La Zona di esclusione
  30 Km intorno alla centrale nucleare di Chernobyl
  Pripyat
  La città fantasma evacuata dopo il disastro dell'86
  Sul disastro di Chernobyl
  Il più grave incidente nucleare civile della storia...
  S.T.A.L.K.E.R.
  Il videogioco del 2007 che ha unito persone e culture
A causa di mutate condizioni nella mia vita quotidiana, sono temporaneamente impossibilitato ad accedere a Internet in modo regolare. Di conseguenza, "Darimar's Zone" rimarrà priva di aggiornamenti fino a data da destinarsi. Darimar

   Notizie flash
*Darimar's_Zone_News*



 


   Darimar's Zone
  Home page
  Mappa del Sito
  Features & contenuti
  News & Blog  
  Archivio 2008-2009
  Forum
  Sezione multimedia
  Video e filmati
  S.T.A.L.K.E.R. modding
  e-Mail
 


   La Zona
  La Zona di esclusione
  Webcam & meteo
  Visuale satellitare
  La città di Pripyat
  Pripyat: mappe & foto
  Sul disastro di Chernobyl
 


   Video & filmati
  La Zona di esclusione
  La città di Pripyat
  Il disastro di Chernobyl
  Shadow of Chernobyl
  Clear Sky
  Call of Pripyat
  Cortometraggi amatoriali
 


   Info & risorse
  Pripyat.com
  Ambasciata ucraina
  Progetto Humus
  Bambini di Chernobyl
  ChNPP
  Ucraina.it
  Wildlife Exclusion Zone
  Chernobyl Eastern Europe
  Lost places
  Reactor4.be
 
 Sul disastro di Chernobyl



   S.T.A.L.K.E.R.
  S.T.A.L.K.E.R.
   Shadow of Chernobyl
   Clear Sky
   Call of Pripyat

   Lost Alpha
  S.T.A.L.K.E.R. 2

 


   Top secret Area
  Il folklore locale
  Shadow of Chernobyl
  Clear Sky
  Call of Pripyat

 


   Internazionale
   Yastalker.com - .it
   Ya-stalker.ru - .it
   GSC-Fan - .it
   Stalker-epos - .it
   Chernobyl-soul - .it
   Stalkerworld - .it
   Stalker-Zone - .it
   Stalker-GSC - .it
   Stalker Portal - .it
   Bar reaktor - .it
   AP Production - .it
   Stalker Hispano - .it
   Planet Stalker - .it
   Stalker France - .it
   Stalker Scorpions - .it
   Stalker.pl - .it
   Stalker-2 - .it

 

La centrale nucleare di Chernobyl è situata circa 18 km a nord-ovest della città di Chernobyl; circa 110 km a nord della città di Kiev, capitale dell'Ucraina; dista circa 16 km dal confine con la Bielorussia. La città ucraina di Pripyat, che dista appena circa 3 Km dalla centrale, prende il nome dall'affluente del fiume Dnepr che scorre, nell'ultimo tratto, vicinissimo a Chernobyl. Sebbene la dicitura corrente sia stata, e sia ancora, "centrale di Chernobyl", deve essere chiaro fin d'ora come la città di Pripyat sorgesse molto vicina alla centrale, assai più vicina rispetto alla città di Chernobyl stessa.
"Chernobyl è il nome della catastrofe, Pripyat ne è il simbolo più visibile...".


             
             



Chernobyl è la città ucraina divenuta tristemente famosa nel 1986 in seguito al più grave incidente nucleare che la Storia ricordi e che vide protagonista proprio la Centrale (Nuclear Power Plant, spesso abbreviato NPP) situata a neppure 20 chilometri da Chernobyl stessa.
I dettagli relativi alle cause, alle responsabilità e alle conseguenze del disastro sono, incredibilmente, ancora oggi in gran parte oggetto di discussione. Quel che si sa per certo, tuttavia, è che l'incidente avvenne nel corso, e in qualche modo a seguito, di un "test di sicurezza" durante il quale qualcosa andò storto, provocando un repentino aumento di potenza e di temperature all'interno del reattore n°4 della centrale. L'evento provocò la scissione dell'acqua di raffreddamento e l'accumulo di idrogeno a così alte pressioni da causare un severo danno alle strutture di contenimento e la conseguente fuoriuscita di idrogeno e di grafite incandescente, sostanze implicate nel funzionamento del reattore o derivanti dalla sua attività: a contatto con l'aria, esse innescarono una violenta esplosione che scoperchiò letteralmente il reattore. Dal varco così creatosi scaturì una densa nube di materiali radioattivi che ricadde successivamente su un'ampia area intorno alla centrale, contaminando l'ambiente e spingendosi, veicolata dalle correnti e dai venti, fino all'Europa orientale, alla Scandinavia e forse anche oltre.
Flora, fauna e popolazione furono colpiti dalle radiazioni o vennero direttamente in contatto col materiale radioattivo. Come ho accennato implicitamente all'inzio, non sembra esistere un bilancio oggettivo, effettivo e documentabile dell'impatto socio-ecologico, in quanto le stime e i numeri tendono a variare, anche notevolmente, a seconda della fonte che li diffonde: si va da circa trenta unità a varie centinaia di migliaia di individui, in aumento.
Almeno inizialmente, anche la flora e la fauna subirono danni rilevanti ma, a distanza di anni dall'incidente, sembrerebbe quasi che l'abbandono dell'Uomo abbia giovato alla Zona più di quanto le radiazioni abbiano pesato (e questo la dice lunga su come stiamo trattando questo pianeta...). Ciononostante, l'area toccata più da vicino dalle radiazioni e dal materiale radioattivo rimane un limbo off-limits per gli esseri umani e la vicenda di Chernobyl rappresenta ancora oggi il più grave disastro nucleare civile che la Storia ricordi.




Quella di Chernobyl era una "centrale termoelettronucleare".
Già il termine la dice lunga: termo-elettro-nuclare ha a che fare con l'energia termica, l'energia elettrica e l'energia nucleare! Le centrali termoelettronucleari sfruttano infatti l'energia nucleare (-"nucleare") per fornire energia elettrica (-"elettro") attraverso la produzione di energia termica ("termo"-), cioè calore: il calore scaturisce direttamente da reazioni nucleari di fissione ed è successivamente scambiato con una sostanza refrigerante (per lo più acqua) che acquisisce così energia termica (se è acqua si trasforma in vapore a temperatura e pressione elevate) e, in virtù della propria energia, diventa capace di muovere delle turbine; il moto delle turbine è connesso ad un alternatore che origina corrente elettrica, la quale viene infine messa ad alimentare una rete elettrica.
Cominciamo a fissare un primo concetto: una centrale "nucleare" differisce dalle centrali "geotermiche" (a gas o ad olio combustibile) quasi esclusivamente per il generatore di calore che, in questo caso, si basa sul processo di fissione nucleare piuttosto che su altre reazioni chimico-fisiche.

Il calore è energia (termica) che si trasmette da un mezzo a un altro in virtù di una differenza di temperatura.

L'energia nucleare da fissione viene prodotta facendo scontrare un neutrone con un nucleo di atomo di uranio: in seguito allo scontro, vengono rilasciate enormi quantità di energia ed emessi nuovi neutroni che urteranno a loro volta altri nuclei di uranio, provocando nuove fissioni in un numero via via crescente e dando così luogo ad una "reazione a catena". Se una reazione a catena per fissione di questo tipo non viene controllata, si hanno gli stessi effetti prodotti da una bomba atomica; se invece la reazione a catena per fissione viene controllata usando i cosiddetti "reattori nucleari" la si può sfruttare per produrre energia.
Il reattore nucleare è il cuore pulsante di una centrale nucleare e, nel processo di fissione, genera energia nucleare: la reazione a catena per fissione avviene nel cosiddetto nocciolo, zona situata nella parte centrale del reattore stesso e nella quale si sviluppa e si mantiene la razione a catena al fine di produrre energia con continuità. Il nocciolo contiene di solito uranio (il materiale "combustibile"); le reazioni sono favorite da un moderatore e rallentate/fermate da apposite barre di controllo. Il moderatore si rende necessario perchè è prevalentemente soggetto a fissione solo uno degli isotopi rari che compongono l’uranio naturale, l’isotopo uranio-235, presente nell’uranio naturale solo per lo 0,7% circa (il resto è prevalentemente uranio-238, un altro isotopo dell'uranio ma molto meno attivo rispetto al 235).

L'isotopo è un atomo di uno stesso elemento chimico, e quindi con lo stesso "numero atomico", ma con differente "numero di massa", e quindi "massa atomica". La differenza delle masse è dovuta a un diverso numero di neutroni presenti nel nucleo dell'atomo. Se due nuclei contengono lo stesso numero di protoni, ma un numero differente di neutroni, i due nuclei avranno praticamente lo stesso comportamento chimico ma comportamenti fisici differenti, essendo l'uno significativamente più pesante dell'altro.


Nella figura qui a sinistra sono illustrati schematicamente la struttura e il funzionamento di un generico reattore nucleare a fissione. Il "nucleo combustibile" rappresenta il nocciolo, che contiene la sorgente di energia su cui urteranno i neutroni: è un materiale fissile normalmente rappresentato da un "mix" di uranio-235 e di uranio-238 il quale, producendo a sua volta neutroni, emette energia sotto forma di calore; questo calore è asportato da un "fluido diatermico" che funge da refrigerante, ad esempio acqua, e lo trasporta fino ad un "utilizzatore"; questo, nella maggior parte dei casi, è un gruppo turbo-alternatore per la produzione di energia elettrica; il "moderatore", solitamente grafite o acqua leggera, rallenta ("modera") la velocità dei neutroni in modo da ottimizzare il bombardamento dell'uranio; le "barre di controllo" sono barre metalliche (in genere leghe di argento, cadmio e indio oppure carburi di boro) atte ad assorbire neutroni, ovviamente senza emetterne a loro volta: possono essere inserite nel nocciolo e servono per tenere sotto controllo, ed eventualmente arrestare, la reazione a catena di fissione. Per poter sostenere la reazione a catena occorre quindi o aumentare la concentrazione del più attivo uranio-235 (processo noto come "arricchimento dell'uranio") oppure creare le condizioni per cui il processo di fissione avvenga ugualmente con la massima frequenza: per le sue proprietà nucleari, la frequenza delle fissioni dell’uranio-235 aumenta enormemente se l’energia dei neutroni incidenti (energia termica) è la minima possibile. Ecco allora il ruolo del moderatore: esso è una sostanza che rallenta i neutroni emessi nelle fissioni, in modo che la loro energia sia la minima possibile compatibilmente col loro ruolo di "bombardieri"! I moderatori attualmente disponibili, e che è possibile impiegare come tali, sono in pratica idrogeno (acqua), deuterio (acqua pesante) e carbonio (grafite). I reattori con moderatore a grafite, come quelli presenti nella centrale di Chernobyl, sono quelli costruibili più facilmente ed economicamente, dato che è possibile produrre grafite purissima con procedimenti non molto costosi e si può usare uranio naturale, o comunque poco arricchito, poiché il moderatore carbonio non ha il potere di assorbire neutroni. Attorno al nocciolo è situato un sistema di tubi contenenti acqua, che viene riscaldata dal calore emesso dalle reazioni a catena: l'acqua rappresenta quindi un sistema di estrazione del calore dal nocciolo, cioè il "sistema refrigerante". Il calore estratto trasforma l'acqua in vapore ed esso fa ruotare delle turbine che, se collegate ad un alternatore, producono energia elettrica. Poiché i neutroni, l'uranio e i prodotti (gli ultimi ma anche gli intermedi) della fissione sono radioattivi e, quindi, estremamente pericolosi, il reattore nucleare è di norma racchiuso in contenitori di acciaio e piombo, a loro volta situati in robusti edifici di cemento armato.




La sigla RBMK sta per "Reaktor Bolshoi Moshchnosty Kanalny" ("reattore di grande potenza a canali") e descrive una classe di reattori nucleari che furono prodotti solamente in Unione Sovietica. Questi reattori funzionavano ad uranio, avevano la grafite come moderatore e utilizzavano l'acqua leggera per il raffreddamento (moderatore e refrigerante erano dunque diversi). Usando acqua leggera, cioè "normale", per il raffreddamento e grafite come moderatore, i reattori RBMK rendevano possibile l'utilizzo di uranio naturale come combustibile ed escludevano la necessità di impiegare acqua pesante come moderatore: le risorse economiche per far funzionare questo reattore erano quindi decisamente inferiori rispetto ad altri modelli.

L'acqua leggera è l'acqua come la conosciamo tutti: il normale fluido incolore e inodore che beviamo, con cui ci laviamo, nel quale nuotiamo. E' una sostanza la cui molecola di base è costituita da due atomi di idrogeno legati a uno di ossigeno: H2O.
L'acqua pesante è invece acqua che, al posto del normale idrogeno, ha due atomi di deuterio, il quale è un isotopo pesante dell'idrogeno.

Nelle centrali nucleari a fissione, l'acqua pesante può assumere importanza: sebbene, in qualità di moderatore, essa sia in grado di rallentare i neutroni veloci emessi al momento della fissione meno di quanto sia in grado di fare l'acqua leggera, ha anche una minore capacità di assorbire ("catturare", "sequestrare") neutroni rispetto a quest'ultima.

In altri tipi di reattore, in cui il moderatore e il refrigerante coincidono, quando si perde l'acqua di raffreddamento le reazioni nucleari a catena diminuiscono perché i neutroni non vengono più rallentati (in questo caso le barre di controllo rappresentano un secondo e ulteriore sistema di sicurezza); quando il moderatore è la grafite e si perde l'acqua leggera di raffreddamento, invece, i neutroni continuano ad essere rallentati dalla grafite e le reazioni a catena proseguono indisturbate! Grafite e acqua leggera, nei reattori tipo l'RBMK, svolgono due ruoli completamente diversi e separati: l'acqua serve a raffreddare e, quindi, a "contenere" la reazione a catena ma la reazione stessa avviene grazie alla grafite. Se l'azione dell'acqua viene meno, la reazione nucleare prosegue indisturbata, senza però il ruolo "di contenimento" del refrigerante. In questo caso diventa assolutamente decisivo l'inserimento rapido delle barre di controllo che, assorbendo neutroni, rappresentano quindi un sistema di controllo di prima linea. Il problema è che l'inserimento delle barre (la cui velocità è comunque molto bassa: circa 20 secondi laddove, in altri tipi di reattore, i tempi richiesti sono circa 1/10) dipende dalla fornitura elettrica e la perdita improvvisa di acqua può causare un vero e proprio black-out nella rete elettrica; di conseguenza, diventa indispensabile poter disporre di un secondo sistema elettrico di emergenza che controlli separatamente ogni gruppo di barre di controllo (da 30 a 36 barre per ciascun gruppo) e che sia indipendente dalla fornitura elettrica del generatore stesso.
Inoltre gli RBMK non hanno "barre di emergenza ad inserimento rapido" e le barre di controllo, costituite di carburo di boro, hanno all'estremità una punta in carbonio che, nella fase iniziale di inserzione delle barre, aggiunge reattività, invece di diminuirla!

Il carburo di boro (B4C) è una di quelle sostanze dotate della proprietà di assorbire neutroni e, quindi, può essere sfruttata per rallentare/fermare le reazioni di fissione all'interno di un reattore nucleare. Agisce, concettualmente, alla stessa maniera del moderatore ma "di più": tanto da poter bloccare le reazioni e arrestare il reattore.

Anticipo fin d'ora come la grafite del moderatore abbia la proprietà di infiammarsi all'aria libera con la conseguenza di rendere facile la dispersione nell'atmosfera delle sostanze radioattive che sono a suo contatto. Questo dovrebbe già spingerci a intuire almeno parte della natura del disastro ecologico conseguente all'incidente del 1986.

Un'occhiata più attenta al reattore n°4

I reattori della NPP di Chernobyl erano modelli RBMK-1000, cioè sviluppavano una potenza pari a 1000 MW elettrici (circa 3,2 GW termici).

Il Watt (W) è l'unità di misura della "potenza". Può misurare la potenza elettrica, e allora si parla di Watt elettrici (We), e può misurare la potenza termica, e allora si parla di Watt termici (Wt).
1.000.000 di W sono un megawatt (MW); 1.000.000.000 di W sono un gigawatt (GW) e sono anche 1000 MW.
Le centrali nucleari hanno una efficienza di conversione del calore in energia elettrica (rendimento termodinamico) piuttosto bassa: solo il 30-35% della potenza termica sviluppata dai reattori è convertita in elettricità, per cui una centrale da 1000 MWe ha in genere una produzione di calore pari a 3000-3500 MWt.

La più importante caratteristica tecnica di questo reattore, in quanto di tipo RBMK, era di possedere una grande instabilità a basse potenze.

Se la potenza aumentava o il flusso dell'acqua diminuiva si verificavano: A) un aumento di produzione del vapore nei canali in cui era contenuto il combustibile, cosicché i neutroni assorbiti dall'acqua più densa originavano un numero maggiore di fissioni nel combustibile; B) un aumento della temperatura del combustibile, cosicché diminuiva il flusso di neutroni e quindi il numero di fissioni tendeva a diminuire.
L'effetto complessivo di queste due opposte caratteristiche variava con il livello di potenza: operando normalmente ad alta potenza, predominava l'effetto temperatura, di modo che non avevano luogo escursioni di potenza per eccessivo surriscaldamento, ma a potenze più basse (a meno del 20% di quella massima), l'instabilità era dominante ed il reattore diventava propenso ad improvvisi sbalzi di potenza...

Cerchiamo di capire cause e implicazioni di questa instabilità alle basse potenze: essa è dovuta in gran parte alla positività del coefficiente di vuoto degli RBMK.
Il "coefficiente di vuoto" è un indice usato per stimare quanto cambia la reattività di un reattore nucleare quando si ha una variazione (positiva o negativa) del grado di vuoto (rapporto tra il volume occupato dal vapore rispetto al volume totale occupato dalla miscela liquido/vapore), a causa della formazione di vapore nel moderatore e/o nel refrigerante oppure per il collasso delle bolle di vapore stesso. Il vapore è acqua allo stato gassoso e ricordo che in un reattore RBMK l'acqua funge solamente da termovettore. Valori positivi del coefficiente di vuoto indicano un aumento della reattività, valori negativi una diminuzione della reattività, mentre un valore nullo indica che la reattività non dipende dal grado di vuoto del moderatore/termovettore all'interno del reattore. La quantità di vapore presente nel liquido di raffreddamento e la reazione nucleare a catena sono quindi proporzionali (aumentando l'una, aumenta anche l'altra). Questo significa che le bolle di vapore, che si formano nell'acqua usata come refrigerante, incrementano la reazione nucleare e, come ho accennato, alle basse potenze il coefficiente positivo di vuoto non è compensato da altri fattori, rendendo il reattore instabile e pericoloso in tali condizioni.

All'epoca dell'incidente, il reattore RBMK presentava poi un difetto nelle barre di controllo (oggi corretto). Normalmente, inserendo le barre di controllo nel reattore si riduce la reazione nucleare. Nel reattore RBMK le barre di controllo terminano con gli "estensori" (la porzione finale, lunga circa 1 metro) in grafite, mentre la parte funzionale, che riduce la reazione assorbendo neutroni, è in boro carbonato. Questo significa che quando si inseriscono le barre, gli estensori rimpiazzano l'acqua refrigerante (che assorbe neutroni) con la grafite (che fa da moderatore di neutroni) e quindi paradossalmente, per i primi secondi, si ottiene un incremento della reazione anziché una sua diminuzione!

Le grandi dimensioni del nocciolo del reattore erano causa, inoltre, d'instabilità locale della potenza dovuta alla produzione di xeno, un gas che assorbe neutroni: ne parlerò più in dettaglio fra pochissimo. L'RBMK richiedeva pertanto un efficiente controllo "a zone" realizzato mediante un sistema computerizzato automatico che era parte integrante dell'impianto di sicurezza del reattore. L'impiego di alcuni materiali adottati per il funzionamento del RBMK rimane comunque discutibile: il coefficiente di vuoto positivo, in aggiunta a un refrigerante che assorbe neutroni come l'acqua e a un moderatore solido come la grafite erano caratteristiche che, in determinate condizioni, avrebbero potuto rendere fortemente instabile il reattore. Utilizzare grafite e acqua leggera permetteva però di aumentare l'efficienza del sistema, migliorando l'impiego dei neutroni e facilitando così la produzione di plutonio-239. I rischi erano noti ai progettisti (ma sembra che non fossero stati comunicati ai tecnici né resi pubblici prima del disastro) ma per eliminarli si sarebbe dovuto rinunciare alla possibilità di impiegare l'uranio naturale, non arricchito, con costi di esercizio significativamente maggiori.




Prima di passare alla trattazione vera e propria di quel che accadde nella centrale di Chernobyl il 26 aprile del 1986 mi sembra utile focalizzare l'attenzione su alcuni dettagli, alla luce di quanto detto fino ad ora, che torneranno utili come base per comprendere meglio le dinamiche di determinati eventi.
Anzitutto, una precisazione sulla natura dell'esplosione che coinvolse il reattore n°4: contrariamente a quanto si possa erroneamente pensare, non si trattò di un'esplosione di tipo nucleare (non si verificò un'incontrollata reazione a catena come avviene in seguito all'impiego di armi nucleari o come accadde a Hiroshima, tanto per capirci) bensì di tipo chimico-fisico, i cui "ingredienti" furono le sostanze chimiche presenti nel reattore (essenzialmente acqua e metalli) attivate dall'innalzamento di temperatura e pressione. Fu l'elevatissima temperatura a causare il surriscaldamento del nocciolo e a far raggiungere alla pressione di vapore dell'impianto di raffreddamento livelli esplosivi. Il danno ecologico del disastro non fu/è dovuto alle radiazioni emesse da un'esplosione nucleare bensì dalle radiazioni emesse da sostanze radioattive trasportate dalle correnti e dal vento, assorbite dal terreno o veicolate nell'acqua dei fiumi. Il reattore n°4, paradossalmente, era il più "giovane" dei quattro presenti nella Centrale e fu fabbricato nel 1983: la costruzione dell'impianto iniziò negli anni Settanta, il reattore n°1 fu consegnato nel 1977 e fu seguito dai reattori 2 (1978) e 3 (1981). Altri due reattori (il 5 e il 6, da 1 GW ciascuno) erano in fase di costruzione quando si verificò l'incidente. Tutti i reattori condividevano la stessa architettura di base, essendo di tipo RBMK: reattori a canali, moderati a grafite e raffreddati ad acqua. Contrariamente a quanto sostennero terze parti, nessuno degli altri reattori della centrale fu coinvolto nell'incidente del 1986, né direttamente né indirettamente. L'isotopo 239 del plutonio è il prodotto fissile fondamentale per la maggior parte delle armi nucleari: la sua produzione è da sempre importante per le nazioni in possesso di un arsenale nucleare e per quelle aventi programmi di sviluppo del nucleare militare (l'interesse dell'ex U.R.S.S. per le armi nucleari durante la Guerra Fredda è ormai di dominio pubblico ed esistono voci, ovviamente non confermate, che centrali nucleari come quella di Chernobyl non servissero esclusivamente a produrre energia elettrica...). Il plutonio-239 viene normalmente prodotto nei reattori nucleari esponendo a un flusso di neutroni l'uranio-238. Questo, acquisendo un neutrone, si trasforma in uranio-239 che, attraverso altri passaggi, si trasforma infine in plutonio-239. Al termine dell'esposizione, il plutonio-239 così formatosi risulta mescolato ad una ingente residua quantità di uranio-238 e a tracce di altri isotopi dell'uranio stesso, nonché di eventuali altri prodotti di fissione (viene quindi purificato per via chimica). Il plutonio 239 ha un tempo di dimezzamento (emivita) di oltre 24.000 anni e un tempo di completa neutralizzazione di circa 10 volte tanto. Il sistema RBMK era considerato vantaggioso dal punto di vista economico (e, di fatto, lo era) perchè, utilizzando grafite come moderatore, poteva sfruttare l'uranio naturale per fornire una buona resa: la grafite non assorbe neutroni. L'uranio naturale è composto da una miscela di tre isotopi, il 234, il 235, e il 238, di cui quest'ultimo è il più abbondante (circa 99,3%). L'uranio 238, tuttavia, ha una predisposizione a interagire con i neutroni molto inferiore rispetto all'isotopo 235 e questo è il motivo per cui oggi si tende a preferire l'impiego di "uranio arricchito", cioè di uranio che contenga più alte percentuali di isotopo 235. Dopo l'incidente di Chernobyl tutti i reattori RBMK rimanenti sono stati opportunamente migliorati: hanno lavorato con un numero ridotto di elementi di combustibile e contenenti uranio maggiormente arricchito, permettendo quindi una operatività relativamente sicura ma con costi decisamente più elevati. I sistemi di controllo sono stati ugualmente migliorati, in particolare eliminando i terminali di grafite dalle barre di controllo e ovviando così all'immediato aumento di potenza che si verificava al momento dell'inizio dell'inserimento. Questa particolarità, come vedremo, è una delle cause dell'incidente di Chernobyl, quando le barre di controllo vennero inserite nell'estremo tentativo di fermare l'impianto. Quando si ferma un reattore che abbia prodotti di fissione nelle barre di combustibile del nocciolo, nasce un problema molto grave in vari reattori, problema noto come "avvelenamento da xeno". Lo xeno-135 è un normale di fissione dell'uranio-235: quando quest'ultimo viene colpito da un neutrone, tra le possibili reazioni vi è quella che origina lo iodio-135 che in poco più di 6 ore e mezza decade in xeno-135; dopo poco più di 9 ore si ottiene poi cesio-135. Lo xeno-135 è un forte assorbitore di neutroni (la probabilità che un nucleo di xenon-135 catturi un neutrone è circa 4000 volte maggiore di quella relativa ad un neutrone che vada a produrre una nuova fissione urtando l'uranio!) e questa sua proprietà tenderebbe quindi a bloccare la reazione a catena. Normalmente questo non rappresenta un problema perchè, in un reattore che funziona a pieno ritmo, ulteriori neutroni distruggono rapidamente lo xeno che, addirittura, non fa neppure in tempo a decadere. Tuttavia, se il reattore si ferma, allora lo xeno tende ad accumularsi e ha luogo questo processo di "avvelenamento" che dura alcune decine di ore, finché non decade tutto lo xeno stesso. A dispetto delle sue debolezze tecniche, il reattore RBMK era dotato, già prima del 1986, di un sistema di sicurezza automatico di buon livello nel suo insieme. In particolare i sistemi di controllo che segnalavano eventuali situazioni di rischio intervenivano automaticamente a spegnere il reattore in caso di necessità anche solo sospetta. Il problema è che a Chernobyl questi sistemi vennero deliberatamente disattivati affinché il "test di controllo" continuasse e, di conseguenza, non poterono salvare l’impianto. Il reattore RBMK era diviso in due sezioni, ciascuna delle quali collegata ad un turbogeneratore. Il sistema di refrigerazione è complessivamente costituito da due circuiti indipendenti ognuno in grado di raffreddare una metà del nocciolo grazie a una serie di pompe preposte. L'RBMK era anche dotato di un sistema di raffreddamento d'emergenza ma non di un sistema di contenimento vero e proprio bensì di un "sistema di confinamento compartimentato": si trattava in pratica di una serie di ambienti che circondano il reattore e dentro i quali si sarebbe (teoricamente!) dovuta espandere la radioattività che l'incidente massimo (teorico!) previsto nel progetto avrebbe rilasciato.




Difficile pronunciarsi in modo oggettivo sulle effettive responsabilità del disastro: di sicuro sono chiamati in causa imponderati errori umani, consapevoli violazioni delle norme di sicurezza, debolezze tecnologico-strutturali del reattore e una forte carenza di dialogo a più livelli, in generale per motivi politici ed economici. Come ho accennato inizialmente, l'incidente si verificò durante una "prova di sicurezza" finalizzata a verificare se la turbina accoppiata all'alternatore potesse continuare a produrre abbastanza energia elettrica sfruttando l'inerzia del gruppo turbo-alternatore anche quando il circuito di raffreddamento non producesse più vapore. Mentre in un primo momento la responsabilità dell'incidente fu attribuita quasi completamente agli operatori dell'impianto, per gli errori commessi e le violazioni delle norme di sicurezza, nel 1991 fu diffusa una seconda ipotesi, che chiamava in causa anche e soprattutto le debolezze strutturali del reattore RBMK, con particolare riferimento alla progettazione delle barre di controllo. Probabilmente nessuna delle due versioni è in grado di valutare oggettivamente le percentuali di responsabilità nei vari ambiti del disastro ed è verosimile congetturare una serie di co-responsabilità da ripartire in modo proporzionale. Dei limiti tecnologici del reattore e dei rischi intrinseci ai materiali utilizzati abbiamo già parlato; le carenze di dialogo e trasparenza fra progettisti, tecnici e terze parti sembrano già evidenti e lo diventeranno ulteriormente fra poco; a questo si aggiunga che il personale addetto alla gestione dell'impianto non sembra fosse sufficientemente qualificato per far fronte a situazioni di emergenza o fuori dagli schemi: se da un lato gli operatori della centrale non erano a conoscenza dei problemi tecnici del reattore, dall'altro il direttore dell'impianto, Viktor Bryukhanov, aveva esperienza di impianti a carbone; il capo ingegnere, Nikolai Fomin, proveniva da impianti convenzionali; Anatoliy Dyatlov, capo ingegnere dei reattori 3 e 4, aveva solo una limitata esperienza con reattori nucleari e per lo più su piccoli esemplari di reattori VVER (altra tipologia rispetto agli RBMK). In particolare, il comportamento "contro-intuitivo" delle barre di controllo era ignoto agli operatori della centrale. Tutto questo potrebbe in qualche modo giustificare, almeno in parte, alcuni comportamenti discutibili; ce ne sono altri, tuttavia, chea mio parere rimangono gravi.

Gli operatori commisero diverse violazioni delle procedure e questo, insieme alla scarsa comunicazione tra gli addetti alla sicurezza e gli operatori che dovevano condurre l'esperimento, contribuì di sicuro all'incidente. In particolare, gli operatori disattivarono i sistemi di sicurezza automatici del reattore, operazione proibita dai manuali operativi dell'impianto. Secondo il rapporto dell'agosto 1986 della commissione governativa, gli operatori estrassero completamente dal nocciolo almeno 204 barre di controllo delle 211 presenti, lasciandone inserite solo 7. Anche questa condizione è vietata dai manuali operativi, che pongono a 30 il numero minimo assoluto di barre nel reattore RBMK in funzione.

Resta da considerare, inoltre, che nel 1982 il reattore n°1, a causa di manovre errate effettuate dal personale tecnico, subì la distruzione del proprio elemento centrale. L'esplosione, seppur infinitamente più piccola di quella che coinvolse l'unità n°4 nel 1986, provocò il rilascio di radiazioni nell'atmosfera ma il fatto non è mai stato reso pubblico prima dell'incidente del 1986. Soprattutto, e cosa forse ancor più grave, non furono prese alcune misure di sicurezza e l'impianto non fu in alcun modo migliorato per far fronte a futuri ed eventuali altri problemi. L'incertezza e la confusione che aleggiano intorno ai dati disponibili sulle cause e sulle responsabilità del disastro sono stati evidenziati anche dalle conclusioni dell'IAEA (International Atomic Energy Agency, Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica). Essa ha rivisto l'analisi dell'incidente attribuendo la causa principale al progetto del reattore, come suggerito nel 1991 anche grazie ai contributi di Valeri Legasov, e non agli operatori. Nel 1986 la stessa Agenzia aveva indicato invece negli operatori la causa principale dell'incidente. Forse, però, non si tratta solo di incertezza e confusione: ad esempio, sembra che all'Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) sia legalmente vietato diffondere informazioni che possano danneggiare l'immagine dell'IAEA. Come risultato, sempre per fare un esempio, l'OMS non può che sottoscrivere le posizioni dell'IAEA quando questa attribuisce l'aumento di numerose patologie tumorali in determinate aree geografiche allo "stress" piuttosto che ad altri fattori.




Per il 25 aprile 1986 era stato programmato lo spegnimento del reattore n°4 per le normali operazioni di manutenzione. Se ne approfittò per eseguire un test finalizzato a valutare la capacità delle turbine di generare elettricità sufficiente per alimentare i sistemi di sicurezza anche in assenza della rete elettrica. In particolare, l'energia prodotta dal momento inerziale delle turbine sarebbe servita ad alimentare le pompe dell'acqua refrigerante del reattore qualora fosse improvvisamente venuta a mancare l'alimentazione elettrica esterna. I reattori come quelli di Chernobyl avevano ciascuno due generatori diesel di emergenza installati proprio a questo scopo ma essi non erano attivabili istantaneamente: il test serviva quindi per valutare se fosse possibile sfruttare il momento d'inerzia residuo nelle turbine ancora in rotazione, ma disconnesse dal reattore, per alimentare le pompe per il tempo necessario all'avvio dei generatori diesel. In parole povere, le pompe dell'acqua refrigerante funzionavano a elettricità. La rete elettrica che le faceva funzionare normalmente era quella esterna ma, se l'energia proveniente da questa rete fosse venuta a mancare a causa di un improvviso black-out, le pompe dell'acqua refrigerante si sarebbero bloccate (un grosso guaio!). Per ovviare al problema erano stati installati due generatori ausiliari a gasolio, che sarebbero entrati in funzione per sostituire la rete elettrica principale. La loro accensione, però, richiedeva tempo e ci si chiedeva se, durante questo tempo, l'energia prodotta dal movimento inerziale delle turbine fosse sufficiente a mantenere attive le pompe dell'acqua refrigerante. Si noti come il test fosse già stato condotto, in precedenza, su un altro reattore (ma con tutti i sistemi di sicurezza attivi!) ed avesse dato esito negativo: l'energia elettrica prodotta dall'inerzia delle turbine era risultata insufficiente ad alimentare le pompe intanto che i generatori diesel entravano in funzione. Erano state apportate quindi delle migliorie alle turbine, che richiedevano un nuovo test di verifica.

Introduzione all'esperimento

Alle 01:05 di venerdì 25 aprile iniziò la diminuzione della potenza verso lo spegnimento dell’impianto ed alle 14:00 circa la potenza era scesa a 1600 MW termici. In queste condizioni i sistemi di sicurezza automatici avrebbero normalmente interpretato il calo di potenza come dovuto a un black-out elettrico o ad un qualche altro tipo di anomalia ed avrebbero attivato immediatamente i generatori diesel in grado di attivare il sistema di raffreddamento d'emergenza, il che avrebbe interferito con la prova.

Fu allora deciso di isolare il turbogeneratore dai suoi sistemi di sicurezza automatici di emergenza.

Il reattore rimase operativo al 50% fino alle 23:00 circa per fornire energia alla rete e l'esperimento subì quindi un forte ritardo a causa di un guasto sulla rete elettrica civile che comportò una richiesta dalla regione di Kiev di attendere per ridurre ulteriormente la fornitura di energia. Alle 23:10 si riprese a diminuire la potenza per raggiungere un valore fra 700 MW termici (il minimo permesso dalle norme di sicurezza) e 1000 MW termici (la potenza ideale per l’esperimento): l'esperimento subì quindi un complessivo ritardo di circa 9 ore sulla tabella teorica di marcia prima di avere finalmente inizio.

Probabilmente a causa di una cattiva taratura degli strumenti ma in ogni caso per un errore involontario degli operatori, le barre di controllo, la cui progressiva inserzione stava facendo diminuire la potenza del reattore come da programma, scesero più del previsto e la potenza del reattore precipitò improvvisamente a circa 30 MW termici, valori di potenza bassissimi.

Prossima allo spegnimento, la turbina era però ancora accesa: lavorava a potenza minima e forniva circa 10 MW elettrici, inferiori ad alimentare le pompe del sistema di refrigerazione, quindi la mossa corretta a questo punto sarebbe stata sospendere la prova e rimettere in funzione i dispositivi di emergenza. Gli operatori confidarono però di poter elevare la potenza ai valori previsti chiudendo anche i regolatori automatici preposti all'azione delle barre e passando tutte le barre di controllo ad operazioni manuali. Era mezzanotte e l'idea fu pessima.

Gli operatori procedettero quindi eliminando tutti i regolatori automatici delle barre ed estraendo manualmente le barre di controllo una a una fino al limite di sicurezza di 30 barre ma riuscirono a stabilizzare il sistema solo all’1:00, dopo che furono rimosse ancora 22 barre di sicurezza, e ad appena 200 MW termici: in queste condizioni, per bloccare un eventuale eccessivo innalzamento di potenza con un arresto di emergenza rapido occorrono nell'RBMK circa 20 secondi!

A causa del vorace assorbimento di neutroni da parte dello xeno prodotto, non c'era possibilità di aumentare ulteriormente la potenza ma sembra che gli operatori non ne fossero a conoscenza oppure che abbiano tentato ugualmente: in un primo momento, alle 01.07, fu aumentato il flusso di acqua refrigerante mettendo in funzione la pompa principale collegata alla rete elettrica principale, operazione vietata dalle normative di sicurezza. L'aumento del flusso dell'acqua provocò, in particolare, una caduta della pressione del vapore. A questo punto, per aumentare la potenza gli operatori estrassero quasi tutte le barre di controllo che restavano, tentarono di fare aggiustamenti manuali ogni pochi secondi per mantenerla costante e, probabilmente al fine di mantenere costante la pressione del vapore, ridussero infine il flusso dell'alimentazione di acqua. Erano le 01.22.30: le condizioni apparivano sufficientemente adeguate allo svolgimento del test, che iniziò.

Il test e oltre...

Alle 01:23:04 fu scollegata la turbina dal vapore che l'alimentava e quindi il turbogeneratore, non più alimentato, iniziò a rallentare: come ho accennato, ci si proponeva di verificare se il suo moto per inerzia fosse in grado di fornire abbastanza energia da alimentare le pompe per il raffreddamento dell'acqua del nocciolo. Al rallentamento della turbina corrispose una diminuzione del flusso dell'acqua in circolo e, quindi, un permanere del vapore nel nucleo, all'interno del quale formò rapidamente delle bolle. La potenza del reattore cominciò poi a crescere piano piano poiché le bolle di vapore non sono refrigeranti e il combustibile iniziò a surriscaldarsi. Fu un breve e rapido susseguirsi di bolle che crescevano, temperatura del nocciolo che aumentava, pressione del vapore che saliva e flusso totale dell'acqua di refrigerazione che diminuiva perchè le pompe che la facevano circolare erano ormai decisamente sottoalimentate. A questo si affianca l'effetto della distruzione dello xeno e quindi un ulteriore aumento della potenza del reattore. Quando la potenza del reattore iniziò ad aumentare visibilmente a seguito degli eventi appena descritti erano trascorsi appena 36 secondi dall'inizio dell'esperimento e gli operatori si resero conto che era iniziata l'emergenza: erano le 01.23.40.

Non avendo io un bagaglio culturale che comprenda in modo specifico la fisica nucleare e, in particolare, le centrali a fissione, ho fatto parecchia fatica a comprendere in modo chiaro gli eventi che sto qui descrivendo e ho chiesto delucidazioni a chi ne sa più di me. Riporto qui una breve, ma spero ulteriormente chiarificatrice spiegazione che mi è stata fornita, con estrema disponibilità e gentilezza, dal Dott. R. Renzetti di "Fisica/mente":

"Per l'esperimento erano state escluse le pompe di emergenza e si contava solo su quelle ordinarie. Secondo quanto era stato previsto, il turbogeneratore elettrico in decelerazione sarebbe dovuto essere in grado di alimentare le quattro pompe ordinarie (5,5 MW moltiplicato 4), più altre pompe che sono in funzione in varie altre parti del raffreddamento. In totale un 22 MW + all'incirca 10, cioè 30 MW, una enormità che incredibilmente era previsto fosse alimentata in quelle condizioni. Si è calcolato che chi eseguiva l'esperimento credeva di avere disponibili 250 MW (ed in tali condizioni le pompe avrebbero funzionato per 50 secondi, lo si sapeva !) mentre si era a soli 60MW (che non vanno tutti per le pompe ma devono alimentare tutta la centrale). A ciò si aggiunse un altro problema: non essendovi energia sufficiente dal reattore per metterle in funzione si sarebbero dovuti accendere automaticamente i diesel. E ciò avvenne con ritardo, quello sufficiente affinché il reattore si scaldasse troppo. Si deve tener conto che il reattore RBMK non ha i circuiti separati di vapore e raffreddamento, funziona con un solo circuito: se le pompe non funzionano, dentro il reattore l'acqua, che non circola, vaporizza e le bolle di vapore non raffreddano".

Gli operatori reagirono attivandosi per reinserire le barre di controllo ma, considerate la situazione instabile in cui ci si trovava e le elevatissime temperature che si stavano producendo, i terminali di grafite, nel discendere, fusero gli elementi di combustibile che si trovavano nella parte inferiore del nucleo, provocando i primi danni strutturali.

Infatti, a causa della lenta velocità del meccanismo d'inserimento delle barre di controllo (quei lunghi 20 secondi cui ho accennato) e dell'estremità in grafite delle barre, l'inserzione delle barre contribuì ad aumentare la potenza del reattore anziché bloccarla: nei primi secondi le estremità in grafite delle barre rimpiazzarono nel reattore un uguale volume di acqua di raffreddamento ma mentre l'acqua refrigerante assorbe neutroni, la grafite funge da moderatore portando i neutroni alla velocità ottimale per la reazione. La conseguenza fu che, all'inizio dell'inserzione delle barre, la reazione venne accelerata improvvisamente producendo un aumento enorme di potenza nel reattore.

L'improvviso aumento di temperatura (dopo pochi secondi dall'inizio dell'inserzione delle barre - fra le 01:23:04 e le 01:23:47 - la potenza del reattore raggiunse i 30 GW termici, dieci volte la potenza normale, e la temperatura del nocciolo raggiunse i 2.000 °C) deformò i canali delle barre di controllo che stavano scendendo, al punto che le barre si bloccarono a circa un terzo del loro cammino, e quindi non furono più in grado di arrestare una reazione in cui l'aumento di potenza diveniva incontrollato a causa del coefficiente di vuoto positivo. L'operatore se ne rese conto e tolse la corrente al servomeccanismo, in modo che le barre potessero cadere per gravità ma le condizioni estreme in cui si trovata l'ambiente nel reattore avevano distrutto i canali all'interno dei quali, normalmente, avrebbero dovuto scivolare le barre. La reazione a catena andava avanti senza essere moderata o refrigerata con la conseguenza che la temperatura del nucleo e la pressione del vapore continuavano ad aumentare. Alle 01:24:00, 20 secondi dopo l'inizio dell'emergenza, piccole parti di combustibile ad alta temperatura, reagendo con l'acqua, provocarono una potente esplosione del vapore che distrusse letteralmente il nocciolo della centrale, danneggiò il tetto e fece sollevare il coperchio monoblocco di acciaio della centrale (pesava circa 2000 tonnellate). Ricadendo, esso si incastrò tra le opere murarie e nei suoi violenti spostamenti strappò cavi e varie tubature provocando ulteriori svariati danni. Dopo pochissimi secondi, seguì una seconda esplosione, ancora più violenta che coinvolse l'idrogeno prodotto dalla reazione ad alta temperatura tra vapore e zirconio (il materiale che faceva da camicia ai tubi che contenevano le barre) e grafite incandescente.

"Man made Hell"

Secondo alcuni testimoni oculari presenti all'esterno della centrale, le esplosioni scagliarono in aria pezzi di materiale in fiamme fra i quali c'era anche grafite, elementi di combustibile, parti del nocciolo e delle strutture portanti.) che, ricadendo, cominciarono allargare l'incendio al corpo della centrale stessa. L'"effetto camino" delle spaccature nel tetto favorì a sua volta l'estensione ulteriore dell'incendio e una colonna di fumi, contenenti isotopi radioattivi, si alzò per oltre un chilometro sopra la centrale, formando una densa nube. I componenti pesanti di questi fumi ricaddero più o meno nelle vicinanze della centrale e in tempi relativamente brevi ma i componenti più leggeri furono veicolati verso Nord-Est dai venti e si diressero verso l'Europa. Il reattore era distrutto ma la reazione a catena, paradossalmente e quasi "diabolicamente", proseguiva perché vi era uranio-235 e grafite ancora efficienti. La temperatura non smise mai di aumentare e il nocciolo cominciò a fondere in una massa unica, nella quale la reazione a catena proseguiva inesorabile, penetrando nel suolo per oltre 4 metri. Oltre un centinaio di incendi divampavano in prossimità del reattore, all'interno della centrale o nelle aree esterne ad essa. Occorreva fermarli, spegnere la grafite e contenere la radioattività dei fumi prodotti.




Cercando di comprendere e limitare la portata del disastro, le autorità sovietiche inviarono immediatamente sul posto delle squadre di pulizia e operatori, attrezzati di soli contatori Geiger e mascherine di tipo chirurgico, per effettuare rilevamenti. Le radiazioni nei pressi del reattore n°4 misuravano ben 20.000 Röntgen/ora.

Il Röntgen (R) è l'unità di misura della "dose di esposizione", una grandezza radiologica che si riferisce alle radiazioni elettromagnetiche (X e gamma) e riguarda la loro capacità di causare ionizzazione.
1.000 microrontgen (µR) equivalgono ad 1 millirontgen (mR) e 1000 millirontgen equivalgono ad 1 R.
Un orologio luminoso produce circa 5 mR all'anno; una radiografia produce circa 500 mR; la normale radioattività della pietra è pari a circa 20 µR all'ora; una dose di 500 R è fatale all’uomo nel giro di 5 ore.

Molti operatori furono esposti ad una dose mortale di radiazioni nell'arco di pochi minuti. La maggior parte degli strumenti di rilevazione a disposizione erano infatti in grado di effettuare misure solo fino a un massimo di 3,6 R/h. In alcune zone, visto che la propagazione delle radiazioni è a macchia di leopardo, i valori stimati superavano di oltre 5000 volte il valore riportato dagli strumenti meno efficienti ma all'atto pratico, leggendo il misuratore, l'unica informazione ottenibile era che il livello di radiazione superava i 3,6 R/h: nessuno immaginava "di quanto". Le misure di sicurezza adottate immediatamente dopo il verificarsi dell'esplosione coinvolsero migliaia di vigili del fuoco e militari, accorsi immediatamente sul luogo del disastro. Purtroppo, benché la situazione apparisse oggettivamente critica, la città di Pripyat non venne evacuata immediatamente. Alle 05:00 del mattino alcuni incendi sul tetto e attorno all'area delle esplosioni erano stati estinti ma il reattore continuò a bruciare per giorni e venne spento con l'ausilio di elicotteri che sganciarono tonnellate di boro, silicati, sabbia e dolomia, gli unici materiali in grado di estinguere un incendio di tale natura ed entità. Ci volle una ventina di giorni per venire a capo di tutti gli incendi ma già a partire dal decimo giorno le emissioni radioattive erano diminuite di molto dopo che si era riusciti a spegnere la grafite, il cui fuoco era il maggior responsabile del lancio di radionuclidi in atmosfera. Inizialmente, il governo Sovietico cercò di tenere nascosta la notizia di un grave incidente nucleare. Certo, occorsero diversi giorni affinché ci si rendesse conto della gravità effettiva della situazione ma, nonostante essa risultasse comunque disperata, un velo di omertà si stese sull'ex U.R.S.S. soprattutto a causa del delicato assetto politico europeo e modiale dell'epoca. Ciononostante, poche ore dopo l'incidente le apparecchiature della centrale nucleare di Forsmark, situata a nord di Stoccolma, rilevarono alti livelli di radiazione nell'aria. I tecnici svedesi supposero, considerati gli alti valori riscontrati, che vi fosse una falla all'interno di una delle loro centrali e quindi cominciarono immediatamente a fare controlli in tutti i loro impianti. Assicuratisi che le loro centrali fossero perfettamente integre e sicure, cominciarono a cercare altrove la fonte delle radiazioni e giunsero così fino in Unione Sovietica. Chiesero spiegazioni al governo e perché non fosse stato avvisato nessuno. Dapprima il governo sminuì la cosa ma ormai gli svedesi, con i loro controlli, avevano messo al corrente l'Europa intera che un grave incidente si era verificato in una centrale sovietica. Di lì a poco, il mondo intero cominciò a fare pressione per avere ragguagli in merito e finalmente i sovietici rilasciarono le prime dichiarazioni pubbliche sull'incidente. Intanto sull'Europa intera cominciavano a riversarsi già piogge contaminate e le radiazioni si spargevano a macchia di leopardo su campi, villaggi e città, soprattutto in Bielorussia.




La Commissione d'Inchiesta, capitanata da Valeri Legasov, giunse a Pripyat la sera del 26 aprile.

Valeri Legasov era direttore dell’Istituto Kurchatov di Mosca ove era stato progettato il reattore n°4 e titolare della cattedra di Tecnologia Chimica all’Università di Mosca. Fu il primo, nell'agosto del 1986, a dare il primo resoconto ufficiale del disastro e delle dinamiche con cui era avvenuto, resoconto che imputava principalmente, e quasi esclusivamente, agli errori e al cattivo operato degli addetti alla centrale le cause dell'incidente. Dal 1986, comunque, le analisi degli eventi proseguirono e fu sempre Legasov a costruire le basi di quella che sarebbe poi stato il nuovo resoconto ufficiale sulle responsabilità, presentato ufficialmente nel 1991. Le nuove conclusioni di Legasov chiamavano in causa soprattutto:

  • I difetti progettuali del reattore n°4 e, quindi, i progettisti dello stesso;
  • La mancanza di dialogo e trasparenza fra progettisti e tecnici, questi ultimi con una preparazione inadeguata a tenere sotto controllo la situazione alla centrale e privi di informazioni essenziali, conosciute ma da terze parti;
  • La ricerca pedissequa, da parte delle autorità, della maggior resa possibile derivante dalla centrale, persino a scapito dei fattori di sicurezza.

Il sistema politico non accettò né tollerò le posizioni di Legasov, il cui nome fu proposto due volte come per l’onorificenza di "Eroe del Lavoro Socialista" e due volte cassato. Morì suicida nel 1988, proprio il 26 aprile. Nel 1996 il Presidente Yeltsin gli concesse, alla memoria, il titolo onorario di Eroe della Federazione Russa per il coraggio e l’eroismo dimostrati durante la dura battaglia combattuta per attenuare le conseguenze del disastro di Chernobiyl.

La decisione di procedere con l'evacuazione fu presa solo la notte del 27 aprile: fu detto ai cittadini di portare con sé pochi effetti personali, che sarebbero stati trasferiti in misura precauzionale e che in breve tempo avrebbero potuto far ritorno alle loro abitazioni. Le autorità sovietiche iniziarono quindi ad evacuare la popolazione dell'area circostante Chernobyl dopo circa 36 ore dall'incidente. Giunsero da Kiev decine di autobus, successivamente abbandonati in una sorta di cimitero di veicoli nella Zona, dove ancora oggi si possono osservare migliaia di mezzi civili e militari utilizzati per lo sgombero e la gestione delle operazioni. Entro maggio, circa un mese dopo, tutti i residenti nel raggio di 30 km dall'impianto, circa 116.000 persone, erano stati trasferiti. Una volta spenti gli incendi e tamponata l'immediata emergenza, nei mesi e anni successivi si procedette alle operazioni di recupero e di decontaminazione del sito del reattore e delle strade intorno, così come alla costruzione del sarcofago. Incaricati di queste operazioni furono i cosiddetti "Liquidatori". In Bielorussia, Russia e Ucraina circa 600.000 persone, fra militari e civili, ricevettero speciali certificati, e la associata medaglia, che, in base a nuove leggi appositamente promulgate (sembra che essi ricevettero anche la promessa che al termine di un monte ore di servizio sul sito del disastro avrebbero avuto il diritto a una pensione anticipata di tipo militare), confermavano il loro status di "Liquidatori", sebbene altre stime basate su registri nazionali parlino di 400.000 e altre ancora di 800.000 individui. In ogni caso, furono 226.000-240.000 i Liquidatori che operarono nella zona in un raggio di 30 Km dalla centrale (la Zona, appunto) fra il 1986 e il 1987 e furono quelli che ricevettero la dose di radiazioni più critica. Il resto dei Liquidatori lavorò in aree oltre i 30 Km oppure negli anni fra il 1988 e il 1990, quando il livello di radiazioni si era già abbassato. I liquidatori erano quindi uomini, soprattutto civili, provenienti da tutta l’ex Unione Sovietica ed impiegati, a scaglioni, per spegnere ed arginare gli effetti del disastro e, in pratica, per "liquidare" le conseguenze dell’incidente: ripulire la centrale, i villaggi e le strade, spostare (a braccia) il materiale contaminato, seppellire (con pale e badili) quintali di scorie e materiale radioattivi, lavare con getti d’acqua la struttura della centrale, i palazzi di Pripyat e le case dei villaggi, eccetera. I primi liquidatori vennero incaricati di prelevare i blocchi di grafite dal tetto per gettarli a braccia dentro allo squarcio dove si trovava il reattore. Erano sottoposti a turni di 40 secondi l'uno: dovevano uscire sul tetto, sollevare un blocco di grafite di circa 50 Kg di peso e buttarlo il più rapidamente possibile nello squarcio. Altri dovevano invece, con l'ausilio di un badile, spalare i detriti, sempre all'interno del reattore, protetti da indumenti che potevano garantire soltanto un minimo di protezione dalle radiazioni. Il 9 maggio 1986, le 5000 tonnellate di boro, dolomia, argilla e carburo di boro scaricate nei primi giorni sul reattore per spegnere l'incendio della grafite, crollarono ulteriormente dentro la voragine del reattore esploso: da questo ulteriore crollo si sprigionò una nuova nuvola radioattiva che causò un rilascio di materiale di fissione che si sparse in un raggio di 35 chilometri, già evacuati, attorno alla centrale. Secondo gli esperti vi erano buone possibilità che il nocciolo ancora incandescente e pieno di attività potesse sprofondare ulteriormente arrivando a contatto con l'acqua delle falde, causando così nuove esplosioni e la fusione del nocciolo. Vennero allora chiamati dei Liquidatori che operarono come minatori: lavorando a braccia sotto il reattore, scavarono un tunnel per isolare la struttura soprastante dal terreno. Tra i Liquidatori, infine, si trovano anche coloro che provvidero alla costruzione del sarcofago esterno. E' difficile, ora, immaginare quali sarebbero state le conseguenze del disastro se questi individui, i Liquidatori, non si fossero sacrificati per spegnere e ricoprire il reattore esploso. Personalmente, quando correntemente sento parlare di "eroi", qualsiasi significato si desideri attribuire a questo termine, volgo in automatico il mio pensiero anche ai Liquidatori.




Per chi non conosce i dettagli del disastro di Chernobyl, il termine "sarcofago" potrebbe suonare strano e fuori luogo. In realtà il "sarcofago" è la struttura esterna di contenimento che venne allestita, non senza una certa fretta, per far fronte all'emergenza e, in particolare, per isolare il reattore n°4 e i detriti derivati dall'esplosione situati negli immediati dintorni. Chiariamolo fin da subito: il sarcofago, per come fu progettato, allestito e costruito, ebbe e ha ancora un significato puramente "contingente". La priorità non era fornire una struttura portante solida, stabile e duratura; era fornire una struttura rapida da costruire, capace di contenere per un tempo limitato (vedremo più avanti quanto...) la minaccia rappresentata da radiazioni e scorie radioattive e in grado di resistere in modo soddisfacente quanto bastava per concludere i programmi di evacuazione, riorganizzazione e allestimento di nuove strutture di contenimento più performanti. Come ho accennato, fra il 1986 e il 1987 furono circa 226.000-240.000 i Liquidatori che si alternarono per la pulizia e la realizzazione dello scudo protettivo rappresentato dal sarcofago: il reattore necessitava di essere isolato al più presto possibile assieme ai detriti dell'esplosione, che comprendevano circa 180 tonnellate di combustibile e pulviscolo altamente radioattivi e 740.000 metri cubi di macerie contaminate. Fu quindi progettata la realizzazione di un sarcofago di contenimento per far fronte all'emergenza. La volta del sarcofago è sostenuta da tre corpi principali che sorreggono una copertura costituita da tubi di 1 metro di diametro e di pannelli di acciaio. La parete sud è realizzata prevalentemente da pannelli di acciaio che, alzandosi per alcune decine di metri, si inclinano di circa 115° per poi concludere verticalmente formando il tetto; la parete est è quella non collassata dello stesso reattore; la parete a nord è un "mix" di acciaio, cemento e mura semidistrutte; la parete ovest è stata realizzata a parte e poi montata successivamente sulla facciata con l'ausilio di gru. Il sarcofago fu "ultimato" a novembre del 1986 ma ogni anno, proprio per la povertà dei materiali usati e per la mancanza di una più ponderata progettazione, nuove falle (da pochi centimetri a oltre una dozzina di metri di diametro) si aprono sulla struttura. La pioggia si infiltra al suo interno e rischia di contaminare le falde acquifere nonostante il tunnel costruito a braccia dai Liquidatori-minatori per isolare il nocciolo fuso dal terreno. Si calcola che circa 2.200 metri cubi di acqua si riversino all'interno del sarcofago ogni anno, facendo aumentare di 10 volte il peso delle fondamenta che va da un minimo di 20 fino ad un massimo di 200 tonnellate per metro quadrato. Come ho illustrato, dal giorno dell'incidente il basamento è già sprofondato di oltre 4 metri permettendo l'infiltrarsi di materiale radioattivo nelle falde acquifere che si riversano nel fiume Pripyat e, quindi, nel Dnepr. La temperatura all'interno del sarcofago è, ancora oggi, pari a circa 1.000 °C in prossimità del nocciolo e tale temperatura contribuisce al costante indebolimento e alla deformazione della struttura. Subito dopo la costruzione del sarcofago, nelle pareti in muratura interne rimaste sono stati praticati alcuni buchi artificiali per monitorare, mediante l'uso di telecamere a distanza e apparecchiature radiocomandante, la condizione interna dell'edificio semidistrutto. Inizialmente i tecnici e gli operatori supposero di trovare i rottami del reattore sepolti là sotto tra le macerie ma con loro grande stupore, si resero invece conto che non era rimasto più niente: la struttura del reattore si era letteralmente sciolta assieme al nocciolo, colando lungo i piani sottostanti come una vera e propria "lava radioattiva" che ha formato una sorta di stalagmite dalla curiosa forma che assomiglia ad un "piede d'elefante" e proprio così è stata ribattezzata. Costituita dal reattore e dal nocciolo fusi e composta da uranio, cesio, plutonio, grafite ed altro materiale altamente radioattivo, resterà tale per migliaia di anni.





Al livello di guardia

Una vera e propria reazione a catena si è sviluppata nell' opinione pubblica, nella stampa e nelle televisioni, coinvolgendo persino scienziati di alto livello, a proposito delle notizie relative all' incidente avvenuto nella centrale elettronucleare di Chernobyl, a circa 130 chilometri da Kiev nell' Ucraina. E' ben nota l' emotività che produce qualunque notizia relativa al nucleare in quanto quasi sempre si confonde l' incidente in un reattore nucleare con l' esplosione di una bomba atomica. In proposito è indispensabile dare un chiarimento di fondo, pur tante volte invano ripetuto: una centrale nucleare non può esplodere come una bomba, nè un qualsiasi incidente può trasformare il reattore in una bomba. Diverso è il materiale in partenza. In una bomba l' uranio naturale è "arricchito" nell' isotopo fissile al 99 per cento, quindi essa è praticamente costituita solo da materiale capace di dare la fissione nucleare, cioè la scissione del nucleo atomico; invece, in un reattore, il cosiddetto "combustibile" è costituito da uranio naturale arricchito dell' isotopo fissile non oltre il 2,5-3 per cento; il che è una differenza sostanziale. Stabilito ciò, viene da chiedersi, anche alla luce delle più recenti notizie ufficiali, che cosa sia accaduto nella centrale di Kiev. Praticamente dai dati finora pervenuti, l' incidente appare analogo a quello avvenuto alcuni anni orsono in Pennsylvania nella centrale di Three Miles Island, cioè si è avuta una parziale fusione del nocciolo del reattore e quindi un rilascio di radionuclidi e di radioattività nell' atmosfera. Come si ricorderà l' incidente negli Stati Uniti fu, subito dopo le prime allarmanti notizie, ridimensionato e non si ebbero a lamentare vittime negli operatori e tanto meno nella popolazione civile, anche se, per alcune ore, una parte minima di questa fu allarmata ed in parte trasferita altrove.

Fonte: la Repubblica, 1 maggio 1986

L'onda lunga della paura

Mai, in nessun paese del mondo, s' è dato il caso d' un incidente nucleare che abbia obbligato un governo a tenere sotto controllo medico una massa così grande di persone come sta ora accadendo in Urss dopo Chernobyl: più di 400 mila, di esse, almeno 100 mila, dovranno essere tenute sotto controllo per tutta la vita. Il dato complessivo si ricava agevolmente dalle informazioni diffuse nelle varie sedi sovietiche, in diversi momenti, a partire da quel tragico 26 aprile. E' un dato per un verso sconvolgente - perchè rivela l' ampiezza della catastrofe - e per un verso scientificamente rilevantissimo. L' indagine medica, infatti, può permettere, dopo Hiroshima, di aggiornare, sulla base di criteri di indagine più progrediti rispetto a quelli di allora, la conoscenza dei pericoli reali che derivano dalla radioattività. Si tratta di 400 mila persone di ogni età e investite dalle radiazioni a distanze molto diverse dalle vicinanze immediate, dal luogo dell' esplosione, a 100-150 chilometri. I sovietici non dicono nè quando l' indagine verrà conclusa nè se tutti i dati che se ne ricaveranno verranno posti a disposizione degli altri paesi.

Fonte: la Repubblica, 7 giugno 1986

"C'erano 200 tonnellate d'uranio"

MOSCA - Il reattore numero quattro della centrale nucleare sovietica di Cernobyl, esploso il 26 aprile scorso, conteneva 200 tonnellate di uranio, tre delle quali composte dall' isotopo attivo dell' uranio (l' uranio 235). Lo ha affermato Feoktistov, vice-direttore dell' istituto scientifico dell' energia atomica di Mosca. Lo scienziato, in un articolo pubblicato sul quindicinale ideologico del Pcus Kommunist, sostiene che l' esplosione ha avuto un carattere catastrofico perchè durante lo sfruttamento del reattore in esso si è accumulata circa una tonnellata di schegge radioattive. Per questo motivo l' avaria nella centrale nucleare di Cernobyl è stata accompagnata dall' emissione di isotopi radioattivi che hanno provocato una notevole contaminazione radioattiva dell' ambiente circostante. Feoktistov sottolinea che le misure necessarie per decontaminare la zona circostante e quella più distante, della centrale nucleare sono di più difficile attuazione e più costose di tutti i provvedimenti presi per la liquidazione delle conseguenze dell' avaria. D' altronde lo scienziato ribadisce che l' avaria si poteva evitare: bastava seguire scrupolosamente le misure previste affinchè ogni guasto dentro il reattore non provochi un' esplosione nucleare. Feoktistov fa inoltre presente che l' uranio 235 è molto più potente di quello contenuto in una bomba atomica. E' il motivo per cui occorrerà molto tempo prima che sia possibile liquidare le conseguenze dell' incidente nella centrale nucleare di Cernobyl. L' incidente ha tuttavia dimostrato, continua lo scienziato sovietico, che il controllo della sicurezza dei lavori nelle centrali atomiche è possibile solo nelle circostanze di una pace stabile. In caso contrario gli avvenimenti assumono inevitabilmente un carattere incontrollabile. Non solo una guerra nucleare, ma anche una guerra convenzionale, potrebbero avere conseguenze terribili per la distruzione di impianti industriali moderni e soprattutto delle centrali nucleari.

Fonte: la Repubblica, 8 novembre 1986

Italia al terzo posto nella CEE per le radiazioni di Chernobyl

BRUXELLES - L' Italia è fra i paesi della Comunità europea più colpiti dalla nube radioattiva di Chernobyl. Siamo al terzo posto dopo la Grecia e la Germania ma molto prima di Irlanda, Olanda, Danimarca, Lussemburgo, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo. Lo si apprende da un rapporto pubblicato in questi giorni dalla Commissione di Bruxelles e nel quale si analizzano le conseguenze dell' incidente nella centrale nucleare sovietica. Il rapporto si sforza di essere tranquillizzante ma non vi riesce del tutto come spesso accade in materia nucleare. Alle considerazioni rassicuranti segue sempre un però o un tuttavia che ne attenuano di molto la portata. Nel suo girovagare, la nube è entrata nei cieli della Comunità da Sud-Est scaricandosi innanzitutto sulla Grecia che presenta, ovviamente, i valori di contaminazione più elevati. E' salita poi sulla Germania ed è scesa in Italia prima di espandersi su tutta la Cee arrivando anche, con residui trascurabili, sino alla penisola Iberica. Il rapporto della Cee utilizza il sieverts, l' unità di calcolo dell' esposizione globale alla radioattività. Risulta che le dosi effettive medie assorbite nel primo anno dopo Chernobyl e da un neonato sono di 420 sieverts in Grecia, 230 in Germania e 160 in Italia. Il valore resta immutato in Grecia per i bambini di età superiore ad un anno e i ragazzi, diminuisce a 200 in Germania ma aumenta a 180 in Italia. Per gli adulti si scende in Grecia e Germania, rispettivamente a 370 e 190 sieverts, ma si sale a 210 in Italia che conquista così il secondo posto. La media di sieverts per gli adulti calcolata sui cinquanta anni ricolloca però il nostro paese al terzo posto. Si tratta di dosi irrilevanti, si affretta a precisare il rapporto, rispetto alla radioattività naturale assorbita dall' uomo e a quella derivante da pratiche mediche. Nell' intera vita, un adulto assorbe da 70mila e 140mila sieverts di origine naturale ai quali bisogna aggiungerne da 21mila e 35mila a pratiche mediche. Tutto bene, dunque. Ma resta una sgradevole sensazione nell' apprendere è il rapporto della Cee a dirlo che ci saranno un migliaio di cancri mortali causati nella Comunità direttamente da Chernobyl nei prossimi settanta anni. D' accordo, ancora una volta è statisticamente irrilevante di fronte ai 60 milioni di cancri mortali che si prevedono nell' Europa comunitaria nello stesso periodo. Ma la statistica, si sa, è una scienza strana e quei mille cadaveri in più lasciano quanto meno a disagio. Tanto più che il rapporto Cee usa sempre il condizionale ed avverte che una maggiore precisione della stima si potrà ottenere in futuro utilizzando basi di dati migliori. E ancora: Per quanto riguarda le stime attuali delle dosi assorbite, sembrerebbe che le opportune ricerche epidemiologiche volte a rivelare un eventuale incremento delle affezioni perniciose e genetiche dovute all' incidente di Chernobyl non sarebbero realizzabili nella proporzione necessaria per poter ottenere risultati statisticamente affidabili. Insomma, gli esperti brancolano nel buio. Un incidente del genere potrebbe prodursi nella Comunità? chiede a pagina 26 il rapporto dell' esecutivo europeo. La risposta è un no assortito dai soliti tuttavia. Poiché nella Cee si legge nel documento non esistono centrali nucleari che presentano le caratteristiche sfavorevoli di stabilità dei reattori Rbmk (quelli di Chernobyl, n.d.r.) e i criteri di separazione delle funzioni e dei circuiti di sicurezza sono interamente differenti, un incidente del genere non può essere considerato come un segno premonitore o un avvertimento di particolare importanza per la Comunità. Tuttavia, l' incidente di Chernobyl ha richiamato nuovamente l' attenzione su alcuni aspetti della lezione che si è dovuto trarre dall' incidente di Three Mile Island e cioè l' importanza del fattore umano e dell' interfaccia uomo/macchina, l' utilità di una struttura di confinamento adeguatamente progettata e costruita, nonché la necessità di tener conto di una grandissima gamma di eventi concettualmente possibili nel valutare la sicurezza della progettazione e le possibili conseguenze dell' incidente.

Fonte: la Repubblica, 20 novembre 1986

Mosca non ha avvertito. L'Europa corre ai ripari.

La centrale sovietica di Chernobyl era impiegata per la produzione di plutonio a scopi militari. Lo afferma Warren Witzlg, presidente del dipartimento di ingegneria nucleare all'università della Pennsylvania, che ha affermato che i quattro reattori di Chernobyl "servono soprattutto a produrre plutonio anche se generano pure energia elettrica". Jan vanous, direttore di una società americana specializzata nell'analisi delle tendenze economiche nell'Urss, ha affermato che gli esperti concordano che la centrale sovietica è impiegata per usi civili e militari e che proprio per questo essa non è mai stata aperta alle Ispezioni Internazionali. Una cinquantina di membri della Camera del deputati di Washington hanno presentato intanto ieri un progetto di risoluzione che condanna energicamente l'Unione Sovietica per non avver avvisato in tempo gli altri paesi dell'incidente nucleare di Chernobyl e chiede che esperti occidentali siano ammessi sul luogo dei disastro. In toni meno drastici, il responsabile del programma Onu per l'Ambiente, Mustafa Tolba, ha chiesto al governo di Mosca di render pubbliche tutte le informazioni. Presentato dal deputato repubblicano della Pennsylvania Robert Walker, il progetto di risoluzione della Camera ha denunciato il fatto che l'Urss abbia confermato l'incidente solo dopo che la nube radioattiva era stata individuata dagli osservatori del paesi scandinavi e ha definito "un crimine internazionale" quello commesso dal Cremlino con il suo silenzio. Il documento ha anche chiesto che esperti internazionali possano recarsi a Chernobyl per assistere i sovietici e che i giornalisti di tutto il mondo abbiano libero accesso alla zona dell'incidente. L'incidente ha avuto un immediato drammatico riflesso negli Stati Uniti, in particolare in Florida, poichè sulla non lontana Isola di Cuba tecnici sovietici stanno costruendo una centrale atomica. L'isola dista 320 km dalle coste e la preoccupazione è che un incidente slmile a quello di Chernobyl a Cuba costituirebbe un grosso pericolo per il continente nordamericano. "Se si verificasse a Cuba un incidente di proporzioni maggiori, come quello di cui si è testimoni oggi a Chernobyl, qui staremmo molto male", ha detto Bahram Kursunoglu, direttore del centro di ricerche teoretiche dell'università di Miami. Il leader cubano Fidel Castro ha ripetutamente enfatizzato i dispositivi di sicurezza previsti per i quattro reattori in costruzione vicino alla città meridionale di Gleniuegos. Secondo Dave Joliffe, portavoce della Società Nucleare Americana, esistono informazioni attendibili secondo cui i sovietici starebbero costruendo muri di contenimento intorno al reattori a Cuba e che verrà usata acqua pressurizzata, invece della grafite, per moderare la catena reattiva. Negli impianti americani e occidentali viene usata l'acqua come mezzo di raffreddamento o moderazione, mentre nella centrale di Chernobyl il nocciolo del reattore esploso era protetto da un rivestimento di grafite, senza raffreddamento a acqua e senza muri di contenimento.

LONDRA — La fuga radioattiva nella centrale nucleare sovietica di Chernobyl non si può paragonare a quella avvenuta 29 anni fa nella centrale britannica di Windscale, in Cumbria, secondo un esperto della Atomlc energy authorlty, l'ente atomico britannico, anche se forse vi può essere qualche punto in comune. Si tratta infatti di due impianti di dimensioni e struttura diversa, che usano un diverso tipo di combustibile e materiale per il raffreddamento. L'unico punto in comune potrebbe essere, secondo l'esperto, il fatto di avere del «moderatore» di grafite e che la fuga radioattiva è stata causata nell'uno e nell'altro caso da un incendio, forse proprio della grafite.
[Omissis]
In tutti i Paesi europei ed in particolare in quelli del Nord, già investiti dalla nube radioattiva, tutte le attrezzature di misurazione e rilevazione della radioattività nell'atmosfera, nelle acque e nei vegetali sono entrate in funzione.

STOCCOLMA — «Non bevete acqua piovana» è il pressante invito che la radio svedese ha rivolto stamane e ripetutamente a quanti abitano nelle regioni più direttamente colpite dalla nube radioattiva provocata dalla catastrofe nucleare di Chernobyl. La pioggia, ha spiegato l'emittente, ha contribuito, depositando al suolo le scorie, ad aumentare i livelli di radioattività nella zona di Uppsala, a Nord di Stoccolma e nel comprensorio di Oavle, nella Svezia centrale.

COPENAOHEN — Il primo ministro danese Schlueter ha aspramente criticato le autorità sovietiche per non avere informato immediatamente dell'incidente in Ucraina i Paesi che presumibilmente sarebbero stati raggiunti dalla nube radioattiva: «lo hanno fatto, ha detto il premier, dopo che erano passati diversi giorni, e questo è del tutto insufficiente». I danesi hanno invaso le farmacie alla ricerca di compresse di Iodio, che aiutano la ghiandola tiroide a non assorbire radioattività.

HELSINKI — [Omissis]

LONDRA — Il primo ministro Margaret Thatcher ha confermato ieri in Parlamento che dai primi accertamenti non risulta un aumento di radioattività nell'atmosfera della Gran Bretagna.

BRUXELLES — Secondo l'Istituto metereologico belga, nessun effetto dell'incidente nucleare avvenuto in Unione Sovietica è stato avvertito dal sistemi di rilevazione operanti nel Paese.

VARSAVIA — La «nube radioattiva» si trova tuttora al di sopra della Polonia e «si sposta a grande altezza sul territori nordorientali» del Paese. Lo indica un comunicato della «commissione speciale governativa» incaricata dei controlli e del coordinamento delle misure di profilassi diffuso ieri sera dalla televisione. Raccomandazioni vengono date ad ogni modo, specialmente per «neonati, bambini e donne incinte» affinché non consumino «latte proveniente da mucche alimentate con mangimi verdi» a causa del fatto che lo Iodio può «collocandosi sulle piante, penetrare attraverso il latte nell'organismo umano».

PRAGA — In Cecoslovacchia non si è registrato finora nessun aumento del grado di radioattività nell'aria. Lo, ha reso noto ieri sera l'agenzia di stampa cecoslovacca «CMc».

BUDAPEST — Anche in Ungheria, secondo l'Istituto centrale per la fisica di Budapest, non vi è per il momento alcun pericolo di radiazioni.

Fonte: Stampa Sera - numero 114, 30 aprile 1986

Il Corriere della sera: resoconto completo

Sabato 26 aprile 1986

Esplode il reattore numero 4
All’1.23 dopo la mezzanotte, ora locale, il reattore numero 4 della centrale nucleare “Lenin” di Chernobyl (Repubblica ucraina, Urss), esplode durante un test di sicurezza. «Cercavano di fare la pazzia di provare a vedere come si comportava l’unità 4 in caso di fermata per avaria. Un’avaria provocata, in questo caso. Era una prova già tentata (con successo) sull’unità 3, adiacente. Questa volta, non riuscì l’esperimento, somma di errori umani in sequenza impressionante, dalla progettazione della centrale senza copertura blindata fino all’affidamento della prova disastrosa a un turno di addetti che non aveva partecipato alla programmazione». [Jacopo Giliberto, Sole 10/3/2011]

Potenza e temperatura del nocciolo del reattore aumentano in modo incontrollato. Alla prima, fortissima esplosione, che provoca lo scoperchiamento del reattore spostando un blocco di acciaio di 2.000 tonnellate, ne segue un’altra ancora più forte e altre ancora in seguito. Il nocciolo quindi sprofonda nel suolo per oltre 4 metri. Già dalle primissime ore le esplosioni lanciano nell’atmosfera 20 milioni di curie di materiali radioattivi e quasi la stessa quantità di gas radioattivi inerti. Si calcola che il reattore di Chernobyl abbia rilasciato una quantità di sostanze radioattive 200 volte superiore alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki messe insieme. La nube tossica irradia il 70 per cento del territorio della vicina Repubblica bielorussa. In tutto, sono contaminate aree in cui vivono nove milioni di persone.


Domenica 27 aprile 1986

Il reattore brucia, Mosca tace
La cittadina di Prjbiat viene fatta evacuare. Circa cinquantamila abitanti, è ancora più vicina di Chernobyl alla centrale: solo tre chilometri. Completata nel 1970, è destinata in gran parte ai lavoratori della centrale e alle loro famiglie. Squadre di vigili del fuoco, tecnici, militari tentano disperatamente di spegnere gli incendi che si sono sviluppati e che minacciano gli altri reattori. Vengono tutti investiti dalle radiazioni. Mosca ancora tace, il mondo non sa.


Lunedì 28 aprile 1986

“Sciagura nucleare in Urss”
Il primo allarme, in Europa, arriva da Stoccolma e Helsinki, e poi da Oslo e Copenaghen, dove si registra un inquietante aumento del livello di radioattività. In Italia l’Ansa dà questa notizia alle 17.58. Dopo che per tutta la giornata le autorità sovietiche hanno negato l’accaduto, alle 21.01 la Tass diffonde un flash urgente: «Un incidente si è prodotto nella centrale nucleare di Chernobyl, uno dei reattori atomici è rimasto danneggiato, misure vengono prese per liquidare le conseguenze del guasto, ai colpiti viene prestato aiuto, è stata costituita una commissione governativa». Sandro Scabello, corrispondente del Corriere della Sera da Mosca, annota: La formazione di una commissione d’inchiesta governativa lascia intuire che si è trattato di una vera e propria catastrofe». Il Corriere va in stampa con il titolo “Sciagura nucleare in Urss”. [Cds 29/4/1986]

Nessuna variazione della radioattività in Italia, dice l’ingegner Giovanni Naschi, direttore della divisione sicurezza e protezione sanitaria del’Enea. Per domani è annunciata una rilevazione generale straordinaria: «Credo che non troveremo molto: tutto dipende dalle correnti atmosferiche, se spirano da quella parte dell’Unione Sovietica verso l’Italia». [Cds 29/4/1986]


Martedì 29 aprile 1986

Paura nucleare sull’Europa
Il Cremlino chiede con urgenza assistenza e informazioni tecniche a Bonn e a Stoccolma. L’incidente, dice un secondo comunicato, ha provocato la «distruzione di parte delle strutture della costruzione», il danneggiamento del reattore e la fuga di «una certa quantità di sostanze radioattive». I morti sono due. Fonti occidentali parlano di 2.000 vittime, la Cnn di 280. Evacuati gli abitanti di Chernobyl e di altri tre centri urbani nelle vicinanze. I sovietici hanno steso un cordone di sicurezza su un’area di trenta chilometri attorno alla centrale. [Scabello, Cds 30/4/1986]

Un anonimo funzionario del Pentagono riferisce in serata che dalle rilevazioni dei satelliti si nota la scomparsa totale del tetto della centrale atomica e il crollo di una parte delle pareti del reattore.

I venti che avevano portato la nube sul Nord-Europa sono lentamente ruotati in direzione antioraria: l’aria contaminata è passata sulla Polonia. Svezia e Danimarca hanno protestato con Mosca a livello ufficiale: dovevano essere avvertite immediatamente. Lunghe file fuori dalle farmacie in Danimarca: la gente cerca pasticche di iodio per combattere gli effetti delle radiazioni, in Svezia sono andate esaurite in mezz’ora. Il Corriere va in macchina con un titolo a tutta pagina in prima: “Paura nucleare sull’Europa”. [Cds, 30/4/1986]

“L’Italia non corre alcun pericolo”
Conferenza stampa affollatissima del ministro per la Protezione civile Giuseppe Zamberletti, dove si dice che la nube radioattiva potrebbe raggiungere l’Italia tra l’1 e il 3 maggio, e che comunque il nostro Paese non corre alcun pericolo: «I livelli di radioattività non andrebbero al di là di quelli misurati in queste ore in Svezia, e cioè cinque volte superiori al fondo naturale». Mobilitate tutte le stazioni di rilevamento radioattivo: 800 dei vigili del fuoco, 18 dell’Aeronautica, 25 dell’Enea, 4 dell’Enel.

«Nella centrale nucleare di Caorso apparentemente nessuno è preoccupato. Tutto scorre come nei giorni precedenti alla tragedia di Chernobil. Nella palazzina chiamata “Centro di informazione numero 1” entra, come tutti gli altri giorni, una scolaresca: cinquanta ragazzi della media Bagatti di Varedo, vocianti, si accalcano intorno ai plastici che illustrano le strutture e il funzionamento della centrale». La segreteria regionale del Pci chiede l’immediata sospensione dei lavori di costruzione della nuova centrale elettronucleare di Trino Vercellese (2mila megawatt, investimenti per 5mila miliardi di lire) che dovrebbe entrare in funzione tra una decina d’anni.

In Parlamento diversi partiti chiedono chiarimenti. Verdi ed ecologisti hanno cominciato a protestare. Il Pci propone anche di sospendere le procedure per il raddoppio della centrale di Montalto di Castro. Ma il partito non è compatto: c’è un’ala filonucleare (Giovan Battista Zorzoli, responsabile della commissione energia) e una antinucleare (Antonio Bassolino il dirigente più in vista). Il democristiano Salvatore D’Amelio accusa gli organizzatori delle mobilitazioni antinucleari di voler far tornare il Paese alla «civiltà delle candele». [Cds, 30/4/1986]


Mercoledì 30 aprile 1986

La nube radioattiva sfiora l’Italia
La nube radioattiva sorvola Austria, Svizzera e Jugoslavia. In Italia i primi segnali sono captati a Ispra (Varese) e Caorso (Piacenza). E’ arrivata prima del previsto, ma l’innalzamento rispetto al fondo naturale, fino a notte, si mantiene entro i limiti di 1,8 volte. Per Naschi, dell’Enea, un aumento anche di 5 o 10 volte è irrilevante ai fini sanitari: «Perché ci siano effetti nocivi sulla salute dovrebbero registrarsi livelli di alcune centinaia di volte rispetto al fondo». Più preoccupati esperti di Greenpeace e Italia Nostra, che temono effetti cancerogeni a lungo termine a causa dell’ingresso nel ciclo alimentare dei prodotti della fissione.

Il più grande incidente nucleare
Zamberletti al Senato, il ministro dell’Industria Renato Altissimo alla Camera tendono a sdrammatizzare le eventuali conseguenze per l’Italia del «più grande incidente nucleare» mai verificatosi fino ad oggi. La comunicazione ufficiale dell’incidente è stata data dall’Urss a Roma solo alle 20.15 di martedì 29. Nelle repliche, muro di reazioni negative alle reticenze sovietiche. La Dc, insieme ad Altissimo, conferma alla Camera la volontà di non modificare il Piano energetico nazionale. [Cds, 1/5/1986]

La Tass si fa sentire al solito alle 21: conferma che i morti sono due, aggiunge che dei 197 feriti 49 hanno già lasciato l’ospedale. Mosca minimizza ancora: il telegionale della sera si apre con le immagini della piazza Rossa imbandierata per la festa del Primo maggio di domani. Solo più tardi appare la prima foto, in bianco e nero, della centrale devastata dall’esplosione. Le vittime, dicono alcune testimonianze, sarebbero centinaia. Migliaia di capi di bestiame sarebbero morti in poche ore. Le autorità regionali hanno proibito la balneazione e la pesca nei fiumi. Gorbaciov tace. [Cds, 1/5/1986]


Giovedì 1 maggio 1986

L’Italia coperta dalla nube
Contrariamente a quanto si era sperato, la nube non ha semplicemente sfiorato il Nord Italia, ma già da oggi investe in pieno la penisola e ci ristagna sopra. Quello che più preoccupa è l’accumulo sul terreno dello Iodio 131, un isotopo che entra facilmente nel ciclo biologico passando dal suolo alle piante, dagli animali fino all’uomo. Zamberletti suggerisce di lavare bene le verdure. [Cds, 3/5/1986]

«Quando l’uranio si spezza, fra le altre cose viene prodotto questo parente stretto, o isotopo, dello Iodio. Lo Iodio 131 entra nel metabolismo dell’uomo depositandosi nella tiroide ed esponendo questo organo a piccolissime dosi di raggi gamma, cioè di radiazioni elettromagnetiche di altissima frequenza, simili ai raggi X delle radiografie» (Claudio Sennis, direttore aggiunto del Dipartimento sicurezza e protezione sanitaria dell’Enea, sentito da Franco Foresta Martin). [Cds 3/5/1986]


Venerdì 2 maggio 1986

Pioggia nucleare, emergenza in Italia
Quantità apprezzabili di Iodio 131 vengono trovate nelle verdure e nel latte delle mucche che hanno pascolato all’aperto il primo maggio. «Situazione sotto controllo», dice Zamberletti nel primo pomeriggio. Ma il suggerimento di ieri a lavare bene la verdura si trasforma in un pressante invito ad astenersi dal suo consumo. Prende subito l’iniziativa il ministro della Sanità Costante Degan, che non appena finita la conferenza stampa di Zamberletti converte in ordinanza i suoi consigli. Per 15 giorni è vietata la vendita di verdure fresche a foglie e la somministrazione di latte fresco ai bambini fino ai 10 anni di età e alle donne in stato di gravidanza. Il Corriere in prima torna domani al titolo a tutta pagina: “Pioggia nucleare, emergenza in Italia”. [Cds 3/5/1986]

Boris Eltsin, segretario del partito comunista per la regione di Mosca, ammette per la prima volta che l’incidente è stato provocato da un errore umano e che la zona intorno agli impianti è contaminata in modo grave: radioattività intorno ai 200 roentgen per ora, un livello letale. [Cds 3/5/1986]

Tutto esaurito al Cristallo Palace di Bergamo, unico albergo in Europa dotato di un capace e sofisticato rifugio a prova di atomica: la reception non ha requie, non ce la fa più a star dietro alle richieste di prenotazione. Il bunker ha una riserva di acqua, un generatore autonomo di corrente, due apparecchiature per filtrare l’aria dalle radiazioni, misuratori della radioattività atmosferica ecc. È stato progettato da un ingegnere della Nato. [Cds 3/5/1986]


Sabato 3 maggio 1986

La nube fa meno paura
La nube sta per lasciare l’Italia. Zamberletti assicura che la radioattività non ha mai superato valori oltre dieci volte quelli normali. Il governo pensa già alla possibilità di accorciare la durata dei divieti in vigore da ieri. Molti mercati sono rimasti chiusi, in diverse città non è stato distribuito latte fresco. Già bruciati cento miliardi di lire. Manifestazioni antinucleari in molte piazze d’Italia. L’Unione consumatori dice che il miglior antidoto contro l’assorbimento della radioattività è il pesce, soprattutto quello azzurro. [Cds 4/5/1986]

Vietata la verdura a foglie
Sindrome da accaparramento a Roma: terminate le scorte del latte a lunga conservazione. Una certa corsa, ma più contenuta, ai prodotti in scatola che possono sostituire la verdura fresca. Confusione nei negozi e nei mercati: i finocchi come devono essere considerati? Il ministero specifica con una circolare: «Per verdure fresche a foglie devono intendersi prodotti quali insalate varie, cime di rapa, bietola, spinaci, cicoria, scarola, indivia, broccoli, cavoli, cavolfiore, verza, agretti, asparagi varietà verde, carciofi e similari». I finocchi si possono vendere e mangiare. L’ordinanza è rispettata soprattutto nelle città del Nord. Ma si teme il collasso di un settore, l’ortofrutta, da sempre uno dei capisaldi della bilancia agro-alimentare. Nella classifica mondiale dei produttori l’Italia è al secondo posto dopo gli Stati Uniti. Prima invece per quanto riguarda l’export (nel 1985 dalle vendite all’estero il settore ha ricavato 2.700 miliardi di lire). [Cds 4/5/1986] «E la gente come l’ha presa? Per farmene un’idea, ieri mattina, dodici ore la grida dell’accoppiata Zamberletti-Degan addetta ai disastri e alla sanità, ha fatto un giro per Milano (...)». [Leggi l’articolo di Vittorio Feltri]

Tra la gente al supermercato

E la gente come l’ha presa? Per farmene un’idea, ieri mattina, dodici ore dopo la grida dell’accoppiata Zamberletti-Degan addetta ai disastri e alla sanità, ho fatto un giro per Milano. Alle 9 entro in uno dei più rinomati supermercati, in via Santa Croce, e allibisco: una graziosa composizione di lattuga è in bella mostra sul bancone; accanto, una cassetta di radicchi rugiadosi e varie verdure che non nomino per pura ignoranza botanica, ma che di sicuro sono vietate, avendo foglie larghe, larghissime: cavolfiori, spinaci, rucola? Uno stormo di anziane passa in rassegna i cespi, li esamina con occhio intenditore, sceglie e butta il preferito nel carrello. Domando: ma non è proibita?
«Cosa?»
L’insalata.
«Perché?»
Ordine del governo, per la nube: non ha sentito?
«Stupidat, sono scampata a 50 anni con mio marito, quater fioeu, una guèra e la pensione sociale , e adess mi, io dovrei aver paura del cicorino?».

Un giovanotto in camice, un dipendente, presumo, armeggia nello scaffale.
Scusi, lei è della ditta? Non siete stati avvertiti che la verdura non si può vendere?
«Se dovessimo dar retta a tutto quello che dicono, ciao».
Altro supermercato, in via Santa Sofia. Identica scena. Una distesa di songino e di trevisano che va a ruba. Anche stavolta mi intrometto nella spesa di una signora: «Se permette, le consiglio di non mangiare quella roba, è piena di particelle radioattive, rischierebbe di ammalarsi».
Mi guarda con diffidenza, probabilmente mi ha scambiato per un borseggiatore, poi scuote la testa e mormora: «Figurarsi, oggi non c’è più niente di genuino; o che viene su nelle serre o che la fanno arrivare da Israele, dall’Africa o non so da dove, ma non dall’orto. Ma dove sono gli orti? In piazza del Domm? O a Seveso?».

Interviene un’altra cliente e si anima una discussione. Cui aderiscono immediatamente cinque o sei persone. Attacca uno sui 60 anni: «Criticano tanto i russi, ma noi siamo peggio. Se capiss un accident: sbandierano che non c’è pericolo e poi mettono ko l’insalata e il latte. Ma allora? Che si mettano d’accordo».
Un secondo, di poco più giovane: «A me che non mi va giù è la storia dell’acqua piovana, l’è una presa in gir: ma chi è che la beve? S’è mai visto qualcuno a Milano che va a fare rifornimento idrico sulle grondaie?».
Una donna: «Tempi duri, Nostradamus aveva previsto tutto».
Un’altra: «Macché Nostradamus, colpa di Halley, la cometa che mena gram: prima la Libia, poeu el metanolo, mancava la pioggia atomica».
«Per me – prosegue il dibattito, che è troppo confuso e acceso, ormai, per consentirmi di dare paternità alle battute – ci deve essere sotto qualcosa di grave e ce lo nascondono, come giustamente sostiene quel signore che difende i russi».
«Ma io non è che difendo i russi. Dico solo che è un caos. Ho letto che a Bologna i bambini non possono giocare con la sabbia o la terra o quel che l’è. E quelli di Modena, poden crepà?».
«Questo è da ridere in confronto alla faccenda dei pompieri di Caorso, là dove c’è la nostra turbina nucleare. Ieri in televisione s’è visto che hanno fatto delle rilevazioni e il comandante fa “Sì, qual cosina c’è”. Ma siamo matti, cosa significa qualcosina? Decidetevi a parlare benedetta gente».

Verso le 10 più nessuno ha voglia di scherzare: i vigili sigillano le cassette di verdura che trovano nei negozi di fruttivendolo. E uno commenta: «Scommetto l’osso del collo che la congelano e fra 15 giorni la rivendono al doppio. Tanto, assicurano che dopo un po’ di tempo la radioattività svanisce».
Persino le rosticcerie sono in difficoltà: casseruole di spinaci bolliti finiscono nella pattumiera. Chi compra i ravioli indaga sul ripieno: se ha il sospetto che contenga qualsivoglia erba, rinuncia. In un bar, la radio è accesa, sintonizzata su un’emittente privata, lo si deduce dall’eloquio dello speaker. Va in onda un’intervista a un funzionario della centrale del latte: «Bevetene il più possibile – incoraggia gli ascoltatori -: disintossica!». Il barista resta di pietra: «Fa bene o male, ’sto latte? Non si sa più a chi dare ascolto». E un avventore, sorseggiando del vino: «Ma lei pensa proprio che le mucche mangino l’erba? Fra gli estrogeni e il foraggio nucleare, forse è meglio il metanolo. Mi dia un altro bianco, almeno muoio allegro».

Vittorio Feltri

[Cds 4/5/1986]

Il Cremlino affida al primo ministro Ryzhkov, al numero due del Pcus Libaciov e al leader dell’Ucraina Sherbitski l’inchiesta sull’incidente. Dure accuse del presidente americano Reagan all’Urss: ci devono una spiegazione: non è solo una questione interna. Il presidente del Consiglio Craxi incontra Reagan a Tokio alla vigilia del summit dei Grandi. [Cds 4/5/1986]

Gli ecologisti denunciano Zamberletti e Degan (per la «vergognosa carenza di informazione ai cittadini, e la forma incerta con cui sono state prese le misure preventive») e Gorbaciov per «attentato alla salute». [Cds 4/5/1986]


Domenica 4 maggio 1986

Il vento disperde le radiazioni
La nuvola dovrebbe definitivamente abbandonare il nostro Paese questa settimana. Vanno diminuendo i livelli di concentrazione dello Iodio 131 nell’aria e nella vegetazione, aumentano invece nel latte. E’ ancora polemica sull’ordinanza di Degan. Un dirigente dell’Enea: nessun paese in Europa, tranne la Polonia, investita direttamente, ha adottato misure così drastiche. Per gli esperti della Sanità invece l’ordinanza era doverosa. [Cds 5/5/1986]

Il Papa accenna per la prima volta all’incidente: rivolgendo un pensiero alle popolazioni di Kiev e dell’Ucraina. Strip-tease antinucleare con Cicciolina (Ilona Staller) e Ramba (Ileana Caruso) in piazza del Popolo a Roma: si sono spogliate rimanendo solo con alcuni carciofi in mano. Traffico paralizzato, sono intervenuti i carabinieri. [Cds 5/5/1986]


Lunedì 5 maggio 1986

Via la nube, aumenta la radioattività a terra
L’aria è più pulita, ma la pioggia, trascinandosi dietro le particelle non ancora spazzate dal vento, aggrava la situazione. I valori di radioattività al suolo e nei vegetali in ventiquattr’ore sono quasi raddoppiati.

Nei mercati sono triplicati i prezzi delle patate novelle dalla Sicilia. All’ortomercato di Milano i pomodori Riviera sono schizzati a 4.000 lire al chilo all’ingrosso e quelli normali (che sabato erano a 1.200) vengono ceduti dalle 2.800 alle 3.000 lire.

Sulle centrali nucleari in Italia si profila un referendum. I radicali cominceranno tra 15 giorni la raccolta delle firme. Anche socialisti e comunisti hanno lanciato l’idea, ma i comunisti sono spaccati: mezzo partito favorevole alle centrali, mezzo contro. Anche i partiti tradizionalmente filonucleari come la Dc sembrano favorevoli a una pausa di riflessione.

Il governo sovietico ammette per la prima volta che le radiazioni hanno oltrepassato la zona di 30 chilometri attorno all’impianto che è stata fatta evacuare. [Cds 6/5/1986]


Martedì 6 maggio 1986

Le campagne ancora ricoperte dalla “brina nucleare”
Slitta la revoca dei provvedimenti governativi sul divieto di vendita delle verdure. Al Nord i livelli di contaminazione tornano sui valori del 2 maggio, quando la nube è arrivata sull’Italia. Sono in rialzo anche al Centro ma soprattutto al Sud. La Regione Lombardia invita i genitori a tenere i bambini in casa.

Consigli del dietologo: al posto del latte fresco scegliere quello a lunga conservazione, in polvere o condensato e i formaggi; sostituire le verdure a foglie con verdure surgelate e in scatola, patate, carote, pomodori, peperoni, zucca, frutta fresca (mele, pere, agrumi), cereali integrali (per l’apporto di fibre e vitamina E), compresse polivitaminiche e poliminerali.

Primo reportage della tv russa a Chernobyl: sono passati dieci giorni dal disastro. [Cds 7/5/1986]


Mercoledì 7 maggio 1986

Troppo radioattivi per la Cee alcuni prodotti italiani
Sospinta dai venti la nube ha lasciato l’Italia, ma il pericolo della radioattività al suolo continua. I medici consigliano di non tenere i bambini chiusi in casa. E’ sufficiente lavarli quando rientrano. Per la Comunità europea alcuni prodotti agricoli italiani sono troppo radioattivi, ma è scontro tra i Dodici sui limiti di rischio. [Cds 8/5/1986]

Crollano in Italia le vendite di latte e formaggi freschi. Si stimano in cinque miliardi di lire al giorno i danni per il settore dell’ortofrutta. [Sta. 8/5/1986]


Giovedì 8 maggio 1986

Buca la terra il rogo nucleare?
Mentre il premier ucraino assicura che l’incendio a Chernobyl è praticamente domato, tecnici occidentali avanzano una drammatica ipotesi: il nocciolo avrebbe già sfondato lo zoccolo di protezione. La gente continua a fuggire da Kiev. [Cds 9/5/1986]


Venerdì 9 maggio 1986

“A due passi dal deserto nucleare”
Francesco Bigazzi dell’Ansa è uno dei primi giornalisti occidentali ad essere accompagnato dalle autorità sovietiche in Ucraina nei luoghi colpiti dal disastro.

Il vento sta riportando la nube sull’Italia, ma la situazione migliora al Sud. In Sicilia e in Sardegna è revocato il divieto di vendere la verdura fresca. [Cds 10/5/1986]


Sabato 10 maggio 1986

Si spegne l’emergenza nucleare
Massiccia manifestazione degli ecologisti a Roma contro il pericolo atomico: centomila in piazza, disordini provocati dagli autonomi. Sono assenti i principali partiti e molti dei politici che avevano aderito all’iniziativa. [Sta. 11/5/1986]

Migliora nettamente la situazione in Italia. Ma a Bruxelles continua la guerra agli ortaggi radioattivi. Confusione tra i Dodici sulle misure che limitano le esportazioni di latte e verdure. Bloccate quelle dall’Est europeo. Critica a sorpresa dell’Unione consumatori: «Ridicoli i divieti, si può mangiare tutto». [Cds 11/5/1986]


Domenica 11 maggio 1986

Nucleare, sull’Italia torna il “sereno”
Si è ripulita l’aria sulla penisola, scende la radioattività a terra. Gli ecologisti marciano a Trino Vercellese per bloccare i lavori di costruzione di una seconda centrale da 2.000 megawatt, voluta da goverbno, regione e comune di Trino. [St 12/5/1986]

Interviene Papa Giovanni Paolo II: l’atomo rende pauroso il cielo e può danneggiare l’intera umanità al di là delle frontiere nazionali. [Cds 12/5/1986]

I sovietici riprendono il controllo della centrale ma per due settimane hanno temuto la catastrofe. Solo ora Mosca ammette pubblicamente l’estrema gravità dell’incidente di Chernobyl. Responsabili dell’informazione sovietica incontrando esponenti dei mass media dell’Ovest si giustificano così: «Se qualcuno muore non ci precipitiamo alla porta di casa a chiedere cos’è successo. Per non creare panico vogliamo essere precisi e ciò richiede tempo». [Cds 12/5/1986]


Martedì 13 maggio 1986

Ridotti i divieti al Centro-sud
Da oggi è libera la vendita di verdura dalla Toscana in giù. Resta proibito il latte fresco a bambini e gestanti. Migliaia di quintali di verdura sono stati avviati all’Aima per la distruzione. Livelli di radioattività ancora elevati in Veneto e Trentino-Alto Adige.


Mercoledì 14 maggio 1986

Gorbaciov in tv
«Una sventura è scesa su di noi. Il peggio è passato, ma è ancora presto per dire la parola fine». Alle nove e due minuti Mikhail Gorbaciov compare sui teleschermi dell’Urss e rompe un lungo silenzio. Parla per 27 minuti, dice che l’incidente di Chernobyl è stato estremamente pericoloso, «per la prima volta abbiamo sperimentato quanto sia sinistra la forza dell’energia nucleare che sfugge al controllo». Spiega che i morti finora sono nove, 299 le persone ancora in ospedale. «Ma le misure prese hanno evitato un numero maggiore di vittime». [Sta. 15/5/1986]

In Italia si decide che il 22 maggio partirà la raccolta firme per tre referendum sul nucleare: uno proposto dai radicali, uno da Democrazia proletaria, uno dagli ambientalisti. Il ministro della Difesa Spadolini scrive un editoriale sulla Voce Repubblicana: «Il futuro del Piano energetico non può essere affidato alle marce e ai referendum». [Sta. 15/5/1986]


Sabato 17 maggio 1986

Verdura libera anche al Nord
La vendita degli ortaggi può riprendere ovunque dalla mezzanotte. Resta in vigore, fino al 24, il divieto per il latte a bambini e gestanti.


Mercoledì 21 maggio 1986

Un sondaggio misura l’effetto Chernobyl
Nucleare o no? In un sondaggio del Corriere l’Italia risponde così: 70,7% No, 22,8 Sì, 6,5% Non so. Quasi il 50% vuole la chiusura delle centrali esistenti. [Cds 21/5/1986]


Sabato 24 maggio 1986

"L’emergenza è finita"
Torna libero anche il latte fresco. Solo la Regione Veneto continua a vietarlo (fino al 31 del mese). Il presidente del Consiglio Craxi dice: «L’emergenza è finita». Lo Stato ora deve rimborsare gli agricoltori. Si stima che la perdita sia stata di cento miliardi alla settimana. [Cds 25/5/1986]


Domenica 8 novembre 1987

L’Italia va al referendum sul nucleare
L’effetto Chernobyl si fa sentire sul referendum che si tiene l’8 e il 9 novembre del 1987. Gli elettori italiani abrogano a larga maggioranza le tre norme poste in votazione: 1) attribuire al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) il potere di determinare le aree dove insediare le centrali elettronucleari, nel caso non lo facessero le Regioni; 2) autorizzare l’Enel a versare contributi a Regioni e Comuni in proporzione all’energia prodotta sul loro territorio con centrali nucleari o a carbone; 3) consentire all’Enel di «promuovere la costruzione» di impianti elettronucleari «con società o enti stranieri» o anche «assumere partecipazioni che abbiano come oggetto la realizzazione e l’esercizio di impianti elettronucleari» all’estero. Vota all’incirca il 65 per cento degli aventi diritto, la scelta emersa dalla consultazione è nettamente antinucleare (i Sì all’abrogazione vincono rispettivamente con il 70,4, 69,1 e 63 per cento). [Piero Fornara, Sole 2/11/2007]

Le conseguenze di Chernobyl
A venticinque anni dall’espolosione del reattore di Chernobyl non esiste un bilancio unanimemente riconosciuto delle vittime del disastro nucleare. Diverse le ragioni: le reticenze sovietiche prima e la battaglia ideologica tra nuclearisti e antinuclearisti poi, ma anche la difficoltà oggettiva di raccogliere i dati, di stabilire con certezza, per esempio, quanti tumori siano stati causati direttamente dalla nube radioattiva, di dover analizzare il fenomeno su un arco temporale non di giorni o mesi ma di decenni.

Un rapporto del Chernobyl Forum (Agenzia internazionale per l’energia atomica, Organizzazione mondiale della sanità, governi di Bielorussia, Russia e Ucraina), pubblicato nell’autunno del 2005, parla di 58 decessi direttamente riconducibili all’incidente e di 4.000 fra gli evacuati dalla zona di esclusione (quella fino a trenta chilometri dall’epicentro del disastro), gli abitanti delle zone più inquinate e i 600.000 liquidatori, ossia tecnici, pompieri e soldati che da Ucraina, Russia e Bielorussia furono spediti a Chernobyl per tentare di arginare il disastro. [Cds 9/4/2006]

«Per l’Accademia delle Scienze di Mosca, solo in Bielorussia, verso cui la notte della tragedia i venti spinsero enormi quantitativi di sostanze tossiche, si registrerebbero attualmente 270mila casi di tumore attribuibili alle radiazioni. Di questi, 93mila dovrebbero avere un esito fatale. (…) A sentire Leonid Bolshov, direttore dell’Istituto per l’energia atomica russa, Chernobyl è stato soltanto un incidente tecnico, di sicuro non una catastrofe. Dice lo scienziato: “I dati parlano chiaro: 47 persone sono morte quasi sul colpo, e nove bambini di tumore alla tiroide”. Di diverso parere Viaceslav Grishine, che in quei fatidici giorni lavorò allo spegnimento dell’incendio della centrale: “Degli oltre 600mila likvidatory 45mila sono morti e quasi 120mila sono rimasti gravemente invalidi”». [Pietro Del Re, Rep. 26/4/2006]

Una stima dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, basata su studi relativi ai sopravvissuti delle bombe atomiche in Giappone, nel giugno 2005 ipotizzava che entro il 2065 ci si dovrebbero aspettare 16.000 casi di tumore alla tiroide e 25.000 di altro tipo, con 16.000 morti. I Verdi aumentano a 30-60 mila la stima delle vittime presunte, Greenpeace parla di 6 milioni di morti nei 70 anni successivi al disastro. [Iarc.fr, G. Sp. 15/3/2011]

Vladimir Kolinko, nell’aprile del 1986 tra i primi a correre a Chernobyl dopo il disastro, tre anni dopo realizza un documento-denuncia, filmato su una cassetta clandestina. "Nelle campagne contaminate dell’Ucraina, nascono animali moribondi, esseri deformi, creature mai viste, figlie della nuvola radioattiva e della polvere nucleare che copre le colture e le acque. Sono i poveri mostri di Chernobyl e chi li ha visti, si chiede ormai quando toccherà all’ uomo. (…) Il piccolo kolkhoz Petrovski, con i suoi 350 bovini e gli 87 maiali, è un test empirico, rivelatore di una realtà terribile per questa campagna ucraina. Il rapporto ha appurato che nei cinque anni precedenti il disastro di Chernobyl qui si erano registrati solo tre casi di malformazione tra i piccoli maiali, mentre tutti i vitelli erano perfettamente normali. Un anno dopo l’ esplosione nucleare, la statistica diventava agghiacciante: tra gli animali erano nati 64 mostri, 37 maialini e 27 vitelli. Nei primi nove mesi dell’ 88, è ancora peggio: 41 maiali deformi, 35 bovini. I vitelli ogni tanto non hanno la testa o le gambe, nascono senza costole o senza occhi. I maiali presentano una testa malformata (…)". [Ezio Mauro, Rep. 15/2/89]

Chernobyl oggi
«(…) Chernobyl, l’unico incidente nucleare della storia di livello 7 - il massimo -, è l’inevitabile riferimento di queste ore, la pietra radioattiva di paragone che terrorizza al solo nominarla».

Viaggio nel sarcofago di Chernobyl, dove si potrà tornare a vivere tra 600 anni

«Non sarà un’altra Chernobyl» ripete a ogni novità il governo giapponese. «Nessun rischio Chernobyl» assicura l’agenzia per la sicurezza nucleare. «Niente a che vedere con Chernobyl» giura il ministro francese dell’industria, che teme un insorgere del malcontento verso le sue centrali. Chernobyl, l’unico incidente nucleare della storia di livello 7 – il massimo –, è l’inevitabile riferimento di queste ore, la pietra radioattiva di paragone che terrorizza al solo nominarla.

Il sarcofago
Chernobyl è questo immane e stremato sarcofago cento metri davanti a noi. Sembra reggersi solo grazie al sostegno metallico, simile alla rampa di un missile, con il quale l’hanno puntellato nel 2006. L’uomo che ci ha traghettato sin qui, 150 chilometri a nord di Kiev, si chiama Maksim, e di mestiere guida turisti estremi nella «zona di esclusione», il cerchio contaminato – 30 chilometri di raggio – nel quale non si potrà tornare a vivere prima di 600 anni. «Potete scattare una foto da qui, ma non un passo in più e sbrigatevi perché fra due minuti dobbiamo andare». Per aumentare l’autorevolezza dell’ordine, Maksim estrae il contatore geiger dalla tasca e lo accende. Nella base di partenza del viaggio – il vecchio abitato di Chernobyl, 18 chilometri più a sud – i microroentgen segnalati erano 12; qui superano in un amen i 500. «Nessun problema – ripete Maksim con voce platealmente calma – ma non oltre questo punto, e non più di due minuti». Questo punto, fuori dal cancello della centrale, è la stele eretta in memoria dei primi soccorritori, i pompieri e gli operai andati a cuocersi di radiazioni per spegnere l’incendio, e morti nelle settimane successive. L’iscrizione, opportunamente, è anche in inglese: «Agli uomini che salvarono il mondo dal disastro nucleare».

I bilanci
Qualche cifra è indispensabile per capire il loro sacrificio. Mille microroentgen l’ora fanno un milliroentgen, mille milliroentgen fanno un roentgen, un’esposizione a 500 roentgen uccide in cinque ore. Nella notte del 26 aprile 1986, in seguito a un test di sicurezza concepito male ed eseguito peggio, il reattore numero 4 esplose, scoperchiando con la forza del vapore il cilindro di contenimento – e il solaio pesava duemila tonnellate – e disperdendo nell’aria enormi quantità di materiale radioattivo, alimentate dal successivo incendio della grafite contenuta nel nucleo. Per spegnere le fiamme i pompieri salirono sul tetto della centrale, dove i roentgen erano 20mila. «Non più di due minuti» si raccomanda Maksim oggi, 25 anni dopo, per una quantità di raggi gamma milioni di volte inferiore alla notte maledetta. Consapevoli che anche pochi secondi li avrebbero condannati, i pompieri vinsero l’incendio evitando la fusione, e la temuta esplosione nucleare, prima di andare a morire in un ospedale di Mosca. Le polemiche sul nucleare civile rendono delicato il bilancio della tragedia: secondo il rapporto del Chernobyl Forum le vittime dirette furono 68 e 4.000 quelle presunte per tumori e leucemie legate alle radiazioni. I Verdi aumentano a 30-60 mila la stima delle vittime presunte, Greenpeace parla di 6 milioni di morti nei settant’anni successivi al disastro. Chiusa dal 2000 e vigilata in attesa che un nuovo sarcofago sostituisca l’attuale, questa centrale resterà per sempre nella memoria del mondo come Chernobyl, dal nome del paese più vicino ai tempi in cui la sua costruzione venne deliberata. Nel 1970, però, a tre chilometri da qui venne completata Pripjat, una cittadina di 52mila abitanti destinata in gran parte ai lavoratori della centrale e alle loro famiglie. Pripjat venne evacuata 36 ore dopo l’incidente. «Pochi giorni e tornate a casa», così i militari rassicurarono donne costernate e bambini impauriti. Venticinque anni dopo, Pripjat resta la ghost town più estesa, impressionante, a suo modo suggestiva e certamente triste del pianeta. Visitarla è un’esperienza forte, possibile solo con una guida che – come in un campo minato – conosca l’ubicazione delle sacche radioattive. Prima del ponte che introduce alla città, per esempio, c’è la foresta rossa, un tratto di bosco nel quale il cesio 137 resiste, dipingendo gli alberi di un’assurda bellezza. «Pessimo posto per raccogliere funghi», scherza Maksim.

Disgelo
Cinquantaduemila abitanti: più o meno la taglia di Mantova o di Avellino. Ecco, immaginate queste città a noi care abbandonate per 25 anni, immaginatene gli edifici famosi, o quelli frequentati nella piccola quotidianità, le scuole, la palestra, il supermercato, il municipio, tutto deserto. Pripjat si sgretola in un silenzio irreale attraversato dall’acqua del disgelo, un incessante sciogliersi dei tetti ghiacciati – qui in inverno c’è un freddo serio – un furioso colare di rivoli e torrentelli lungo le gronde bucate, le scale pericolanti, gli infissi sbrecciati. Saliamo con la sincera paura di un crollo i sei piani dell’hotel Polissia, l’albergo della città, per scoprire che sull’attico è cresciuta una betulla. Col vento gelido che passa attraverso finestre senza vetri – quasi non esistono più i vetri, a Pripjat – la vista dall’antica sala colazione ti prende alla gola: a sud c’è il reattore, a est il fiume, a nord la foresta e tutto attorno la città morta, i condomini alti e magri dell’architettura sovietica. La ruota del lunapark allestito per la festa del Primo maggio 1986, e ovviamente mai più rimossa, è il simbolo più sfruttato – persino in un videogioco – di Pripjat.

Animali
Fulminea, una lepre attraversa il nostro campo visivo. Maksim racconta un paradosso: vietata agli uomini, la «zona» è diventata un’oasi ecologica, e oltre ai microroentgen chi la percorre deve guardarsi da orsi e lupi. La visita dura due ore, si resta lontani dal cimitero dove vennero sepolte le scorie di grafite, il luogo più contaminato d’Europa; negli edifici in cui entriamo la natura sta completando la sua rivincita, con alberi che penetrano dalle finestre e il pericoloso muschio – trattiene le radiazioni – che pare moquette stesa sull’umidità. «In realtà nella zona vivono ancora 200 vecchi – rivela Maksim –. Sono malati venuti a morire a casa, nessuno se l’è sentita di cacciarli. Due volte alla settimana un camion porta le provviste, una volta al mese un medico fa il giro per visitarli. Quattro abitano a Pripjat, ma dai turisti non si fanno vedere». Lasciamo la città morta con la sensazione di essere osservati.

Paolo Condò

[G.Sp. 15/3/2011]

fonte: cinquantamila.corriere.it


In Shadow of Chernobyl (SoC), primo capitolo di S.T.A.L.K.E.R., la centrale nucleare è la meta dell'avventura del protagonista, il Marchiato. Tutte le leggende metropolitane, le stranezze e i misteri della Zona potrebbero effettivamente avere una spiegazione ed essa si troverebbe da qualche parte all'interno della NPP.
Insieme a Pripyat, l'area della centrale è forse quella più accuratamente ricostruita e rappresentata, oltre ad essere la più pericolosa: sconfinato l'ambiente esterno alla centrale, agghiacciante l'impatto visivo col sarcofago, claustrofobico l'interno, inquietanti oltre ogni dire i segreti che essa custodisce. Militari e Monolith presidiano l'ingresso della centrale e l'area circostante come e più di quanto avremo visto a Pripyat, per cercare di mettere sotto controllo la centrale gli uni e per proteggere i segreti in essa contenuti gli altri, ma questa volta, oltre a proiettili, radiazioni e anomalie, dovremo vedercela anche contro il tempo a causa di un'imminente "blowout" - un'emissione di energia concentrata e incontrollata proveniente della centrale - che minaccia di travolgere il Marchiato e tutti coloro che si lasceranno sorprendere allo scoperto. Faremo quindi bene a trovare in fretta un ingresso e ad avventurarci all'interno della NPP senza voltarci indietro. Nella maggior parte dei Megamod sviluppati dalla Community, le "emissioni" sono state introdotte come evento casuale presente in tutta la zona ed è stato rimosso il "blowout" fisso all'ingresso della NPP; inoltre le zone esterne alla Centrale sono state riviste e rese maggiormente esplorabili.
Tutto questo al fine di offrire la possibilità di godersi maggiormente e più a lungo, ma non per questo più facilmente, i dintorni della Centrale, la loro fedele ricostruzione e il pathos intrinseco a uno dei momenti culminanti dell'interno gioco: l'ingresso nella Centrale! Dentro la centrale non tutto è come sembra: angoscia, paranoia, allucinazioni, inquietanti presenze, diaboliche creature e un esercito di Monolith ci attendono nello sprint finale verso la risoluzione dei misteri della Zona e le risposte alle nostre domande: chi è Strelok? Perchè il Marchiato deve ucciderlo? Cos'è, in realtà, la Zona? C'è qualcosa di vero nelle leggende del folklore locale riguardanti l'"esauditore di desideri"? Cosa proteggono i Monolith? Cosa si nasconde in prossimità del nocciolo del reattore n°4? Avvenutratevi nella CNPP alla ricerca di queste risposte a vostro rischio e pericolo ma non crediate che, nei Megamod in cui è presente il "Freeplay" - la possibilità di continuare a giocare anche dopo aver terminato il gioco, continuando a esplorare liberamente la Zona -, il ritorno verso Pripyat sia più tranquillo: tornare indietro ripercorrendo le sinistre penombre dei corridoi del reattore n°4 rimane un'esperienza inquietante e i pericoli non mancheranno di divenire manifesti nei momenti più inattesi.
E una volta tornati nelle porzioni pià esterne della Zona, magari nella relativa sicurezza del Cordon, non esitate a rallegrarvi di essere sopravissuti, bevendo un po' di vodka al tepore di un fuocherello improvvisato e ascoltando una ballata suonata con una chitarra logora da un vostro compagno stalker. Solo, chiedetevi: "Ho fatto tutto quel che dovevo fare in quella dannata Centrale oppure mi sono lasciato alle spalle qualcosa di incompiuto, qualcosa di inesplorato, qualcosa di irrisolto?" Insomma, avete chiuso la partita con la Zona o dovrete nuovamente incamminarvi verso nord per concludere quello che avete cominciato?
La centrale rappresenta la meta finale anche in Clear Sky (CS), il secondo capitolo - che fa da prequel - nel quale, interpretando il mercenario Sfregiato, avremo modo di comprendere le circostante nelle quali il Marchiato si ritrova all'inizio di SoC. In realtà in CS la centrale è molto meno interessante ed esplorabile rispetto a quanto visto nel primo capitolo e l'intero livello è anzi molto frenetico da gestire e troppo rapido da eseguire per reggere il confronto. Il filmato finale aggiunge un tassello al puzzle della storia di Strelok e del suo gruppo ma anche questa volta gli interrogativi che rimangono sono tanti...