chiamata Nerefa, in modo da poter approfittare della linea ferroviaria già esistente e della vicinanza del fiume Dnepr, altra via di comunicazione attraverso cui far arrivare il necessario in città. Si noti come, prima della costruzione, il suolo sia stato ricoperto con uno strato spesso due metri di terra incontaminata.
Fin dall'inizio Slavutych fu progettata per essere una città all'avanguardia: rispetto ad altre città ucraine, Slavutych ha infatti una moderna architettura con periferie gradevoli e lo standard di vita è molto più alto. Tutto sembra ricordare da vicino Pripyat nella prima metà degli anni Ottanta, insomma. Slavutych fu costruita da architetti e manodopera provenienti da 8 delle ex-Repubbliche dell'Unione Sovietica: Lituania, Lettonia, Estonia, Georgia, Azerbaijan, Armenia, Ucraina e Russia. La città risultò così divisa in otto circoscrizioni, ciascuna delle quali con il suo unico stile ed atmosfera; oggi la città conta tredici quartieri, ciascuno con un corrispondente nome di città: Baku, Belgorod, Vilnius, Dobryninsky, Ergeva, Kiev, Leningrado, Mosca, Riga, Tallinn, Tbilisi, Chernigov e Pechersky. Tutti gli asili possiedono una piscina coperta. In più c'è un centro di aggregazione giovanile, un moderno community center, un Internet cafè, numerose strutture sportive, moderne strutture sanitarie e un hotel. Circa l'80% degli appartamenti è stato costruito come case da 4 a 6 piani mentre il rimanente 20% è rappresentato da piccole mono-bifamiliari, alcune indipendenti, altre a schiera.
La popolazione ha un tasso di natalità eccezionalmente alto e di mortalità altrettanto basso, il che è a parer mio sorprendente, considerato tutto quello che Slavutych ha alle (e sulle) spalle: l'età media a Slavutych è perciò la più bassa dell'Ucraina e più di un terzo degli abitanti sono bambini!
Come ho accennato, fra il 2000 e il 2001 le unità della centrale rimaste in funzione dopo l'incidente sono state chiuse e da allora la città deve fronteggiare problemi economici e sociali sempre maggiori, dovuti ad un futuro oltremodo incerto (inizialmente le infrastrutture e le strutture pubbliche vennero pagate perlopiù dalla compagnia che gestiva l'impianto): si consideri che fino ad allora lavoravano nell'impianto 9.000 persone, circa metà della popolazione, mentre dalla completa chiusura questo numero scese a sole 3.000 unità, addette al monitoraggio e alla manutenzione. In più circa l'85% del budget della città è stato finanziato dal gestore dell'impianto. Per sostenere l'ingresso e l'installazione di nuove compagnie, Slavutych è stata dichiarata "Zona Economica Speciale" (regione geografica dotata di una legislazione economica differente rispetto alla legislazione in atto nella nazione di appartenenza). Inoltre il governo sta finanziando programmi di riqualificazione professionale per aumentare le prospettive occupazionali di coloro che hanno perso il lavoro. Nonostante questi sforzi, però, circa 1.500 persone hanno già abbandonato la città, un trend che si prevede non cambierà, almeno nell'immediato futuro. Proprio a Slavutych si è tenuta, il 2 e il 3 marzo 2007, la la Conferenza internazionale "Chernobyl 20 anni dopo" organizzata dal Congresso dei Poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa, in cooperazione con la città di Slavutych e la Fondazione per l’autonomia locale ucraina.

I partecipanti alla conferenza hanno adottato l’"Appello di Slavutych", costituito da cinque principi basilari, i "Principi di Slavutych", diretti a guidare le autorità pubbliche nell’ambito della sicurezza nucleare:

1. Ruolo centrale dei governi
Soltanto una gestione congiunta dei governi e della comunità internazionale può far pensare ad una gestione globale della sicurezza nucleare su scala mondiale. Soltanto i governi possono raccogliere le risorse necessarie alla ricerca scientifica, di fondamentale importanza per una politica di prevenzione a lungo termine.

2. Ruolo fondamentale dei poteri locali e regionali
I poteri locali e regionali devono un ruolo fondamentale congiuntamente al governo centrale, nel coinvolgere i cittadini e proteggere le comunità.

3. Solidarietà di vicinato
La sicurezza nucleare non conosce i confini politici o amministrativi di un paese. Richiede, pertanto, solidarietà di vicinato efficace e cooperazione transfrontaliera, per assicurare che ogni area interessata, indipendentemente dal paese a cui questa appartiene, sia alla pari con le altre.

4. Trasparenza e informazione
L’accesso all’informazione deve essere di ampia portata e permanente.

5. Coinvolgimento e consultazione della popolazione
Le popolazioni direttamente interessate devono essere associate e consultate secondo le procedure proprie di ciascun paese, ivi comprese tutte le forme di consultazione diretta.




Quando si parla del disastro ecologico che ha colpito la Zona o della natura all'interno di essa ci si riferisce implicitamente quasi sempre alla Foresta rossa, un'ampia area boschiva situata a sud-ovest di Pripyat e a ovest della Centrale nucleare, investita con rapidità e violenza dalle radiazioni e dai materiali radioattivi provenienti dal reattore n° 4. Sembra che solo i pini morirono precocemente mentre le betulle e i pioppi sopravvissero (su altri tipi di alberi non sono riuscito a reperire dettagli). D'altra parte l'abbandono quasi completo della Zona da parte dell'uomo e delle sue attività sembra aver sortito, a lungo andare, effetti benefici tali da controbilanciare in qualche modo quelli devastanti delle radiazioni. Addirittura, negli oltre 20 anni dalla tragedia, la vegetazione spontanea è effettivamente cresciuta rigogliosa e, tutto sommato, "sana", al pari della fauna (ciononostante ci sono alcuni casi ben documentati di alterazioni genetiche provocate dalle radiazioni, quali l'albinismo nelle rondini, tanto per citare un singolo esempio fra i più osservati), con la proliferazione e/o il ritorno di lupi, cinghiali selvatici, caprioli, cervi, alci, castori e addirittura di linci e orsi bruni!
Oggi la Zona è quindi considerata da alcuni una sorta di "parco naturale involontario": per proteggere la flora e la fauna e vigilare su di esse sono state preposte unità speciali di guardie forestali ma, viceversa, sono state anche adottate precauzioni finalizzate a proteggere il resto del mondo dalla Zona e dalla minaccia rappresentata da fiumi e laghi per la diffusione di fanghi contaminati durante le piene primaverili (a tal fine è stato allestito un sistema di dighe di contenimento). Oggi nella Foresta rossa si registrano a tratti tassi di radioattività pari a 3500 µR all'ora.

Il Röntgen (R) è l'unità di misura della "dose di esposizione", una grandezza radiologica che si riferisce alle radiazioni elettromagnetiche (X e gamma) e riguarda la loro capacità di causare ionizzazione.

1.000 microrontgen (µR) equivalgono ad 1 millirontgen (mR) e 1000 millirontgen equivalgono ad 1 R.

Un orologio luminoso produce circa 5 mR all'anno; una radiografia produce circa 500 mR; la normale radioattività della pietra è pari a circa 20 µR all'ora; una dose di 500 R è fatale all’uomo nel giro di 5 ore.

Le radiazioni non sembrano tuttavia aver rappresentato, nè rappresentano oggigiorno, un problema significativo per numerosi gruppi di animali selvatici: parlo ad esempio, come ho accennato poco sopra, di cinghiali, volpi, lupi e lepri che, abbandonate le regioni più settentrionali dell’Ucraina, sono "emigrati" spingendosi fino alla Foresta rossa. Qui, paradossalmente, hanno trovato un luogo ideale ove insediarsi, libero dall'influenza e dal controllo dell'uomo: pur essendoci livelli di uranio e plutonio - e di altre sostanze radioattive derivate dalla fissione dell'uranio nella centrale - a tratti ancora elevati, la Foresta rossa è infatti ormai povera di pesticidi, di fumi industriali e, soprattutto, di uomini.
Sembra che nell’area circostante al reattore n°4 basti guardarsi un po’ intorno per scorgere cinghiali e lepri che riposano accanto ai resti delle vecchie fattorie abbandonate dalla popolazione locale! Questa fauna selvatica si spinge periodicamente anche attraverso le strade di Pripyat, indisturbata e tranquilla come se fosse "a casa propria". Purtroppo, le operazioni illecite dei bracconieri sono una realtà ineluttabile ma essa è rivolta prevalentemente a prede giovani, in genere al di sotto dei 3 anni di età, le cui pelli e carni ancora non hanno raggiunto livelli di radioattività preoccupanti. Se un animale selvatico riesce a superare i 3 anni di vita è quindi verosimile che il suo interesse "economico" si azzeri e che possa continuare a vivere "tranquillamente" nella Zona. La fauna locale è stata a lungo e costantemente monitorata dal radiobiologo Serghei Gashkak, da sempre studioso della riserva naturale di Chernobyl.
Secondo i suoi studi, gli animali che vivono già da tempo a Chernobyl si sarebbero ormai adattati alle condizioni ambientali del luogo, mentre quelli via via provenienti da altre regioni soffrirebbero enormemente appena entrano nell’area contaminata attorno al reattore n° 4. D'altra parte Gashkak ha registrato molte mutazioni nel DNA degli animali che vivono da tempo nei pressi del reattore, cosa che invece non è successa ai "neo arrivati", i quali non mostrano significativi cambiamenti fisiologici o riproduttivi. Il fenomeno è probabilmente dovuto al minor tempo di contatto della fauna pioniera con i suoli e l’aria radioattiva del luogo. Altri scienziati locali hanno integrato gli studi di Gashkak, rafforzando prima di tutto la teoria secondo cui le specie sopravvissute hanno sviluppato nel tempo profonde mutazioni nel loro DNA; inoltre in molti hanno osservato che questi organismi altamente mutati non sono mai stati realmente studiati, perché morti troppo precocemente per "cause naturali" (un termine forse improprio...).
In assenza di dati analitici oggettivi è quindi difficile assumere una posizione definita. Rimane il fatto che nella regione contaminata vi è una concentrazione di plutonio pari a circa 100.000 ci/ettaro su una superficie di 900 km². Altro aspetto di cui tener conto è la natura degli "animali" studiati. In particolare, gli insetti - soprattutto cavallette, farfalle, bombi, libellule e ragni - hanno mostrato un rapporto inversamente proporzionale fra esposizione a radiazioni e incremento della propria popolazione. Uno dei più recenti studi, condotto durante l'estate 2008 da A. P. Moeller e T. A. Mousseau, è stato pubblicato su "Biology Letters" della Royal Society inglese. Da un lato, studi di questo tipo mostrano come lo stato della fauna nella Zona sia molto eterogeneo a seconda delle caratteristiche degli animali in oggetto; dall'altro, per lo stretto rapporto che lega insetti e flora, è evidente come l'ecosistema sia ancora lontano da un assetto di equilibrio naturale.

Il Curie (Ci) è l'unità di misura della "attività" (numero di nuclei di tale sostanza che si disintegrano nell’unità di tempo) di una sostanza radioattiva. E' un'unità di misura in qualche modo "obsoleta" in quanto nel Sistema Internazionale è stata sostituita ufficialmente dal Bequerel (Bq).

1 Ci equivale a 37.000.000.000 di disintegrazioni al secondo (dis./sec.) e 1 Bq equivale a 1 dis./sec.

Secondo numerose previsioni, questa concentrazione impedirà il pieno utilizzo del suolo per altri 200.000 anni circa. Tutto questo, alla fin fine, rende ancora più sorprendente il fenomeno naturale che si è verificato e sta proseguendo nella "Foresta rossa" e nei suoi dintorni: il ripopolamento della fauna selvatica ha quasi del miracoloso! L'adattamento della flora, invece, ha recentemente trovato spiegazioni scientifiche:

Ventitrè anni dopo l'incidente alla centrale nucleare di Cernobyl in Ucraina - il peggiore nella storia - gli scienziati elaborano una relazione sul mistero dell'adattamento e della sopravvivenza delle piante nei terreni radioattivi vicino al reattore esploso. La loro ricerca è la prima a provare come la produzione di proteine chiave nelle piante cambiano in risposta ai cambiamenti radioattivi dell’ambiente. Il rilascio del rapporto è previsto per il 5 giugno nell’"ACS Journal of Proteome Research". Martin Hajduch e colleghi (American Chemical Society) notano nel nuovo studio che le piante che crescono nella zona di Chernobyl, dopo il disastro del 26 aprile 1986, riescono a crescere ed adattarsi in qualche modo all’ambiente radioattivo. Ma fino ad ora nessuno sapeva che le modificazioni biochimiche nelle piante rappresentassero l’elemento fondamentale per la funzione di adattamento. I ricercatori hanno scoperto che i semi di soia esposti alle radiazioni producono diversi tipi tipi di proteine dai semi di piante non sottoposte ad esposizione. Le proteine proteggono i semi da un ambiente radio-contaminato. È interessante notare come le piante che crescono in terreni contaminati producano un terzo in più di proteina chiamata betaina aldeide deidrogenasi – nota come essere la stessa proteina del sangue per proteggere il corpo umano dai danni delle radiazioni.

Fonte: PhysOrg.com (tradotto da Progetto Humus, 14 maggio 2009)

Questa notizia si ricollega a quanto riportato da Apcom lo stesso mese:

Germogli di soia, rigogliosi, nei terreni contaminati che si estendono vicino Chernobyl. Peccato però che non si possano mangiare! Annotano le le pagine scientifiche della rivista Wired. Eppure la scoperta di piantine di soia nei pressi della centrale nucleare saltata in aria nel 1986 è giudicata molto interessante dagli scienziati. Se riusciranno a comprendere come fanno a sopravvivere le piante in ambienti di per sé ostili, si potranno realizzare geneticamente piante talmente forti da resistere alla siccità o da crescere su terre poco fertili. I primissimi passi sono già stati fatti, da un team di scienziati slovacchi. "E' molto incoraggiante sapere che esistano piante in grado di adattarsi nell'area in cui è avvenuto l'incidente nucleare più grave del mondo", ha commentato Martin Hajduch, esperto di biotecnologia applicata alle piante, presso la Slovak Academy of Sciences e coautore dello studio, sul Journal of Proteome Research. Il team di Hajduch ha costruito e raccolto semi da un giardino vicino al villaggio di Chistogalovka, a cinque chilometri da quel che resta della centrale nucleare. Gli scienziati hanno analizzato quei semi con ogni sorta di moderna tecnica proteomica, superando precendenti studi condotti in materia. Dopo anni di ricerche effettuati sugli effetti dannosi delle radiazioni sulle piante cresciute in quell'area, questa è la prima volta che qualcuno scatta un'istantanea di tutto l'universo vegetale che cresce a Chernobyl. Gli scienziati slovacchi hanno iniziato con il congelare ciascun seme con liquido nitrogeno, schiacciandolo fino a estrarre un mix di proteine. In seguito, hanno raccolto quelle molecole in un blocco di gel elettrizzato e hanno identificato ciascuna di esse con uno spettrometro di massa. Hanno poi sottoposto allo stesso procedimento piante che crescevano a 100 chilometri dall'area della centrale. Le piante contaminate si modificavano per difendere se stesse, regolando i livelli di decine di proteine in modo da proteggersi da malattie, metalli pesanti e sale. La differenza principale tra le piante nate nell'area dei rifiuti radioattivi e quelle più lontane è stata sorprendente: i livelli di centinaia di proteine, conosciute per la loro abilità di trasportare altre proteine, erano bassissimi. Le piante dunque erano in salute, ma non commestibili.

Fonte: Apcom.net (maggio 2009)



Noto anche come Chernobyl 2, il Duga-3 di cui stiamo parlando è un'(ex)installazione militare sovietica d'acciaio situata in prossimità di Pripyat e della Centrale nucleare di Chernobyl. Qui è segnata l'ubicazione del Duga-3 sulla mappa satellitare relativa ai dintorni della centrale nucleare (per la cronaca, l'immagine ritrae quella che doveva essere l'area in cui sarebbe stato ambientato, nelle intenzioni originarie degli sviluppatori, S.T.A.L.K.E.R. 2). Chernobyl 2 era una vera e propria cittadina, costruita a nord-ovest di Chernobyl sempre nella regione di Polissia, in Ucraina, ma virtualmente impossibile da trovare su una qualsiasi mappa topografica. Sulle mappe era infatti talvolta contrassegnata come un ospedale pediatrico o con una linea tratteggiata di strade forestali ma sempre senza alcun riferimento all'urbanistica e ai vari edifici. Chernobyl 2 era un segreto militare e l'ex Unione Sovietica è riuscita a mantenerla tale per molto tempo. Solo a causa del crollo dell'Unione Sovietica e dell'incidente presso la centrale nucleare di Chernobyl è stato possibile rivelare l'esistenza di questa piccola città militare. Il Duga-3 consiste essenzialmente in un'enorme sistema di antenne impiegato da luglio 1976 a dicembre 1989 presumibilmente come sito anti-missilistico ma oggi ormai in disuso. Lungo circa 900 metri, alto circa 150 metri e ufficialmente disattivato nel 1989, il Duga-3 sembra sia stato impiegato durante la guerra fredda proprio per il rilevamento di eventuali minacce missilistico-balistiche in arrivo. L'enorme antenna era il fulcro attorno al quale lavoravano circa un migliaio di persone e di qui l'esigenza di creare, intorno ad essa, un complesso edile adatto a ospitarle.
Il segnale rilevatore era trasmesso in modo apparentemente molto simile a quello che si sarebbe udito ascoltando un picchio (sì, proprio il volatile!) e di qui deriva il curioso soprannome di "Russian Woodpecker" ("Il picchio russo"), anche a causa dei disturbi che esso generava nelle reti di comunicazione civili persino a grande distanza, senza che ne fosse nota la reale natura (ricordiamoci come, durante gli anni '80, il Duga-3 fosse una struttura militare segreta). "Duga" significa in russo "arco" ed è il nome con cui sono stati battezzati i sistemi radar basati sulla tecnologia OTH (Over-The-Horizon) che l'ex Unione sovietica ha cominciato a studiare negli anni '50: il primo prototipo di questi impianti, Duga-1, fu costruito circa 20 Km a nord-est della città ucraina di Mykolaiv (o Nikolayev), situata circa 65 Km a nord del Mar Nero sulle rive del fiume Buh Meridionale. Ben presto seguito da un secondo prototipo realizzato nella stessa area geografica, Duga-1 si mostrò capace di avvertire lanci missilistici fino a circa 2.500 Km di distanza mentre Duga-2 arrivò addirittura a localizzare i lanci da parte di sottomarini che navigavano nell'Oceano Pacifico.
Dai prototipi si passò ai progetti funzionali veri e propri: ciascun Duga-3 (sembra ne siano stati realizzati due) comprendeva un impianto di ricezione e un impianto di trasmissione situati a circa 60 Km di distanza fra loro.

Seguono le coordinate, così come rintracciabili attraverso strumenti di uso comune quali Google-Earth.
La città di Komsomol'sk-na-Amure si trova nella Regione di Khabarovsh.

  • 51°18'19.06" N - 30°03'57.35" E: a sud di Pripyat (vedi la mappa).
  • 51°38'15.98" N - 30°42'10.41" E: a nord-ovest di Slavutych.
  • 50°53'34.66" N - 136°50'12.38" E: a nord-ovest di Komsomol'sk-na-Amure.
  • 50°23'07.98" N - 137°19'41.87" E: a sud-est di Komsomol'sk-na-Amure.
  • Ovviamente, queste informazioni che ho riportato sono tutte da prendersi con le molle (salvo alcune posizioni, effettivamente riscontrabili anche via satellite: la terza struttura qui sopra elencata è visibilissima anche solo con Google Earth!) e hanno solo un fine divulgativo: è capace che di Duga-3 ne siano stati costruiti anche altri, per chissà quali scopi, ma è improbabile, almeno a mio avviso, che ce ne siano ancora di funzionanti. Su Duga-3, infatti, ne sono state raccontate di cotte e di crude: dal timore che l'eventuale crollo di Chernobyl-2 dia luogo a un vero e proprio sisma capace di sollevare buona parte dei detriti radioattivi presenti sul suolo, causando un nuovo micro-disastro ecologico, all'ipotesi che l'incidente del 1986 sia stato provocato da una "richiesta energetica" extra da parte dell'impianto antennistico, tale da privare la centrale del minimo energetico indispensabile per continuare a funzionare correttamente. Onestamente non conosco la reale portata di queste e altre congetture ma non mi sembra improbabile che l'installazione ricevesse energia (anche) dalla Centrale nucleare. Ipotesi a parte, se qualche giocatore di S.T.A.L.K.E.R. si è mai chiesto dove i programmatori abbiamo avuto l'idea del Bruciacervella, Duga-3 credo sia la risposta (sebbene, per dirla tutta, Duga-3 sia ancora più grosso e minaccioso!). Per dirla tutta, in Clear Sky c'è un richiamo assai più esplicito e, attraversando Limansk, potremo ammirare l'impianto antennistico "originale" in tutta la sua imponenza.




    Kopachi era un piccolo paese situato pochi chilometri a sud della Centrale di Chernobyl (latitudine 51°21'0"N, longitudine 30°8'0"E: vedi la mappa per un riscontro approssimativo) e, forse, l'area abitata geograficamente più vicina alla centrale nucleare stessa: oggi tutto quel che ne resta è qualche segnale stradale e un paio di edifici diroccati. Anche se questa mia ultima affermazione può suonare retorica o sensazonalistica essa rappresenta semplicemente la triste realtà dei fatti. Le poche foto che sono riuscito a reperire in Rete lo testimoniano ma quel che mi ha lasciato più perplesso è stata la difficoltà che ho riscontrato nel trovare materiale e notizie sulla vicenda di Kopachi. Poche informazioni, frammentarie e decisamente troppo schematiche, almeno a mio avviso, per quello che è stato a suo modo, e nella sua drammaticità, un importante capitolo nella tragedia di Chernobyl. Per il resto, il suolo ove un tempo sorgeva Kopachi è oggi semplicemente ricoperto di terra, erba e alberi, oltre a qualche occasionale detrito vecchio di oltre vent'anni. Kopachi fu investita pesantemente dalle radiazioni provenienti dal reattore n° 4 e, dopo qualche tempo, l'intero paese venne raso al suolo - dopo essere stato in precedenza evacuato, s'intende) - per evitare che il materiale irradiato restasse esposto agli agenti atmosferici. Solo l'asilo e un altro edificio in mattoni sono ancora visibili, peraltro completamente inagibili e in condizioni strutturali assai precarie: tutto il resto (abitazioni, costruzioni, edifici, eccetera) è stato abbattuto e letteralmente interrato in vere e proprie trincee che oggi conferiscono al paesaggio l'aspetto di una serie di collinette contigue. Molti altri materiali compresi numerosi automezzi, nella Zona, furono interrati esattamente come accadde all'intera Kopachi a causa dell'elevato assorbimento di radiazioni. A Kopachi i lavori iniziarono precocemente dopo l'esplosione - si parla di 4 o 5 giorni al massimo - e procedettero con sorprendente velocità: gli stessi "liquidatori" intervennero con ruspe e vanghe per smantellare il paese e seppellirne le macerie sotto tonnellate di terra. Oggi di Kopachi non resta praticamente nulla: al di là dei pochi e frammentari resti materiali del paese credo che il "ricordo" di ciò che è stato e delle cause per le quali si è arrivati a oggi sia la testimonianza più concreta degli eventi.




    Centro logistico nonchè, in ultima analisi, causa dell'esistenza stessa della Zona è la centrale nucleare di Chernobyl e, in particolare, il suo reattore n°4. Ho dedicato agli aspetti tecnici della centrale e agli eventi che l'hanno coinvolta l'intera Sezione Sul disastro di Chernobyl, ragion per cui in questa sede mi limito a fornire qualche notizia di carattere generale per inquadrare l'area.
    La centrale nucleare "V. I. Lenin" sorge a 20 chilometri scarsi dalla città di Chernobyl ma solo 3 chilometri circa dalla città di Pripyat (sulla mappa satellitare è possibile farsi un'idea piuttosto chiara delle distanze). Ci si riferisce alla centrale anche con la sigla ChNPP (dall'inglese "Chernobyl nuclear power plant") e spesso si tende, forse un po' troppo semplicisticamente, a identificare con essa il reattore n° 4. In realtà la centrale disponeva di altri tre reattori funzionanti più due in fase di costruzione all'epoca dell'incidente: il reattore n° 4 rimane il più famoso per le tristi vicende che ben conosciamo. Dopo l'esplosione che ha letteralmente scoperchiato il reattore n° 4 è stato costruita un'immensa copertura di fortuna, nota come "sarcofago", col fine di contenere temporaneamente la dispersione di scorie radioattive.
    Il sarcofago ha avuto una propria utilità ma la rapidità con la quale fu elaborato e costruito e i materiali che ci si è adattati a impiegare non gli hanno permesso di contenere perfettamente le emissioni. Nel 2009 è cominciato il lungo lavoro di costruzione di un nuovo sarcofago, più efficiente e più duraturo. Nell'Archivio e nel Blog potrete trovare alcuni articoli che ho via via raccolto in proposito: la Centrale non è solo il centro geografico della Zona, è anche e soprattutto il luogo, con particolare riferimento al reattore n° 4, da cui tutto è iniziato (e, sotto un certo punto di vista, con cui tutto è finito). Mi piace pensare che questo Sito sia una goccia nell'oceano di pensieri, resoconti, cronache e riflessioni che contribuiscono a mantenere "presente" la consapevolezza della tragedia di Chernobyl affinchè ci sia sempre un ricordo "vivo" cui fare riferimento per evitare errori... evitabili.




    La stazione di Yanov era un tempo una trafficata linea ferroviaria che collegava Mosca con le regioni più occidentali dell'Ucraina e ha rappresentato un punto-chiave per la scelta del luogo ove costruire la centrale nucleare e Pripyat: un facile e rapido accesso di materiali e persone era infatti considerato fondamentale e la ferrovia, insieme alla viabilità del fiume Pripyat e alla normale rete stradale, garantiva spostamenti di tal genere. Oggi la stazione è quasi completamente in disuso, sebbene la ferrovia vera e propria sia ancora agibile.
    Ci sono molti treni abbandonati, ridotti ormai a enormi carcasse di ruggine, e depositi di materiali vari stoccati qua e là ai lati dei binari. In direzione est, qualche decina di metri oltre la stazione, c'è un ponte stradale, oggi noto come "Ponte della morte", che attraversa i binari. Si tratta della strada che collega Pripyat alla centrale. Quando nel 1986 si verificò l'incidente alcune persone che notarono qualcosa di strano si recarono a piedi fin sul ponte, che in effetti non è lontano dalla porzione più meridionale di Pripyat, per cercare di guardare cosa stesse succedendo alla centrale. Queste persone ricevettero fatali dosi di radiazioni e di qui proviene il soprannome del ponte. Quando fu presa la decisione di evacuare Pripyat le operazioni inclusero anche le circa 250 persone situate in via permanente presso la stazione di Yanov.




    Smeraldo era un ambiente di ricreazione appartenente allo studio cinematografico Dovzhenko di Kiev, situato non troppo distante da Kopachi in direzione sud, fra la strada e il bacino idrico di raffreddamento della centrale. L'accesso a Smeraldo potrebbe non essere stato riservato esclusivamente agli operatori dello studio cinematografico ed è anzi probabile che anche i lavoratori della centrale nucleare e gli ufficiali in servizio a Chernobyl 2 potessero utilizzarne gli spazi. Si trattava di un "luogo-relax", dove passare il tempo pescando, giocando a carte o a scacchi, bevendosi una birra - o qualcosa di più forte! - o assistendo a una rappresentazione teatrale: sembra fosse una tipica struttura ricreativa del socialismo avanzato, comparsa nell'ex Unione Sovietica a partire dagli anni '70 e sviluppatasi poi fino alla caduta dell'Unione. Smeraldo comprendeva alcune casette di legno, ciascuna dotata del minimo indispensabile per soggiornarvi (frigo e fornelli compresi) e quindi in grado di ospitare i visitatori, tavolini, panchine e tutto quello che oggi appare come il prototipo dei moderni villaggi turistici occidentali. Immerso nella natura e lontano dall'asfalto e dal cemento delle città, Smeraldo era considerata una piccola oasi dove rilassarsi nel proprio tempo libero.




    La Zona è, ovviamente, anche il background di S.T.A.L.K.E.R. e in Shadow of Chernobyl il gioco incomincia proprio a due passi da un ipotetico ingresso meridionale, sorvegliato dai militari grazie a un minaccioso ed efficiente chek-point. L'avventura del personaggio che interpretiamo, lo stalker "Marchiato", ci condurrà attraverso ambientazioni reali e fedelmente ricostruite, quali Pripyat e la Centrale di Chernobyl ma il fascino della Zona prescinde dalle singole locazioni: a coinvolgere è soprattutto il "clima" sentimentale alimentato da canzoni malinconiche trasmesse dalle radio locali, da scorci squallidi e devastati, da risate nervose intorno a un fuocherello da campo, dal frequente scrosciare di pioggia sulle lamiere delle baracche.
    Tutti questi elementi sono conditi da uno sfondo solido e reale che affonda le proprie radici nel disastro di Chernobyl e negli ideali infranti dell'ex Unione Sovietica. La Zona è un piccolo mondo a sé: al suo esterno, tutto procede come lo conosciamo ma al suo interno esistono nuove regole, nuove priorità, nuove realtà e, soprattutto, un nuovo modo di vivere che, molto spesso, si riduce alla mera sopravvivenza. Negli oltre 30 Km quadrati esplorabili si trovano edifici diroccati e fatiscenti, palazzi in costruzione ormai abbandonati, veicoli militari utilizzati nel 1986 e lasciati poi a sé, carcasse di automobili, praterie incolte e acquitrini paludosi. Lo scenario, benchè sufficientemente vario ed eterogeneo, è lo stesso in tutti e tre i capitoli della saga.
    In mezzo alla desolazione di questa terra "maledetta" è però possibile assistere a scene contrastanti. Il sole che sorge all'alba dalle colline illuminando con luce tenue la pianura circostante o un gruppo di stalker seduti intorno a un fuoco da campo e intenti a mangiarsi un pezzo di pane, a scambiare quattro chiacchiere o a strimpellare con la chitarra. Il tempo atmosferico è molto variabile e i temporali improvvisi sono cosa comune: osservare dalla finestra di una baracca la pioggia che bagna il paesaggio e ascoltare il ritmico scroscio sull'erba o sulle tegole di un tetto sgangherato mentre il cielo diventa sempre più plumbeo mi ha fatto scorrere un brivido lungo la schiena più di una volta. Un altro fenomeno naturale che toglie spesso il fiato è rappresentato dai tramonti, quando il cielo è offuscato solo da rade nubi, sufficientemente dense da riflettere i raggi del sole in un cangiante arcobaleno di sfumature arancioni ma non abbastanza da incupire la scena. Dopo di che arriva la notte e, a seconda dei casi, è bene non lasciarsi cogliere alla sprovvista dall'oscurità: fra anomalie, mutanti, radiazioni e banditi la misera luce della torcia che abbiamo in dotazione non basta a rischiarare la via. Diciamo che, nonostante tutti i suoi bravi difetti, il motore x-Ray sembra fatto apposta per rendere al meglio i paesaggi, il clima atmosferico e la meteorologia degli ambienti: anche questo rende ragione di come, in S.T.A.L.K.E.R. la vera protagonista sia la Zona!

    Già nel primo capitolo, Shadow of Chernobyl (SoC), sono state rese in modo incredibilmente realistico alcune aree della Zona, prime fra tutte la città di Pripyat e la Centrale nucleare di Chernobyl: grazie ai migliori mod presenti in circolazione è stato inoltre possibile esplorarle in modo assai più approfondito di quanto la versione "liscia" di SoC permettesse. Varie aree della Zona, cui ho accennato nella presentazione iniziale di questa Sezione, hanno invece fornito l'idea e lo spunto per la trasposizione e la creazione di altrettante locazioni. Ad esempio, la Discarica si è inequivocabilmente ispirata al cimitero dei veicoli, il Bruciacervella è tratto almeno in parte dall'impianto Chernobyl 2, eccetera.

    Col prequel Clear Sky (CS) la Zona è stata in gran parte riproposta come in SoC ma alcune aree sono state eliminate o fortemente riadattate (Pripyat è visitabile solo dall'interno degli edifici del policlinico, le cui sale e i cui corridoi sono ormai in rovina; in compenso potremo dare un'occhiata al Duga-3 direttamente da Limansk), altre aggiunte sebbene fossero in cantiere già durante le fasi di progettazione del primo capitolo (le Paludi sono state una graditissima sorpresa!), altre ancora inventate di sana pianta e integrate nel background della Zona (Limansk, se non fosse finzione, potrebbe quasi essere realtà...). La Foresta rossa, già presente in SoC ma priva di un proprio carisma ben definito, è stata resa come un fitto bosco sinistro e minaccioso infestato di mutanti e anomalie: entrateci di notte a vostro rischio e pericolo!

    Il sequel Call of Pripyat (CoP) segue la stessa impostazione dei suoi predecessori ampliando il repertorio delle aree realmente esistenti o esistite (ne sono ottimi esempi il paese di Kopachi, sebbene parecchio rielaborato sia come struttura sia come posizione geografica, la stazione ferroviaria di Yanov, il complesso Jupiter e il ponte Preobrazhensky) e offrendo una maniacale cura per i dettagli estetici in modo da ricreare gli ambienti della Zona nel modo più realistico possibile. Pripyat, in particolare, è stata oggetto di attenzioni ancora più fini rispetto a quanto visto in SoC, tanto che la sua porzione sud-orientale, l'unica presente in CoP ma a suo tempo assente in SoC, ripropone fedelmente la zona est della città com'è oggi.

    Il realismo nella trasposizione della Zona in S.T.A.L.K.E.R.

    In questo paragrafo desidero focalizzare la vostra attenzione sulla fedele riproduzione in S.T.AL.K.E.R. di alcune aree realmente esistenti. Come ho già accennato, questo realismo contribuisce a conferire grande spessore all'atmosfera di gioco e, contemporaneamente, permette al Giocatore di immedesimarsi ancor più nel ruolo dello stalker a spasso per la Zona.

    In alcuni casi i programmatori hanno tratto ispirazione da edifici, rottami o costruzioni di vario genere per realizzare le controparti virtuali senza riferimenti diretti all'originale (es.: il relitto della Skadovsk in Call of Pripyat e alcune abitazioni di Limansk in Clear Sky); in altri casi i riferimenti sono espliciti ed evidenti (es.: molti angoli di Pripyat, sia in Shadow of Chernobyl sia in Call of Pripyat e gli esterni della centrale nucleare). Le immagini qui riportate non brillano per qualità grafica o per bellezza fotografica ma sono ottimi esempi per illustrare lo stretto legame fra alcune location "in game" e la realtà della Zona di esclusione.

    Ho inserito altri esempi del confronto fra la realtà e le ambientazioni di S.T.A.L.K.E.R. nel paragrafo Game Vs. Reality.