Farmaci e "supermercati"

  1. Coerenza!?
    • Per capire come possono funzionare le cose in Italia
  2. Introduzione alla Sezione
    • Il mio punto di vista generale
    • Struttura della Sezione
  3. L'aspetto economico
    • Il "bene di salute" non è un "bene di consumo"
    • La favoletta e gli specchietti per le allodole
    • Il cittadino spende 3,2 Euro al mese in automedicazione
    • La disoccupazione: un'altra bugia...
    • ...e altre bugie ancora!
    • Ancora una, perchè no!?
    • Un'ulteriore conferma, dal futuro...
  4. I danni al cittadino
    • Potenziale aumento delle patologie iatrogene
    • Ulteriore iscriminazione del diritto costituzionale alla salute
    • Interferenza col servizio di Farmacovigilanza
    • Incentivo ad acquisti impropri
    • Distorta percezione del farmaco
    • Minor monitoraggio dei medicinali
    • La Circolare "tappabuchi"!
  5. I danni al Farmacista
    • Il danno professionale
    • Il danno d'immagine
    • Nient'altro?!
  6. Il mercato del farmaco
    • Enti di beneficenza?
    • Le case farmaceutiche e i furti legalizzati
    • Le farmacie fra il "Decreto Storace" e il "Decreto Bersani"
    • Il vero costo dei farmaci
    • Un inatteso contributo
  7. Un esempio emblematico
    • Il Carrefur "Le Gru", di Grugliasco (TO)
    • Vendita di estratti fitoterapici ritirati dal mercato
    • Vendita di prodotti diagnostici defustellati
    • Quali garanzie e sicurezza offrono i supermercati al cittadino?
    • Le autorità vigilano sui supermercati come sulle farmacie?..
    • ...o fanno figli e figliastri?
  8. Le mie conclusioni (pragmatiche)
    • Spiegare la teoria
    • Illustrare la pratica
    • Perchè non la penso come i "liberi farmacisti"?
    • La mia più incisiva reazione
  9. L'emendamento "D'Elia"
    • Contenuti dell'Emendamento
    • Commenti al resoconto stenografico
    • Conclusioni sui nostri politicanti
  10. Le mie argomentazioni
    • Il cittadino non è pronto
    • Il sistema "farmacia" piace e funziona
    • Il farmaco non è un "bene commerciale di consumo"
    • Il farmacista non è garanzia sufficiente
    • Le frustrazioni di alcuni farmacisti non sono prioritarie
    • Supporti alle mie argomentazioni
  11. La Pianta organica
    • La Pianta organica, secondo me

1- Coerenza!?

Livia Turco, Ministro della Salute, decisa e perentoria: "No alla vendita dei farmaci nei supermercati!"
(frase liberamente tratta, ad esempio, dalle seguenti fonti: La Stampa, 29/05/06, pag. 4; La Gazzetta del Mezzogiorno, 29/05/06, pag 10; La Repubblica, 29/05/06, pag 30; Il Messaggero, 29/05/06, pag 6).

Livia Turco, Ministro della Salute, facendo marcia indietro e ridimensionando le proprie affermazioni: "Forse prima di decidere sulla vendita dei farmaci nei supermercati è meglio parlarne tutti insieme..."
(frase liberamente tratta, ad esempio, dalle seguenti fonti: Il Sole 24 ore, 30/05/06; Il Corriere della Sera, 30/05/06, pag 26; Il Messaggero, 30/05/06, pag 18; La Gazzetta del Mezzogiorno, 30/05/06, pag 15; Europa, 30/05/06, pag 6; Leggo, 30/05/06, pag 2).

Livia Turco, Ministro della Salute, senza curarsi minimamente delle proprie proposte di dialogo: "Sì alla vendita dei farmaci nei supermercati!"
(frase liberamente tratta dalla seguente fonte: Decreto Legge 223/2006, G.U. n° 153 del 04/07/06).

                            




2- Introduzione alla Sezione

Col Decreto Legislativo 223/2006, entrato in vigore a luglio 2006, è stato reso possibile per praticamente qualsiasi esercizio commerciale vendere al dettaglio i farmaci di automedicazione (OTC) e i farmaci senza obbligo di prescrizione (SOP). I contenuti di questo decreto sono stati chiesti, voluti, allestiti e approvati da persone prive di una qualsiasi preparazione in ambito farmacologico e senza alcuna esperienza di cosa significhi lavorare in una farmacia aperta al pubblico, quindi incapaci, forse non per cattiva fede ma semplicemente per "ignoranza", di considerare in modo assennato, obiettivo e accorto le implicazioni di quanto legiferato.
In questa Sezione mi propongo di esporre le mie personalissime e opinabilissime considerazioni sulla scelta di far uscire SOP e OTC dalla farmacia, sui metodi con cui tale scelta sia stata realizzata e sull'inquietante fenomeno per cui, almeno in Italia, l'unica cosa importante sia "parlare", dando voce alla propria opinione indipendentemente dal fatto che essa sia ragionevole, supportata da un adeguato bagaglio culturale o semplicemente conseguente all'ascolto di una posizione diversa, sebbene più autorevole: in Italia quel che conta è "dire la propria" (e guai se non fosse così: dopo tutto siamo un Paese "libero & democratico"... ).
Ci tengo a precisare che io non credo nella Politica, per cui non ho preferenze di alcun genere fra partiti di destra, di sinistra, di centro, anarchici, estremisti o di qualsiasi altra corrente si presentino; preciso anche che porto un grande e sincero rispetto per ogni mio collega in quanto tale, indipendentemente dal suo ambito lavorativo e dai suoi punti di vista inerenti l'argomento in oggetto o altri aspetti della nostra Professione; preciso, infine, che la maggior parte dei contenuti di questa Sezione sono riferiti ai metodi con cui la "mossa" di far uscire i farmaci di libera vendita dalle farmacie sia stata allestita e ai contenuti iniziali con cui essi sono stati proposti e concretizzati.
Prima di iniziare il discorso riporto qui un'opinione, pubblicata sul Corriere della Sera del 10/07/2006, che fornisce un quadro piuttosto mirato sulla Legislazione Farmaceutica italiana e che rappresenta un parere disinteressato nell'oceano di interessi e di smanettamenti che contraddistinguono la politica nel nostro Paese (e forse pure altrove):



A scanso di equivoci: io non conosco Ulisse, non gli ho mai parlato, non ho mai avuto contatti con lui, ignoro le sue posizioni politiche e non so per quale squadra di calcio egli faccia il tifo




3- L'aspetto economico

Parto da qui perchè, fra tutte le motivazioni a suffragio dell'idea di ampliare i canali della vendita al dettaglio dei farmaci di libera vendita, quella dei "prezzi troppo alti rispetto alla media europea" è stata la più propagandata e più utilizzata per far leva sull'opinione pubblica, almeno inizialmente.
Non mi scandalizzo più di tanto: salvo rarissime e particolarissime eccezioni, non esistono OTC o SOP mutuabili, quindi per acquistarli il cittadino deve necessariamente sborsare soldi di tasca propria. Ora, se all'acquirente si domanda semplicemente: "Sei d'accordo a pagare meno le medicine che compri?" cosa ci aspetta in risposta?
Mi stupirei se, tutto sommato, si sollevasse un coro di "No, non se ne parla neanche!", soprattutto considerate la scarsa educazione sanitaria che i vari governi, o chi per loro, hanno promosso e la conseguente scarsa preparazione del cittadino medio nel destreggiarsi con i farmaci.
Non si tratta di affermazioni gratuite: le statistiche raccolte in Italia nel 2005/2006 descrivevano un quadro "apocalittico" secondo cui circa il 40% (fonte: il Centro Antiveleni di Milano) degli incidenti domestici è causato da un impiego improprio dei medicinali e circa il 60% dei medicinali acquistati finisce per scadere e, quindi, per essere buttato nell'immondizia (1,2 miliardi di pillole cestinate nel 2006, pari a un danno di circa 700 milioni di Euro per lo Stato e di 70 milioni di Euro per le famiglie italiane, secondo i dati diffusi da Federanziani a febbraio 2007: soldi sprecati insomma, che avrebbero in parte potuto tranquillamente essere risparmiati se ci fosse stata una maggior accortezza nell'acquisto e una maggior educazione sanitaria rivolta al cittadino).
Già questi dati (ne presenterò altri nel corso della discussione) indicano abbastanza chiaramente come la percezione che il cittadino ha del "farmaco" si basi non tanto su fattori "scientifico-sanitari" quanto su fattori "economico-monetari", per il semplice fatto che, per portarseli a casa, il cittadino deve obbligatoriamente pagarseli, mentre non ha alcun obbligo di studiare Farmacologia, neppure se in gioco c'è la propria Salute: il medicinale viene così ridotto a bene economico di consumo anziché essere considerato, come invece dovrebbe, un bene etico di salute (due concetti che riprenderò fra poco ) e infatti le parti che puntano a demolire il sistema farmacia italiano e a deregolamentare l'accesso al farmaco si pronunciano nell'interesse del "consumatore": nulla di male, se non fosse che i medicinali non si "consumano", che chi utilizza i medicinali è un "paziente" e che egli non desidera togliersi uno sfizio, bensè è costretto a ricorrere al farmaco per tutelare il proprio diritto costituzionale alla Salute.

Di certo, se a considerare il Farmaco come un bene di consumo anziché etico sono per primi coloro che hanno il potere di proporre e di approvare le leggi, è molto facile che essi riescano a trasmettere questo fuorviante e distorto punto di vista a chi, a sua volta, non dispone di una cultura adatta a discriminare un bene di consumo da un bene etico: il cittadino diventa così la vittima più o meno inconsapevole (eppure più meno che più ) di chi, per ignoranza, sceglie di diminuire le garanzie di tutela della salute pubblica anteponendovi interessi economici (anche su questo concetto torneremo più avanti perchè, ovviamente, gli stessi farmacisti sono stati accusati, nel passato e nel presente, di badare solo ai propri interessi economici).
Si noti, fra l'altro, come le proposte legislative in questo senso siano sempre state supportate da disquisizioni economiche (es.: "i farmaci costeranno meno!", "i consumatori risparmieranno", eccetera) ma MAI da argomentazioni riguardanti una tutela della salute pubblica migliore rispetto a quella prima offerta dal Servizio Sanitario e, in particolare, dal sistema farmaceutico. In altre parole, l'aspetto economico, per quanto provvisorio e tutto da verificarsi, è stato anteposto a quello delle garanzie al cittadino. Un buon inizio, direi. Peccato che sia sfuggito all'opinione pubblica, forse per ignoranza o, forse, per semplice "miseria" interiore.
Detto in parole poverissime, cosa significa tutto questo? Significa che al cittadino è stato propinato un discorso del tipo:

"L'Aspirina®, in Italia, costa troppo.

Per fare in modo che costi meno, l'unica strada è permettere che non siano solo le farmacie a venderla.

E' quindi ragionevole legiferare che l'Aspirina® possa essere venduta anche al di fuori della farmacia, cosicché chi ne ha la possibilità stabilisca prezzi più bassi e si instauri quindi una libera concorrenza fra i vari venditori.

Così il cittadino potrà risparmiare molto acquistando l'Aspirina® a prezzi inferiori rispetto a quelli proposti dalle farmacie"
.

Per coerenza con l'importanza che attribuisco al dialogo chiaro, obiettivo e trasparente, SUPPLICO ogni lettore di scrivermi qualora questo messaggio risultasse significativamente diverso da quello proposto a opera dei sostenitori del Decreto 223 prima che esso entrasse in vigore (parliamo degli ultimi mesi del 2005-primi mesi del 2006): grazie infinite, fin d'ora, per ogni eventuale contributo in tal senso
Ah, chiaramente, per "par condicio", invito caldamente chi non conosca un tubo dell'argomento in questione a farsi i fatti propri e a tacere: non c'è peggiore ignorante di chi cerca di esprimersi su qualcosa che non conosce. Meglio sforzarsi di stare zitti e tentare di farsi una cultura prima di dire la propria, persino in un Paese "libero & democratico" come l'Italia
Nel frattempo le mie opinioni a riguardo sono le seguenti:


L'Aspirina® costa cara!

Partiamo col commentare questa prima affermazione.
Purtroppo, credo ci fosse (e, nonostante l'entrata in vigore del "Decreto Storace" prima e del "Decreto Bersani" poi, proposti come brillanti e definitive risoluzioni al "problema", ci sia ancora...) poco da obiettare sulla sua veridicità: può darsi che esistessero Paesi in cui l'Aspirina® costava ancor più che in Italia (io vivo e vivevo in Italia e, quindi, non ho né avevo esperienza diretta di altre realtà...) ma, in generale, è un dato di fatto che in Italia l'Aspirina®, e con essa una nutrita schiera di altri farmaci, costasse più che in altri Paesi.
D'altra parte, volendo essere obiettivi, potremmo dire la stessa cosa di numerosi altri beni (beni di consumo "reali", non "fraintesi" come i medicinali in questa sede), alcuni dei quali di prima necessità (sparo a caso: frutta e verdura?!), di cui, tuttavia, nessuno sembrava voler parlare; non in modo così eclatante come fatto con i farmaci, almeno. E' interessante, fra l'altro, notare come a non curarsene sia stata proprio la Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che fino al giorno prima si occupava solo di quelli.

A ciascuno il proprio mestiere? Non sia mai! Se non si è in grado di tenere "bassi" (che brutto termine: "adeguati" lo trovo più corretto e obiettivo, anche nel rispetto del singolo canale di vendita e delle esigenze che esso comporta) i prezzi dei beni di propria competenza, allora la mossa economica più ragionevole è "appropriarsi" di beni che non siano di propria competenza: l'importante è abbassarne, o diffondere la propria presunta intenzione di abbassarne, il prezzo, seppure di pochi Euro/cittadino/anno; non certo garantire la stessa professionalità e lo stesso grado di tutela della salute pubblica di chi, con questi beni, ci lavora da sempre! Lo ripeto: io qui sto parlando del messaggio con cui i contenuti del DL 223 sono stati elaborati e propagandati, NON necessariamente del livello culturale o della competenza del farmacista che esercita nei canali di vendita alternativi alla farmacia né delle varie "toppe" che nel corso del tempo sono state promulgate per tappare i buchi del decreto in questione (ma nel frattempo chi tutelava il cittadino dall'incompetenza del legislatore?).
Potremmo anche dire che, in media, i farmaci di automedicazione in Italia nei primi mesi del 2006 costavano molto meno di quelli etici (su prescrizione medica) di fascia C: tuttavia, mentre questi ultimi sono prescritti dal medico dopo aver valutato lo stato patologico del paziente, aver effettuato una diagnosi e aver calcolato il rapporto rischio/beneficio relativo alla terapia, i farmaci di libera vendita sono in genere direttamente "autoprescritti" dal cittadino ed è la legge a imporlo (Legge 405/2001, Art. 9-bis) senza neppure che il farmacista possa rivestire il proprio ruolo di "consulente": guai! Il cittadino DEVE AVERE il pieno diritto di accedere LIBERAMENTE ai farmaci di automedicazione, persino nel caso in cui assumere un farmaco di automedicazione metta a rischio la sua stessa salute (da un lato il cittadino ha il diritto di non capire un tubo di Farmacologia; dall'altro ha il diritto di accedere liberamente al farmaco di libera vendita, anche quando intenda farne, per ignoranza, un uso improprio!): è la Legge, non ci si può far niente. Caspita, siamo proprio in un Paese "libero & democratico"!
Eppure la valutazione del cittadino, che porta se stesso ad acquistare un farmaco dall'efficacia limitata (è una caratteristica di tutti i farmaci di libera vendita, a paragone degli eventuali corrispondenti farmaci etici: non lo dico io, lo dice la Legge italiana che li classifica come tali) e dall'utilità nel proprio stato patologico tutta da verificarsi (può far rosicare fino a domani ma il dato di fatto è che il cittadino medio, così come il farmacista, NON è un medico), sembra abbia più peso di quella del medico stesso. Per tacere del ruolo del farmacista, virtualmente nullo.
Diversamente i politicanti, forse, si sarebbero dati da fare per cercare di abbassare anche e soprattutto il prezzo del farmaco etico di fascia C, piuttosto che di quello di libera vendita soltanto.
O no?..
Non necessariamente, se la stampa francese ci avesse visto giusto:

"Il ministero della Salute francese vuole incentivare i cittadini ad acquistare di tasca propria i farmaci per i quali non è necessaria la ricetta medica, almeno per le patologie più comuni; secondo la stampa francese l'iniziativa avrebbe lo scopo di ridurre le prescrizioni e far diminuire così la spesa a carico del servizio sanitario nazionale (Europa, 29/12/06)."

Fonte: Federfarma News, n° 1, 12 gennaio 2007

Liberalizziamo SOP e OTC: è l'unica soluzione

Se la prima affermazione (quella appena discussa, intendo) è, quindi, tutto sommato veritiera, la seconda (quella in oggetto) è assolutamente falsa: consentire che SOP e OTC siano venduti anche al di fuori delle farmacia era solamente uno, per di più abbastanza maldestro, poco competente, limitato e tutto da verificarsi, fra gli interventi che sarebbe stato possibile operare al fine di tamponare (NON "risolvere"": attenzione! Non esiste argomentazione, nè a priori nè a posteriori che suggerisca, anche solo come remota ipotesi, di poter risolvere il presunto problema dei "prezzi troppo alti" con le soluzioni proposte/imposte dai Decreti Storace e Bersani!) il problema dei prezzi elevati. La dimostrazione è che, a oggi, i farmaci di libera vendita continuano a costare, in Italia, molto più che in altri Paesi europei o extracontinentali: che il Decreto Bersani, a conti fatti, non sia servito a niente?..
C'è una bellissima regoletta di vita che recita: "Se vuoi risolvere un problema devi prima individuarne la causa".
Nel nostro caso, e parliamo dei primi mesi del 2006, il presunto problema sono i prezzi troppo alti; ma qual è la causa? La risposta che i politicanti e i loro amichetti altrettanto incompetenti e ignoranti in materia hanno, più o meno esplicitamente, fornito è stata: "Le farmacie", suffragando questa affermazione con discorsi del tipo "Manca la libera concorrenza di mercato", "Le farmacie detengono il monopolio del farmaco", "I farmacisti sono una casta privilegiata", eccetera (tutte considerazioni su cui torneremo, ovviamente: sono così gratuite da meritarsi uno spazio tutto loro ), discorsi che hanno rappresentato un luccicante specchietto per allodole col quale distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica (che nella politica moderna ha sempre giocato un ruolo di primo piano... eh, la democrazia!... ma che, di per sé, è ignorante dei contenuti su cui si esprime almeno quanto i politicanti che poi legiferano) dai VERI responsabili dei prezzi dei farmaci in Italia: le case farmaceutiche, complici i nostri già citati politicanti (= Ministero della Salute, se proprio devo essere più preciso ).
Mi permetto di motivare questa mia affermazione, tanto per non essere considerato alla stessa stregua di chi, invece, parla senza cognizione di causa: era ed è in parte ancora la legge italiana, in particolare la Legge 149/2005 (Art. 1, Comma 3) parzialmente sostituita dalla Legge 296/2006, a stabilire che il prezzo dei farmaci a carico del cittadino sia stabilito dalla casa farmaceutica produttrice, più precisamente titolare dell'Autorizzazione all'Immissione in Commercio (AIC) del medicinale.
Si noti, PER FAVORE, come nessuna farmacia abbia mai avuto voce in capitolo nel legiferare quanto esposto dalla 149 né come nessun "farmacista" (come comunemente lo identifica l'opinione pubblica) sia mai stato interpellato in proposito; si noti anche come, a fronte di tutte le polemiche che sono nate intorno ai prezzi elevati dei farmaci in Italia, i media si siano BEN GUARDATI dall'informare obiettivamente il cittadino sulle cause oggettive del problema, preferendo invece riportare, di giorno in giorno, le varie opinioni di chi era assolutamente "esterno" al mondo del farmaco, e quindi incapace di fornire notizie attendibili; si noti poi come sia facile puntare il dito e muovere accuse verso qualcuno (la "farmacia", il "farmacista") quando non si ha la più pallida idea di quali ruoli e oneri competano, effettivamente, all'oggetto dell'accusa (eh, beata ignoranza: come mai il Ministro della Salute non ha una laurea in Medicina o in Farmacia e come mai il Ministro dell'Economia legifera arbitrariamente sul mondo del farmaco?); si noti infine come sia più facile e meno rischioso per un politicante avere come nemico "i farmacisti" piuttosto che "le case farmaceutiche" (vogliamo fare un paragone economico, visto che quel che conta sembra essere esclusivamente l'aspetto economico della questione?).
Ora, io sono solo un farmacista collaboratore e di politica ne capisco poco o niente (e ne vado fiero, considerato come essa funziona in Italia...) ma, notando come a stabilire i prezzi siano le case farmaceutiche, la prima mossa che mi viene in mente per risolvere il problema dei prezzi troppo alti è proprio modificare la legge, sottraendo un po' dell'autonomia di cui godono le case farmaceutiche stesse al fine di riequilibrare i prezzi allineandoli all'ambito europeo. Mi sembra anche un'operazione più snella e semplice da eseguire dal punto di vista puramente giuridico e organizzativo: modificare un singolo comma di una legge già in vigore piuttosto che elaborare da zero e varare nell'arco di una notte un intero nuovo decreto legislativo!
Insomma, concludendo questa parte del discorso, "politicanti & Co." si sono studiati per bene la favoletta da propinare al pubblico e l'hanno raccontata egregiamente, riuscendo a celare, o quantomeno a distogliere l'attenzione, dalle reali cause del problema. Il pubblico, da parte sua, se l'è bevuta in scioltezza, secondo le migliori tradizioni: dall'ignoranza non nasce mai spontaneamente la spinta a rifiutare le spiegazioni di comodo e a ricercare da sé le risposte. Meglio farsi imboccare passivamente: si sprecano meno risorse intellettuali.
Niente di nuovo nella politica italiana, insomma...

La concorrenza abbatterà i prezzi...

La terza affermazione è conseguenza della succitata favoletta: come abbiamo appena visto, i prezzi alti NON erano/sono dovuti al fatto che OTC e SOP fossero venduti solo in farmacia; eppure creare un clima di concorrenza diventa come per incanto ragionevole se si rimane abbagliati dai già citati specchietti per allodole.
Voglio dire: al momento del varo del DL 223, se a gennaio un SOP mi costava 5 Euro in farmacia, facilmente domani mi sarebbe costato 4 Euro al supermercato (salvo, dopodomani, tornare a costare 5 Euro pure al supermercato, grazie al potere che la legge italiana concedeva alle case farmaceutiche e che il DL 223 non si era minimamente preoccupato di controllare: visionare il testo originale e integrale del Decreto per credere)...

... ma per la gioia di chi, esattamente?
E' stato detto che questo decreto sarebbe andato a vantaggio di TUTTI i cittadini: si trattava di un'altra bugia (toh, che novità! ) e non ci vuole neppure un genio per arrivarci. Ne parleremo meglio a proposito dei "danni al cittadino" ma è intuitivo fin d'ora come possa usufruire dell'eventuale risparmio economico solo chi si trova a portata dell'esercizio commerciale con i prezzi più bassi: non certo il discount alimentare del piccolo comune rurale potrà assumere e mantenere uno o più farmacisti e acquistare grandi linee di farmaci OTC/SOP per rivederli a prezzi ribassati!
Così, ancora una volta come già avvenuto con gli sconti facoltativi autorizzati dalla Legge 149/2005, il diritto alla salute è stato discriminato fra i vari cittadini, a seconda di fattori logistici, geografici e sociali.. per non parlare di quelli politici.
La concorrenza, è ormai un dato "storico", schiaccia il più debole. Finché si tratta di "beni di consumo", il problema non tocca troppo da vicino il cittadino bensì rimane circoscritto all'attività commerciale; ma quando si tratta di "beni di salute", il cittadino ne paga le conseguenze IN PRIMA PERSONA, perchè la salute è un diritto paritario di OGNI cittadino... o almeno così dice la Costituzione Italiana, per quel che ormai vale... e il farmaco è uno strumento intrinseco alla conservazione della salute.

...e ci sarà un grosso risparmio!

E infine arriva la conclusione cui il decreto 223 ci dovrebbe condurre: il CONCRETO E SIGNIFICATIVO (dall'urgenza di un decreto legislativo non ci sia aspetta nulla di meno) risparmio da parte del cittadino che compra l'Aspirina® in questo benedetto supermercato...
Parliamone, di questo concreto risparmio, perchè già in passato le ottimistiche, ingenue e ingannevoli stime dei politicanti non hanno trovato, a distanza di mesi/anni, un riscontro reale. Ricordo la prima stima ufficiale del "grande risparmio" attribuito agli sconti del "Decreto Storace": 200 milioni di Euro risparmiati dai cittadini italiani entro la fine del 2006! Peccato che in Italia ci siano più di 50 milioni di cittadini e che, quindi, il risparmio del singolo cittadino fosse di soli 4 Euro scarsi in 17 mesi .
E' un discorso che ha come oggetto l'Aspirina® ma che può essere esteso a TUTTI i medicinali di libera vendita: l'ANIFA (Associazione Nazionale Industria Farmaceutica per l'Automedicazione) ha diffuso a luglio del 2006 i propri dati secondo cui erano 38 gli Euro procapite spesi dal cittadino italiano nell'automedicazione ogni anno.
38 Euro in 12 mesi: già, senza voler fare i conti in tasca a nessuno, non mi sembra una cifra esorbitante (parliamo di poco più di 3 Euro al mese) ma, considerato che ho servito clienti che mi chiedevano lo sconto sulla provetta per l'analisi delle urine (70 centesimi l'una) insistendo poi per detrarne la spesa dalla dichiarazione dei redditi, posso ben comprendere la preoccupazione dei politicanti nel far uscire al più presto dalle farmacie i SOP e gli OTC .
Inoltre si tratta di 38 Euro in 12 mesi spesi, complessivamente, su TUTTO il farmaco di libera vendita disponibile sul mercato, che NON è assolutamente quello offerto dalla grande distribuzione o dagli esercizi di vendita contemplati dal DL 223/2006: neppure le farmacie tengono in giacenza l'intero repertorio di SOP e OTC (altrimenti sarebbero magazzini, non farmacie)!
Il risparmio teorizzato dai promotori e dai sostenitori del DL 223 al momento della sua entrata in vigore variava dal 20% al 50%, con una media del 30% circa rispetto al prezzo fissato dai titolari dell'AIC (ricordiamo che, PER LEGGE, il prezzo di ogni farmaco era allora ancora stabilito dalla casa farmaceutica produttrice e solo da lei, insindacabilmente: ringraziamo il Ministero della Salute per tanta generosità verso le case farmaceutiche e per la trasparenza con la quale esso e i media ne informarono costantemente il cittadino...).
Quindi, se anche per ipotesi assurda l'intera totalità dei farmaci di libera vendita fosse proposta dai supermercati con quelle percentuali di sconto, il cittadino risparmierebbe circa 10-20 Euro ogni anno.
Tuttavia, come già accennato, i supermercati propongono solo una parte, neppure troppo varia o numerosa, di farmaci, per un più verosimile risparmio procapite di circa 7-15 Euro l'anno (queste le mie stime personali ipotizzate a suo tempo ).
Una cifra esorbitante: giusto quanto basta per star dietro ai rincari di frutta e verdura, così torniamo in pari!
In effetti le stime ufficiali pubblicate nella terza settimana di luglio dal Codacons parlavano di circa 424.000.000 di Euro complessivamente risparmiati, ogni anno, dai cittadini italiani. Eh, le cifre con tanti zeri fanno sempre impressione. Ma anche il numero dei cittadini italiani ammonta a una cifra con tanti zeri.
Una media di neppure 10 Euro l'anno per ciascun cittadino, appunto...
Con numeri così, direi che il problema del costo eccessivo dei medicinali in Italia può essere considerato brillantemente risolto

La disoccupazione: un'altra bugia

Per tirare acqua al proprio mulino, i sostenitori del DL 223 sono ricorsi anche a un'ulteriore argomentazione, sebbene proposta con meno incisività rispetto a quella dei risparmi, probabilmente per questioni di "coda di paglia".  Un'argomentazione che, appunto, si è rivelata essere l'ennesima bugia: il discorso verte sulla presunta disoccupazione che avrebbe afflitto ben 35.000 farmacisti italiani (fonte: Sergio D'Antoni, Viceministro per lo sviluppo economico, 2006) e sul rilevante contributo che i nuovi posti di lavoro riservati, nei supermercati e negli altri esercizi di vendita, ai farmacisti avrebbero fornito per risolvere il problema.
Peccato che il 75% dei farmacisti trovi impiego entro un anno dalla laurea e che questa percentuale arrivi al 95% dopo tre anni (fonte: Consorzio interuniversitario Almalaurea, 2006): in assoluto, quella in Farmacia era ed è anzi, in Italia, fra le tre lauree con i minori problemi occupazionali!

e altre bugie ancora

Livia Turco, a distanza di neppure due mesi dall'entrata in vigore del "Decreto Bersani", ha affermato (es.: "Il Giornale", 23/07/06, pag. 3) che "in diverse località abbiamo già registrato cali di prezzo tra il 30 e il 50%".
Un vero peccato che Livia non abbia mai citato quali fossero queste miracolate "località" (forse perchè, molto semplicemente, non esistono) e che gli unici esercizi commerciali ad aver avviato la vendita di SOP e OTC entro la data in cui il Ministro della Sanità ha proferito questa ennesima bugia abbiano invece proposto sconti non superiori al 20% (la stessa identica percentuale prevista dal Decreto Storace del 2005 come tetto massimo per gli sconti praticabili in farmacia per SOP e OTC! ).

Ancora una, perchè no?

Quanto segue è tratto da un articolo pubblicato in parte da Federfarma e in parte da Adnkronos verso metà ottobre del 2006. Riporto il testo integrale apparso su Federfarma, perchè ogni commento è superfluo, dal momento che la matematica non è un'opinione:

"Sul mensile settembre/ottobre della Coop leggiamo che, grazie al pacchetto Bersani, con il quale il nuovo Governo tanto avrebbe fatto in favore dei consumatori, mediamente una famiglia risparmierà in un anno complessivamente quasi 1.000 euro tra parcelle di avvocati e notai, spese di banche e assicurazioni, maggiore concorrenza nei negozi.
La vendita dei farmaci senza obbligo di ricetta nella grande distribuzione organizzata da sola permetterà, sostiene il bollettino della Coop, un risparmio di 100/110 euro a famiglia.
Boom! Si diceva da ragazzini, quando un amichetto ne diceva una troppo grossa.
Facciamo, infatti, un po' di calcoli: gli italiani sono circa 56 milioni, le famiglie circa 17 milioni. L'intero comparto dei farmaci da automedicazione e senza obbligo di ricetta in prezzi al pubblico nel 2005 è stato di 2.200 milioni di euro in prezzo al pubblico (fonte ministeriale). Secondo la Coop il risparmio complessivo è di 100 x 17 milioni di famiglie pari a 1700 milioni di euro.
Ma immaginiamo, paradossalmente, che tutte le confezioni di SOP e OTC sparissero da farmacie, parafarmacie e piccoli supermercati e fossero vendute esclusivamente dalla Coop con lo sconto medio del 20%. In tal caso si svilupperebbe un fatturato di 1.760 milioni di euro e le famiglie risparmierebbero 440 milioni, non i 1.700 milioni di euro promessi. Con un risparmio – sempre nel caso che tutte le confezioni SOP e OTC fossero nella GDO e tutte fossero scontate al 20% - di 27 euro all'anno a famiglia, (che salirebbero a 40 euro a famiglia nel caso lo sconto fosse del 30%).
Poiché poi da analisi indipendenti si prevede 3e333 3la3DO arriverà a assorbire non più del 20% del fatturato 3complessivo, il risparmio non sarebbe di 27 euro anno famiglia, bensì di 345,4 euro circa all'anno. Ma tale cifra è considerata sul prezzo al pubblico e non tiene conto che anche le farmacie praticano sconti - di cui nessuno parla - che, tra quelli generalizzati e il “paniere” possono superare il 15%-20%. Allora, chi è che bara con una comunicazione al pubblico fuorviante e demagogica? Il Garante, al quale mandiamo copia dei listini, potrà valutare se non si tratti di pubblicità ingannevole.
E per finire: la GDO ha dichiarato di voler arrivare a detenere 200 confezioni sulle 4.500 di OTC e SOP in commercio. Le altre 4.300 saranno reperibili solo attraverso le farmacie perchè commercialmente non interessanti per la GDO. Su tutte queste confezioni il risparmio sarà garantito solo dalle farmacie"
.

Come dicevo, ogni commento è superfluo.
E' il discorso che ho accennato inizialmente: nel nostro Paese ognuno è libero di aprire bocca, di dire la propria, di sparare il suo "BOOM", anche se non conosce letteralmente un tubo dell'argomento in questione e anche se si inventa di sana pianta i contenuti delle proprie argomentazioni. Eh, chiaro: siamo in un Paese "libero & democratico". Non vorremo mica censurare chi diffonde informazioni errate, seppure relative a un bene etico fondamentale quali sono i farmaci, o chi diffonde informazioni inventate che non stanno né in Cielo né in terra? Assolutamente no, per carità : che ciascuno abbia il diritto di mentire, di fare pubblicità ingannevole (ops! La Legge lo considera reato... vabbé, ma siamo in Italia, che problema c'è?) e di comunicare al cittadino informazioni fuorvianti!

Un'ulteriore conferma... dal futuro!

Parlo di "futuro" perchè il marzo del 2007 rappresenta un periodo decisamente "posteriore" rispetto a TUTTI gli assurdi interventi legislativi che sono stati introdotti, dall'estate del 2005 all'estate del 2006, al fine di "supportare" il mercato dell'automedicazione.
Cito l'estate del 2005 perchè "tutto" è iniziato con la Legge 149/2005, che ha introdotto gli sconti facoltativi sui farmaci SOP e OTC, per poi culminare nel 2006 col DL 223.
Ebbene, l'indagine multiscopo dell'ISTAT pubblicata a marzo del 2007 ha evidenziato come il 16,7% degli italiani, nell'anno 2005, abbia ricorso di propria iniziativa all'impiego di medicinali.
Se, di nuovo, la matematica non è un'opinione, nel 2005 l'83,3% degli italiani NON è ricorso di propria iniziativa all'automedicazione!
C'era proprio un bisogno urgente e viscerale di istituire lo sconto facoltativo fino al 20% sui farmaci di libera vendita (= "Decreto Storace", estate 2005) e, successivamente, di eliminare il tetto massimo di sconto e allargare la distribuzione di SOP e OTC al di fuori delle farmacie (= "Decreto Bersani", estate 2006)!
Si dice che "Democrazia" significhi "Governo dei più". In Italia si vede, eccome...




4- I danni al cittadino

Gli aspetti economici di cui abbiamo parlato fino ad ora sono stati, nella misura in cui hanno fatto parte dei già citati specchietti per allodole, gli unici ad essere considerati nella mente di chi ha a suo tempo proposto ed elaborato il DL 223 e, più in generale, l'uscita dei farmaci di libera vendita dalle farmacie. La gente in questione, non conoscendo nulla del ruolo sanitario delle farmacie e vedendo nel farmacista solo un "mercante di medicine", ha trovato negli aspetti economici l'unica ragione valida per ridurre il farmaco a un "bene di consumo": quest'operazione politico-economica sarebbe stata quindi in grado di apportare alla popolazione un vantaggio economico automatico e "gratuito".
Sfortunatamente, di gratuito a questo mondo c'è ben poco e, ancor più sfortunatamente, quando si parla di farmaci, gli unici a rendersene conto sono quelli che i farmaci li conoscono (è lapalissiano: se non conosci qualcosa come fai a esprimere un giudizio obiettivo su di essa?!).
Si noti, a tal proposito, come il DL 223 fosse assolutamente privo di contenuti rivolti a una maggior tutela della salute pubblica. Gli UNICI contenuti erano quelli ECONOMICI: questo, più di molte altre considerazioni esposte qui, dovrebbe far riflettere.
Per correggere il tiro e mettere qualche tappo ai buchi lasciati aperti dall'incompetenza di Bersani è dovuta arrivare la Circolare Ministeriale 03/10/2006, i cui contenuti, finalmente, hanno avuto qualche seppur minimo cenno di interesse verso la tutela della salute pubblica e verso i diritti sanitari del cittadino. Ne vedremo gli aspetti più oltre, in questa stessa Sezione.

Le patologie iatrogene

Un primo "dazio da pagare", così ovvio che quasi mi imbarazza doverne parlare qui, è la proporzionalità diretta, rilevata in ogni Paese e in ogni contesto (parlo del 100% dei casi, senza eccezioni), fra facilità di accesso al farmaco da parte del cittadino e conseguente aumento di patologie iatrogene, intossicazioni acute e ricoveri ospedalieri.
E' un fenomeno normalissimo, a maggior ragione se nel Paese considerato le campagne informative sul corretto uso dei medicinali sono carenti o mal realizzate, ed è un fenomeno che trova radici puramente probabilistiche: più facilmente e liberamente il cittadino è in grado di procurarsi i medicinali, più probabile sarà commettere un errore al momento del loro acquisto e utilizzo.
"Errore" è un termine molto generico ma, considerate le controindicazioni, i potenziali effetti indesiderati e le eventuali interazioni farmacologiche con cibi, bevande, prodotti erboristici o altri medicinali che contraddistinguono praticamente OGNI farmaco, rende bene l'idea dei rischi intrinseci all'uso dei medicinali stessi (non per niente il vocabolo "farmaco" deriva dal greco "farmakon", che significa sia "medicinale" sia "veleno").
Il dato percentuale con cui dobbiamo fare i conti in Italia è sempre quello del CAV di Milano: il 40% degli incidenti domestici è causato da "errori" nell'impiego di farmaci; inoltre, a causa delle sequele iatrogene ogni anno, in Italia, si verificano dai 70.000 ai 100.000 ricoveri (fonte: Codacons, 2006. Sempre a proposito di Coerenza... ).
Con numeri di questo genere, l'ultima cosa che mi viene in mente è facilitare ulteriormente l'accesso al farmaco da parte del cittadino; la prima che mi viene in mente è sensibilizzare la popolazione a un corretto acquisto, uso e percezione del farmaco, per poi verificare periodicamente i risultati di queste iniziative nel tentativo di abbassare le cifre di cui sopra.

Mi fa sorridere come, nonostante tutto, i promotori del decreto abbiano parlato in varie occasioni di "maggiori garanzie per la tutela della salute pubblica" o di "una migliore educazione sanitaria rivolta al cittadino": il DL 223, lo ribadisco, è privo di contenuti sia in un senso sia nell'altro (è un dato di fatto: visionarlo in Gazzetta Ufficiale per credere).
Una precisazione, tanto per non sembrare un profeta di sventura: non sto affermando che l'incidenza delle patologie iatrogene aumenterà esponenzialmente o quintuplicherà nel giro di qualche mese, intendiamoci. Sto solo affermando che il problema delle patologie iatrogene non riceverà alcun contributo positivo dal DL 223 e che esse potranno solo aumentare: poco o tanto, ovunque o solo in alcune regioni/province/comuni, a seconda della cultura del cittadino o del suo stato sociale... sono dettagli irrilevanti. Gli enti, le strutture e i professionisti sanitari hanno il dovere di tutelare ogni cittadino in ogni momento e il diritto alla salute è un diritto di ogni cittadino

L'ulteriore discriminazione del diritto alla Salute

Sotto alcuni punti di vista, forse i peggiori, il DL 223 ha conseguenze molto simili a quelle degli sconti facoltativi previsti dalla Legge 149/2005: entrambi i provvedimenti, infatti, causano una netta discriminazione fra i cittadini e il loro diritto costituzionale alla salute creando fratture geografiche, logistiche e sociali.
Fino a giugno del 2005, infatti, il prezzo dei farmaci (di TUTTI i farmaci) è stato fisso, unico, immutabile e nazionale: il cittadino del paesino rurale in provincia di Aosta pagava un dato farmaco esattamente quanto il cittadino del centro di Palermo, né un centesimo in più, né un centesimo in meno.
La ragionevolezza di questa normativa, fermo restando (lo ribadisco ancora, tanto per non dar luogo a fraintendimenti) l'elevato costo dei medicinali, risiedeva nel carattere universale del diritto alla salute in una Repubblica costituzionale quale è, o dovrebbe essere, il nostro Paese: OGNI cittadino doveva poter accedere al farmaco secondo le stesse regole, con gli stessi oneri economici e secondo le stesse modalità. Insomma, ogni cittadino doveva avere gli stessi diritti, non solo su carta ma anche all'atto pratico, perchè acquistare un medicinale significa acquistare un bene in grado di correggere l'assetto del nostro organismo da uno stato patologico a uno stato fisiologico e contemporaneamente in grado, se usato impropriamente, di indurre a sua volta un nuovo stato patologico: alla fin fine, il concetto di "bene di salute" è tutto qui.
Con gli sconti, per forza di cose non praticabili in ugual misura da tutte le farmacie (sia perchè facoltativi sia perchè non tutte le farmacie si reggono sugli stessi pilastri economici), alcuni cittadini si sono trovati, di fatto, a godere di meno diritti rispetto ad altri: una grossa farmacia nel centro urbano con un giro di clientela alto aveva, almeno in teoria, più possibilità di praticare uno sconto maggiore rispetto alla piccola farmacia rurale di un comune montano con un giro basso. Ecco quindi che i residenti del piccolo comune rurale, tanto per restare in questo esempio, si sono ritrovati a dover pagare di più il proprio diritto alla salute oppure a doversi spostare alla ricerca di una farmacia che praticasse uno sconto più alto: un altro esempio del "bene di salute" ridotto a "bene di consumo".
Col DL 223 lo scenario peggiora ulteriormente, perchè a vendere SOP e OTC con sconti "stratosferici" non sarà di certo il piccolo discount di periferia (un farmacista collaboratore prende una media di 1.200 Euro netti mensili ma il lordo è assai più ingente: sono le trattenute che ci fregano ), bensì il grosso centro commerciale, e di nuovo ci saranno gruppi di cittadini svantaggiati che non potranno godere del presunto risparmio tanto decantato (come accennato, in media una decina, scarsa, di Euro l'anno!).

L'interferenza col Servizio di Farmacovigilanza

Nonostante le opinioni distorte e aberranti di chi, non avendovi mai lavorato, non può conoscere gli aspetti più intimi di una farmacia aperta al pubblico, la farmacia non è solo un luogo in cui si vendono medicine e il farmacista non è solo un venditore di farmaci.
Non starò qui a elencare tutti i servizi di cui la farmacia è il centro nevralgico, perchè non intendo rischiare di risultare retorico. Ne cito solo uno, sicuramente uno dei più importanti e sicuramente uno dei più lesi dal DL 223: il servizio di farmacovigilanza.
"Farmacovigilanza" è un termine astratto che giunge al cittadino solo di sfuggita e occasionalmente ma che rappresenta la garanzia, offerta dal nostro Sistema Sanitario (pur con tutte le sue pecche e i suoi limiti, sicuramente migliorabile) al cittadino stesso, di tutela della salute pubblica attraverso un monitoraggio costante e in continuo aggiornamento dell'impatto che ogni farmaco ha sulla popolazione.
Faccio un esempio banale, proprio riferito all'Aspirina®: questo medicinale è in commercio dall'800, eppure si è dovuto attendere di entrare nel nuovo millennio per tutelare adeguatamente il cittadino verso una patologia, nota come "Sindrome di Reye", la cui insorgenza viene favorita dall'acido acetilsalicilico in età pediatrica e adolescenziale. Così, giusto pochissimi anni fa, alla luce dei dati raccolti grazie al servizio di farmacovigilanza, le autorità competenti hanno alzato da 12 a 16 anni l'età al di sotto della quale l'Aspirina (e con essa tutti gli altri farmaci a base di acido acetilsalicilico) è controindicata.
Eh, sì, leggere il foglietto illustrativo (per quel che vale...) per credere: l'Aspirina® è controindicata sotto i 16 anni!
Il servizio di farmacovigilanza svolto complessivamente dalle strutture sanitarie competenti, compresa la farmacia, ha funzionato fino a luglio del 2006 al 100% del proprio potenziale rendimento, perchè fino a luglio del 2006 il 100% dei farmaci era dispensato in farmacia (la farmacia: l'ultimo anello della catena rappresentata dal Sistema Sanitario, l'anello che sta a contatto col cittadino); adesso che una fetta di farmaci potrà essere venduta anche da esercizi commerciali che col servizio di farmacovigilanza non hanno nulla a che fare, la resa calerà proporzionalmente e chi ne farà le spese sarà, ovviamente, il cittadino.
"Ma i farmaci di automedicazione non sono poi così pericolosi" replicano a gran voce i sostenitori del decreto (individui che della Farmacologia non conoscono neppure le basi): fa sorridere come lo stesso sistema di leggi che ha fatto entrare in vigore il decreto in questione imponga che tali farmaci contengano un foglietto illustrativo pieno di controindicazioni, potenziali effetti collaterali ed eventuali interazioni farmacologiche.
Insomma, mettiamoci d'accordo: o i farmaci di libera vendita non presentano rischi (e allora non ha senso che il foglietto illustrativo faccia tutto quel terrorismo psicologico o che la pubblicità dell'OTC debba essere regolamentata in modo tanto drastico), oppure ne presentano (e allora non ha senso che siano venduti al di fuori della farmacia, che è nata proprio per questo obiettivo nell'interesse del cittadino).
Eh, ma abbiamo visto proprio all'inizio di questa sezione come la Coerenza non sia prerogativa dei politicanti.
Alla luce di tutto questo discorso, il testo del DL 223 era privo di indicazioni o riferimenti circa il servizio di Farmacovigilanza che il farmacista avrebbe comunque dovuto svolgere pur operando al di fuori della farmacia. Mi si obietterà che risalgono al 2003 le disposizioni legislative che fissano la farmacovigilanza come un dovere per ogni operatore sanitario (farmacista compreso). Vero. Purtroppo lo scenario della dispensazione del farmaco nel 2003 era notevolmente diverso rispetto a quello subentrato col DL 223/2006 e, infatti, è dovuta arrivare la già citata Circolare Ministeriale di ottobre 2006 per chiarire il ruolo del farmacista che eserciti in un ipermercato o in una parafarmacia nell'ambito della farmacovigilanza.

L'incentivo a un acquisto improprio

Il dato dell'ANIFA riferito alla spesa procapite media annua del cittadino Italiano in farmaci di libera vendita (38 Euro) collocava l'Italia agli ultimi posti, in Europa, per quanto riguarda l'acquisto di medicinali di automedicazione: la media europea era infatti, a quell'epoca, di 56 Euro. Si noti come nessuno abbia messo in luce il fatto che sì, in Italia i farmaci costassero cari ma ci fosse anche un minor consumo degli stessi (una nota decisamente positiva per un "bene di salute" quale è il farmaco: chi la considera negativamente vede nel farmaco un "bene di consumo" e, quindi, non ha capito un tubo di cosa siano i medicinali). Quando il supermercato proporrà un determinato farmaco a un prezzo più basso, è chiaro che il cittadino sarà incentivato nell'acquisto di quel farmaco e del numero di confezioni, perchè il cittadino può solo guardare il proprio portafogli per orientarsi nell'acquisto: non ha altri strumenti.
Si assisterà a scene già viste grazie al "Decreto Storace" sugli sconti: il cittadino ha un determinato disturbo patologico per il quale risulta indicato un determinato farmaco ma, trovando un altro medicinale meno o per nulla indicato che tuttavia costa meno, opterà per l'acquisto di quest'ultimo (è una situazione cui ho assistito più volte di persona).
Oppure la scena sarà quella "classica" da supermercato: il prodotto costa poco, QUINDI faccio scorta, tanto per evitare che, in seguito, il prezzo venga rialzato e divenga meno conveniente. Non importa se non ce n'è effettiva necessità (uso improprio di farmaci: 40% degli incidenti domestici) o se finirà nell'immondizia fra gli scaduti (60% di tutti i farmaci acquistati): l'importante è che costi poco, così se lo finisco ho la scorta e non mi tocca tornare qui, dove costa meno, per comprarlo.
Oh, intendiamoci: è esattamente lo stesso ragionamento che faccio io quando vado a fare la spesa e, dal punto di vista consumistico, non fa una piega. Peccato che il farmaco non sia un "bene di consumo".

A ottobre 2007 è arrivata un'altra "conferma dal futuro" da "I nostri soldi", RAI TV 3.
Consideriamo ad esempio l'Intervistata all'inizio del documento: "Quando capita che vengo a fare la spesa, qualcosa passo sempre a comprare, insomma, è comodo."
E' un cittadino che si esprime, riferendosi all'acquisto di farmaci nel supermercato dove gli capita di andare a fare la spesa.
L'Intervistata non parla di acquistare il farmaco "quando ne ho necessità"; parla di acquistare il farmaco "quando capita che vengo a fare la spesa"... e non perchè "ne ho bisogno", bensì perchè "è comodo".
Questa "visione"... chiamiamola così... di quale valore debba essere attribuito al "farmaco", di quando il farmaco debba essere acquistato e di quali motivazioni debbano spingere il cittadino ad acquistarlo esisteva già prima del "Decreto Bersani" e, per dirla tutta, già prima del "Decreto Storace". Il grosso dilemma è che, da allora, le Autorità Sanitarie non si sono minimamente preoccupate di correggere il problema, né di mettere nelle mani del Farmacista, il Professionista del farmaco che, si trova per ultimo (soprattutto DOPO o IN ALTERNATIVA al Medico, a seconda di cosa la Legislazione preveda...) a fare da filtro fra cittadino e medicinale, gli strumenti e i poteri legislativi per confrontarsi col cittadino stesso prima che questi acquisti o assuma un farmaco; lo si è ignorato; anzi, lo si è strumentalizzato e utilizzato per promuovere il "farmaco" come "bene economico di consumo".
Anziché riportare a mo' di vegetale la notizia che il cittadino acquista il farmaco "sempre" quando va a fare la spesa, perchè "è comodo", i media dovrebbero preoccuparsi di lanciare l'allarme: "Ragazzi, guardate che c'è qualche cittadino idiota... o sprovveduto... che non ha capito un tubo di cosa sia il farmaco, di come vada impiegato e di quando vada acquistato", magari (è solo un'ipotesi, eh!) lo stesso cittadino che lo acquista perchè "è comodo" e che si lamenta, a fine anno, per l'ingente (!?) somma di denaro che ha speso in farmaci di automedicazione e che poi li butta nel cassonetto dell'immondizia (cfr. denuncia di Federanziani, 2006), alla faccia degli sprechi e dell'inquinamento.
Consideriamo anche un secondo Intervistato, quello che: "Qua trovo il 25%, io ne prendo 4 scatole, me ne ritrovo una gratis". Il cittadino si riferisce alla percentuale di sconto che, su un singolo farmaco, viene praticata nel supermercato in questione. Di nuovo, il cittadino non parla di acquisto "quando ho bisogno", "all'occorrenza", eccetera; parla di acquistarne "4 scatole", in quanto, considerato lo sconto del 25% praticato, una delle confezioni acquistate risulta gratis. Il cittadino di cui sopra, senza dubbio, conosce la matematica (quando si parla di Farmacologia rapportata al proprio portafogli, il cittadino medio non può disporre, ovviamente, di altre abilità) ma è un altro caso in cui il significato del "bene etico di salute" rappresentato dal "farmaco" è travisato. Compro 4, così ne ho 1 in omaggio... e parliamo di farmaci (si noti come, per salvare le apparenze, il DL 223/2006 vieti esplicitamente le offerte del tipo 3x2... peccato che, evidentemente, il risultato pratico che coinvolge il cittadino sia lo stesso!). Vale il discorso presentato poco sopra, complice la banalizzazione del farmaco (cui accenno fra pochissimo) e l'incentivo più o meno diretto, più o meno esplicito cui l'eccessiva "liberalizzazione del farmaco" conduce il cittadino; anche in buona fede.

La distorta percezione del farmaco

Un decreto nato da esigenze puramente commerciali e realizzato da menti che ragionano in termini puramente commerciali non potrà che comunicare al cittadino l'idea che il farmaco sia un bene puramente commerciale.
Ma il farmaco NON è un "bene commerciale" : è un "bene di salute" (non lo scriverò mai abbastanza, a costo di vomitare sulla tastiera!).
Certo, sono classificati come "farmaci" molti prodotti che tali non dovrebbero essere considerati ma, fatte salve le dovute eccezioni, il discorso generale è sempre lo stesso.
Tanto per cominciare, la maggior parte dei farmaci ha una o più indicazioni, che sono i motivi, i contesti, le ragioni per cui ha senso impiegare il farmaco e per cui, in definitiva, il farmaco esiste: se non sussistono le indicazioni, impiegare un farmaco è inutile se non dannoso.
In secondo luogo, la maggior parte dei farmaci ha una o più controindicazioni, che sono i motivi, i contesti, le ragioni per cui il farmaco non dovrebbe essere impiegato: se sussistono le controindicazioni, impiegare un farmaco può essere molto rischioso.
In terzo luogo, la maggior parte dei farmaci ha uno o più potenziali effetti indesiderati, che sono conseguenza della sua azione farmacologica: è molto raro che un medicinale sia così specifico e selettivo da comportare il solo effetto terapeutico.
In quarto luogo, la maggior parte dei farmaci (compresa la maggior parte di SOP e OTC) può interagire farmacologicamente con altri medicinali, con bevande, con cibi o con prodotti erboristici: gli effetti di questa interazione possono essere di varia natura e vanno dal leggero mal di testa al decesso.

Insomma, che, in generale, i farmaci non siano caramelle è ormai un luogo comune; eppure chi legifera sembra ignorarlo. Certamente, i farmaci da banco, a parità di fattori, comportano per la salute rischi statisticamente minori rispetto a farmaci di altro genere: ma chi vogliamo tutelare? Tutti i cittadini o solo una parte di essi? Non è una domanda retorica: lo chiedo perchè, come già rilevato, il diritto alla salute è un diritto di tutti, indistintamente, ed è nella tutela della salute di tutti, indistintamente, che lavorano "costantemente" i professionisti sanitari.
Peccato che i politicanti non siano professionisti della salute e che la maggior parte delle associazioni a tutela del "consumatore" (chi acquista e/o ricorre al farmaco NON è un "consumatore") si preoccupino esclusivamente, almeno a parole, della tutela del suo portafogli.
Ma alla salute del cittadino, che è o dovrebbe essere la priorità, chi ci pensa?

Il minor monitoraggio del farmaco

I medicinali, compresi quelli di libera vendita, "spesso sono soggetti a provvedimenti restrittivi, come ritiri dal commercio, revoche o sospensioni all'immissione per motivi di carattere sanitario" : la farmacia è informata in tempo reale su tali provvedimenti ed è quindi in grado di tutelare tempestivamente la salute pubblica "eliminando" all'istante dalle proprie scorte i medicinali, i lotti o le confezioni non più vendibili.
Nessun altro esercizio commerciale può fornire garanzie analoghe, perchè nessun altro esercizio commerciale è strutturato e concepito per essere l'ambiente naturale della dispensazione del farmaco. Se un esercizio commerciale fornisse le stesse garanzie, si chiamerebbe "farmacia".
Anche qui, la Circolare Ministeriale di ottobre 2006 ha dovuto aggiustare il tiro del DL 223, sottolineando insistentemente l'incompetenza del legislatore.

La Circolare "tappabuchi"

Eccola qui, infine! La Circolare Ministeriale n° 3 del 03/10/2006 in questione ha fornito precisazioni e istituito obblighi circa i doveri che gli esercizi commerciali diversi dalle farmacie debbano attenersi nella vendita dei farmaci.
Buona parte dei contenuti di questa Circolare corregge o cerca in qualche modo di tappare i buchi che il "Decreto Bersani", promosso da chi del "farmaco" non potrebbe saperne di meno, recava nel proprio testo. La Circolare contiene norme "ovvie" e, pur se apprezzabile, lascia aperti ancora molti buchi nel DL 223/2006.
Più di tutto, però, quel che lascia perplessi di questa Circolare è la quasi totale assenza di norme relative alla supervisione, da parte delle autorità competenti, della condotta della GDO e dei canali di vendita del farmaco alternativi alla farmacia: in pratica la Circolare fornisce obblighi e divieti ma non impone alcun controllo esplicito affinché si fornisca al cittadino la garanzia che tali obblighi e tali divieti siano rispettati.
In altre parole, la legge c'è (almeno in parte) ma non c'è nessuno che si sinceri che essa venga applicata. Sotto questo punto di vista, eventi come quelli di Grugliasco sono destinati a ripetersi: il problema non è stato, almeno in quel caso, l'assenza di normative (non si trattava di farmaci!) bensì l'assenza di adeguati controlli.
Nel frattempo le farmacie continuano a ricevere le visite dell'ASL, dei NAS, della Guardia di Finanza, dell'Ispettorato del Lavoro... ci manca solo che passi l'FBI!




5- I danni al farmacista

Io, lo ricordo ancora a scanso di equivoci, sono un farmacista collaboratore: non possiedo la titolarità di una farmacia e percepisco uno stipendio mensile fissato, per legge (in altre parole sono un "dipendente"), a circa 1.200 Euro netti. Nell'immediato, quindi, il DL 223 non mi ha creato alcun danno economico se non il timore di vedermi licenziare, in futuro, se il fatturato della farmacia in cui lavoro calerà eccessivamente.

Il danno professionale

Il danno di cui intendo parlare qui, piuttosto, è a carico della "figura professionale" che rivesto: io SONO un farmacista e lo sono diventato per scelta mia, investendo tempo e denaro negli studi universitari, creandomi un bagaglio culturale adeguato a rivestire i ruoli che mi competono, ottenendo l'autorizzazione dello Stato Italiano a esercitare la mia professione a seguito del superamento di un Esame di Stato e spendendo ogni anno centinaia di Euro per mantenere la mia iscrizione all'Albo, oltre che per pagare tasse e mazzette varie tutte imposte dalla legge "all'italiana" (ma questo è un altro discorso).
SONO un farmacista: conosco vita, morte e miracoli di ogni medicinale presente sul mercato italiano; sono in grado di eseguire preparazioni galeniche "ad hoc" per ogni esigenza del cittadino o del medico prescrittore; supervisiono ogni giorno il lavoro di decine di medici, controllando che le loro prescrizioni siano formalmente corrette e che i loro pazienti vengano adeguatamente informati circa le modalità di impiego dei farmaci loro assegnati; seppure con i limiti che la legge mi impone, mi adopero 40 ore la settimana per risolvere i problemi dei cittadini che, per un motivo o per l'altro, non possono o non vogliono andare dal proprio medico; conosco ogni cavillo legale relativo alla Legislazione Farmaceutica ed elaboro ogni 24 ore un aggiornamento in tempo reale sulle nuove normative entrate in vigore; dispenso integratori, prodotti dermocosmetici, bombole di ossigeno, presidi diagnostici, farmaci, estratti fitoterapici, rimedi omeopatici e chi più ne ha più ne metta; presto servizi di prenotazione CUP, rilevamento della pressione arteriosa, controllo della glicemia, analisi della colesterolemia, consulenza professionale gratuita (GRATUITA!), e la lista è ancora lunga; svolgo ogni anno una serie di aggiornamenti professionali a mio carico (pago io!) imposti dalla legge, al fine di mantenere "giovane" la mia preparazione; presto servizio notturno al costo di 3.87 Euro la chiamata (e credete che mandi a quel paese il cittadino se alle 3.00 di mattina mi suona per acquistare un Moment, sebbene la Legge preveda la necessità di una ricetta medica urgente?!); mi fermo qui per decenza.
Essere un farmacista, alla faccia di chi dovrebbe fare informazione, di chi crede di sapere tutto sulla nostra professione e invece non sa un tubo, di chi emana leggi senza avere una preparazione adeguata sul campo, significa tutto questo e molto altro ancora, che non sto a descrivere perchè l'etica professionale bisogna averla dentro e viverla tutti i giorni per comprendere cosa essa sia. Significa, in definitiva, crearsi e mantenersi un certo bagaglio culturale e sfruttarlo, nella più alta percentuale possibile e con le modalità di volta in volta più opportune, per offrire al cittadino tutta una serie di servizi che competono alla farmacia.

Invece, cosa significa essere un farmacista in conseguenza delle disposizioni contenute nel DL 223? Significa poter dare consigli (sempre che il cittadino lo consenta!) sul 10% dei farmaci in commercio e assicurarsi, per quanto possibile in una struttura priva di collegamenti con gli enti sanitari ufficiali, che il cittadino stesso non acquisti/impieghi a sproposito un medicinale.
Fantastico!
In pratica significa sfruttare il 10% scarso del bagaglio culturale acquisito durante gli studi universitari e dell'autorizzazione, rilasciata dallo Stato Italiano, a esercitare la professione di Farmacista: c'è da stare allegri?

Il danno di immagine

Quante volte abbiamo letto sui giornali: "I farmacisti sono una lobby", "I farmacisti non vogliono perdere i loro privilegi", "I farmacisti detengono il monopolio del farmaco", "I farmacisti sono ricchi lucratori" e altre affermazioni gratuite e banali (e anche un pochino squallide, se mi è concesso dirlo) di tal genere?
Ora, come al solito siamo in Paese libero, quindi ciascuno può dire ciò che vuole. Dobbiamo però tener presente come il termine "farmacista" abbia un significato piuttosto preciso nella lingua italiana, significato sul quale evidentemente quasi nessuno si sofferma prima di aprire bocca (ma non è un problema: in Italia l'importante è aprirla, i contenuti che poi ne escono sono un dettaglio irrilevante).
Di farmacisti, in Italia, ce ne sono decine di migliaia, oltre 70.000. Di questi, la maggior parte (e non parlo del 50% +1 Le succitate affermazioni, quindi, non li riguardano ASSOLUTAMENTE.
Forse quando le si riferisce ai "farmacisti", si intende riferirle ai circa 16.000 titolari di farmacia presenti in Italia: che siano affermazioni motivate o che non lo siano (io non sono un titolare, quindi non ho un'esperienza diretta) è quindi improprio riferirle a 70.000 individui quando, in realtà, si vuole riferirsi a una netta minoranza.
Ma anche in questo caso, converrebbe correggere il tiro, visto che le farmacie da "guadagno stratosferici" (qualsiasi significato desideriamo attribuire a questo aggettivo) sono solo il 20% circa di tutte le farmacie presenti sul territorio; soprattutto, non è detto che ad "alti guadagni" debbano corrispondere automaticamente "illeciti amministrativi, penali o deontologici".

Queste distinzioni sfuggono completamente all'opinione pubblica, che bolla sistematicamente "i farmacisti" (tutti quanti) in base alle colpe, reali o presunte, di una minoranza. Minoranza al cui interno, per correttezza, andrebbero poi fatti ulteriori importanti distinzioni, perchè che la farmacia sia una fonte di reddito è innegabile e indiscutibile (e normalissimo, non essendo un ente di beneficenza) come è innegabile e indiscutibile che il responsabile della farmacia, nel bene o nel male, sia il titolare: c'è però farmacia e farmacia, e c'è titolare e titolare.
Essere un "farmacista" significa essere un professionista sanitario preparato a (e col dovere di) tutelare in ogni momento la salute di tutti i cittadini: questa è la figura professionale che rappresentiamo e questa è la garanzia che offriamo pubblicamente ogni giorno. Se poi alcuni farmacisti, che sono "esseri umani", hanno commesso o commettono mancanze nell'esercizio della professione non vedo per quale motivo si debba screditare l'intera categoria.
Anche qui, fra queste righe, io non rappresento "i farmacisti". Io, qui, rappresento me stesso: UN SINGOLO farmacista. Non mi sento responsabile delle mancanze dei miei colleghi (e se, come sono persuaso, ogni categoria professionale ha le proprie "mele marce" non vedo perchè i farmacisti dovrebbero rappresentare un'eccezione) ma non vedo neppure perchè, per gli errori o la mala fede di alcuni, tanti o pochi che siano, un'intera categoria di professionisti debba rimetterci.
Che ciascuno si assuma le PROPRIE responsabilità (Ministero e case farmaceutiche in testa) e che chi sente l'esigenza di puntare il dito lo rivolga, dopo essersi documentato adeguatamente, contro chi se lo merita sul serio.

Nient'altro!?

Noterete, forse, come fra i danni arrecati al farmacista non abbia menzionato alcun aspetto economico della faccenda. Io, come spero sarà ormai chiaro, sono un farmacista collaboratore e l'entrata in vigore del DL 223 non ha fatto variare di un centesimo il mio stipendio: diciamo che, a breve termine, il decreto in questione non mi ha toccato direttamente e, quindi, che non sarei onesto se lamentassi un personale danno economico causato dall'uscita dei medicinali di libera vendita dalla farmacia.
La storia è sicuramente diversa per alcuni titolari di farmacia ma, non essendo io uno di loro, non posso conoscere in modo preciso l'entità del "danno"; inoltre, come già accennato in precedenza e più volte nell'intero Sito, esiste farmacia e farmacia (e titolare e titolare), con differenze anche sostanziali sul reddito a seconda della zona geografica, della logistica, del giro d'affari e di altri aspetti più o meno rilevanti.
Il dato di fatto, ad ogni modo, è che i farmaci di libera vendita rappresentano, nel loro insieme, circa il 10% di tutti i farmaci presenti sul mercato italiano; inoltre, secondo l'ANIFA, il cittadino spende, in media, 38 Euro ogni anno per questo genere di farmaci; infine, il prezzo medio di questi farmaci è inferiore, neppure di poco, a quello dei farmaci etici di fascia C.

Tutto questo per dire come, tutto sommato, il "danno" economico che le farmacie private hanno subito e subiranno ancora a causa dei contenuti del DL 223 relativi ai farmaco di libera vendita non sarà esorbitante (come non sarà esorbitante il risparmio del cittadino ): si parla di un 4-7% dell'intero fatturato (e di neppure 10 Euro annui di risparmio a testa).
Ecco, quindi, come anche accuse del tipo "I farmacisti sono contrari alla vendita di SOP e OTC ai supermercati perchè ci perderebbero soldi", oltre a mostrare ignoranza sul significato del vocabolo "farmacista" (ma questa, ormai, è un'abitudine di media, istituzioni e, di riflesso, anche del cittadino medio) non trovano un riscontro concreto nella realtà dei fatti.
E neppure trovano un riscontro concreto affermazioni del tipo "I farmacisti sono una casta che detiene il monopolio della vendita del farmaco", frasi ormai stereotipate e abusate, di cui neppure chi le proferisce conosce il reale presunto significato. Non intendo scrivere commenti in proposito, anzi preferisco lasciare la parola a chi, meglio di me, ha saputo individuare e illustrare lo squallido fraintendimento alla base dell'argomento (fonte: Corriere.it, 26/07/06):




6- Il mercato del farmaco

Mi rendo conto di aver involontariamente lasciato spazio a un fastidioso fraintendimento: oltre a scusarmene fin d'ora ci tengo a chiarirlo subito, nella speranza che chi legge sia così paziente e obiettivo da dedicare a queste righe la propria attenzione.
In tutta la "Farmacia Virtuale", e in questa pagina in particolare, non ho fatto altro che ripetere come il farmaco NON sia un "bene economico di consumo", bensì un "bene etico di salute". Lo ribadisco: il farmaco NON è un "bene economico di consumo". Il farmaco E' un "bene etico di salute".
Eppure è sotto gli occhi di tutti come, per usufruire delle proprietà farmacologiche di qualsiasi medicinale, il cittadino sia obbligato, direttamente o indirettamente, a spendere denaro, generando quindi un "mercato" (in qualsiasi modo vogliamo intendere questo termine)
I farmaci non sono gratuiti per nessuno (neppure quelli mutuabili: non li si paga al momento della presentazione della ricetta, ma li paghiamo tutti al momento del versamento delle tasse, per coprire le spese del Sistema Sanitario!), perchè chi li fabbrica spende soldi al fine di produrli e, quindi, necessita di un ritorno economico al momento di venderli, in modo non solo da tornare "in pari" ma anche da guadagnarsi una pagnotta per lo sforzo compiuto. Per quanto "etico" e "di salute", il farmaco è quindi comunque un bene "materiale" e non una prestazione professionale che possa essere eseguita anche gratuitamente (come avviene, ad esempio, per le prestazioni professionali del farmacista, peraltro unico e isolato caso fra tutte le professioni: nessun altro professionista elargisce le proprie consulenze gratuitamente. E' un fatto).
In ultima analisi, il fatto che il farmaco sia un bene materiale e, quindi, abbia un costo in denaro è anche il motivo per cui io sono qui a scrivere e tu sei qui a leggere ed è anche la sostanziale differenza fra l'esercizio professionale del Farmacista e l'esercizio professionale di altre figure laureate e abilitate dallo Stato a esercitare (es.: Medico, Avvocato, eccetera).

La differenza di fondo sta nelle prestazioni professionali erogate: un Avvocato o un Medico erogano, nel proprio studio, una prestazione professionale di consulenza (con tutte le relative implicazioni, a monte e a valle) e sono retribuiti in base a tali prestazioni. Un Farmacista eroga, nella farmacia (o parafarmacia) in cui lavora, una prestazione professionale di consulenza (gratuita) e una serie di prodotti (il farmaco etico rimane l'esclusiva della farmacia) che hanno un proprio costo e che, nell'esclusiva della farmacia stessa, influiscono direttamente sullo stato di salute di chi li deve impiegare.
Non esiste un vero e proprio "mercato delle consulenze professionali" (infatti Avvocato, Medico e Farmacista possono aprire un proprio "negozio" - studio o parafarmacia - nel quale erogare tali consulenze). Esiste invece un vero e proprio "mercato del farmaco" che deve essere opportunamente (il che non significa che la situazione attuale non sia perfettibile, anzi) regolato proprio in virtù della valenza etica del farmaco stesso: esso non può essere assoggettato alle normali regole di mercato e/o dell'imprenditoria (perchè il farmaco non è un bene commerciale di consumo). Sempre a mio avviso rimane il fatto, comunque, che l'attività imprenditoriale esula completamente dagli attributi intrinseci alla definizione di "Farmacista" (così come da quella di "Avvocato" o di "Medico". E infatti la farmacia è un'azienda; lo studio di un Avvocato o di un Medico, no): a parer mio, l'argomentazione di chi fa del farmacista titolare di farmacia l'unica figura professionale "completa & libera" non sta in piedi neppure con le stampelle ma questo è un discorso che affronterò più oltre.

I medicinali, dicevo, HANNO un costo: resta da vedere quale sia effettivamente questo costo in rapporto a quel che il cittadino deve spendere.
Una prima considerazione, obiettiva, che possiamo fare è la seguente: né le farmacie né le case farmaceutiche sono enti di beneficenza. Vediamo perchè.

Le case farmaceutiche

La casa farmaceutica che investe tempo, denaro e risorse intellettuali per creare una molecola in grado di svolgere un'attività terapeutica ha ogni diritto di VENDERE la molecola in questione a un prezzo tale da coprire, in tempi ragionevoli, le spese sostenute in ricerca, brevetti, pubblicità, documentazioni, stipendi, fallimenti (solo una bassissima percentuale di tutte le molecole studiate ottiene, infine, l'Autorizzazione all'Immissione in Commercio e solo dopo diversi anni), eccetera.
Questo, in definitiva, è anche il motivo per cui i farmaci "generici" o "equivalenti" costino, o dovrebbero costare, meno rispetto al medicinale "originale".

D'accordo, l'ultima considerazione qui sopra non c'entra un tubo con questa Sezione: era solo per spiegare, una volta in più, come l'"equivalente" non sia, di per sè, un farmaco di "serie B" e come il farmacista, quando lo propone, non punti a "fregare il cittadino"

Le case farmaceutiche, tornando a noi, hanno un obiettivo interesse a, e un altrettanto obiettivo diritto di, proporre il frutto dei propri sforzi a un prezzo PROPORZIONALE alle risorse economiche e ai rischi impiegati nella sua creazione.
Non c'è nulla di male o di scandaloso in questa considerazione: è la normalità per qualsiasi SISTEMA COMMERCIALE (per chi stesse pensando: "Ecco, ti sei fregato da solo: hai ammesso che il farmaco è un bene commerciale!", ci si vede fra qualche decina di righe per gli opportuni chiarimenti ) cui il farmaco, in quanto "bene materiale", non può sottrarsi.
Insomma: nessuno lavora "aggratis". Se io mi sbatto per inventare una molecola in grado di curare una patologia, è appena normale che venga retribuito per gli sforzi compiuti in tal senso.
Il problema è: tu, casa farmaceutica, dimmi QUANTO DESIDERI essere retribuita per i tuoi sforzi!

No, scusate: colpa mia Permettetemi di riformulare la domanda e di ricordare come tutto questo discorso sia riferito al 2006.
Il problema è: tu, casa farmaceutica, dimmi QUANTO LA LEGGE TI CONSENTE di essere retribuita per i tuoi sforzi!
La risposta, cristallina e candida come se fosse proferita dalla bocca di un infante è: "Tanto quanto voglio".
E tanto è, infatti: non un centesimo in più!

Il prezzo dei farmaci (con le dovute proporzioni, il discorso continua a valere persino con l'entrata in vigore a pieno regime della Legge Finanziaria 2007 nell'ambito dei medicinali di libera vendita) è stabilito dalle case farmaceutiche: non ci sono limiti, non ci sono vincoli, non ci sono giustificazioni da fornire, non ci sono patteggiamenti da compiere. La casa farmaceutica decide il prezzo e il prezzo è quello. Punto.
Così funzionava la legge italiana (Legge 149/2005, Art. 1, Comma 3), elaborata e approvata da gente che non ha mai lavorato in una farmacia aperta al pubblico, che non ha una laurea né in Farmacia né in Medicina e che di Farmacologia non conosce un tubo. E forse, mi permetto di ipotizzare, che non ha grossi problemi economici a reperire i farmaci di cui necessita.
Concludendo questa parte del discorso: le case farmaceutiche sono ladre? Senza dubbio. Per quale motivo? Perchè la legge italiana consente loro di esserlo impunemente. Chi compie un furto avendo alle spalle la legge che lo tutela non è più un ladro. Diventa tutto legale.
Il discorso che abbiamo fatto fino ad ora è stato in parte ridimensionato dalla Legge 296/2006 (Legge Finanaziaria 2007, Art. 1, Comma 801) ma, ai fini della discussione che stiamo affrontando, non cambia nulla, dal momento che l'uscita di SOP e OTC dalla farmacia è stata progettata, programmata, allestita e approvata ben prima della Finanziaria stessa.

Le farmacie

All'interno del discorso riferito alle farmacie (private o comunali non fa differenza), ci sono un paio di date cronologiche che meritano di essere ricordate: il 27 maggio 2005 e il 4 luglio 2006 (sarà destino che certe disposizioni legislative debbano essere varate in prossimità del periodo estivo?! ).
Fino al 27/05/2005, infatti, il prezzo dei farmaci (di OGNI farmaco) è stato fisso, immutabile, nazionale e stabilito a discrezione delle case farmaceutiche.
Dal 27/05/2005, col "Decreto Storace" convertito poi nella già più volte citata Legge 149/2005, il prezzo dei farmaci di libera vendita (OTC e SOP) è rimasto a discrezione delle case farmaceutiche ma ha smesso di essere fisso, immutabile e nazionale: le farmacie, facoltativamente, avrebbero infatti potuto applicare uno sconto, purché esso non fosse superiore al 20% del prezzo stabilito dalla casa farmaceutica stessa.
Questo cosa significa? Significa che fino al "Decreto Storace" la responsabilità che le farmacie e "il farmacista" avevano del prezzo dei farmaci (di TUTTI i farmaci) era zero; nulla; nessuna (ciononostante, il dito dei "benpensanti" veicolato dai media era sempre puntato sul farmacista). Dal "Decreto Storace" in avanti (e, come noto, fino all'estate del 2006) il legislatore ha stabilito che le farmacie potessero ridurre, comunque non oltre il 20%, il prezzo di una minoranza di farmaci (quelli di libera vendita, appunto: OTC e SOP che, nel loro insieme, costituiscono circa il 10% dei farmaci in commercio sul mercato italiano).
Riflettiamo: il 20% di un prezzo che, fatta la media complessiva, non raggiungeva i 10 Euro (per intenderci, il 20% di 10 Euro è 2 Euro...). Come ho più volte ribadito qua e là in questo Sito, io non desidero fare i conti in tasca a nessuno ma l'entità di questo risparmio, a paragone delle disparità costituzionali che esso ha "inaugurato", mi sembra obiettivamente irrisoria. Anche perchè si trattava di uno sconto FACOLTATIVO (in parole povere, per legge, nessuna farmacia era tenuta a praticarlo) e non riconosciuto alle farmacie stesse (sempre in parole povere, la nuova legge "incoraggiava" le farmacie a praticare sconti al cittadino, ma nessuna legge incoraggiava le case farmaceutiche o i grossisti a praticare sconti alle farmacie); per di più, entrata n vigore la legge, c'è stata la pretesa generale e repentina che le farmacie si adeguassero immediatamente ad esso. A nessuno è venuto in mente che, per un'impresa, praticare uno sconto sui prodotti venduti implica rivedere le proprie condizioni di rifornimento e acquisto?

E la farmacia non è forse un'impresa che necessita, come del resto ogni attività lavorativa, di un ritorno economico? Non è forse un luogo in cui l'imprenditore titolare, messo a disposizione il capitale per tirare su la propria impresa, assume personale fornendo un impiego e uno stipendio in cambio di prestazioni professionali capaci di contribuire a mandare avanti la baracca, nell'interesse proprio, dei propri dipendenti e del cittadino che usufruisce dei servizi che la farmacia stessa gli mette a disposizione?
No: il "Decreto Storace" è stato l'inizio tangibile e concreto di una subdola e sottile guerriglia che ha strumentalizzato l'opinione pubblica a sfavore del farmacista e della farmacia, in modo da trasformare quest'ultima in un capro espiatorio che potesse assumersi le colpe dei politicanti: "I prezzi dei farmaci sono alti? E' colpa delle farmacie! Noi del Governo promuoviamo persino la possibilità che le farmacie pratichino uno sconto fino al 20% sui farmaci di libera vendita: se così non capita, è la prova indiscutibile che i farmacisti sono mercanti che puntano solo a lucrare sulla salute del cittadino".
Quanti media o politicanti hanno informato il cittadino che a decidere il prezzo dei farmaci (di TUTTI i farmaci) non erano le farmacie? Quanti media o politicanti hanno precisato e ribadito come lo sconto non fosse OBBLIGATORIO DEL 20% bensì FACOLTATIVO FINO AL 20%? Quanti media o politicanti hanno sottolineato e messo in evidenza come il "Decreto Storace" abbia confermato e rafforzato il diritto delle case farmaceutiche di stabilire insindacabilmente e arbitrariamente il prezzo dei propri farmaci di fascia C, cioè a completo carico del cittadino (non solo quelli di libera vendita ma anche e soprattutto quelli su prescrizione medica, più cari e più importanti a fini terapeutici)? Quanti media o politicanti hanno illustrato come la facoltà di sconto implicasse, a causa delle disparità logistiche, economiche e geografiche fra le varie farmacie presenti sul territorio, altrettante discriminazioni fra i cittadini che avessero avuto necessità di accedere al farmaco?
Sono tutte domande retoriche e la risposta è la stessa: POCHI O NESSUNO

N.B. A scanso di equivoci, lo ribadisco ancora: io non credo nella politica, quindi queste mie considerazioni non vogliono essere di stampo "antiberlusconiano", "di sinistra" o similari. Anche perchè se puntassi solo a spalare m3rd4, col "Decreto Bersani" avrei bersagli in abbondanza

Veniamo all'anno successivo, periodo trascorso rafforzando nel cittadino l'idea che la farmacia e il farmacista fossero figure da combattere, da guardare con sospetto, da tenere sotto controllo perchè interessate unicamente al proprio portafogli e ai propri privilegi, piuttosto che alla salute pubblica e all'efficienza della propria professione.
Alle pressioni dei politicanti si sono man mano aggiunte quelle dell'Antitrust, degli opinionisti, dei media, dei vari movimenti "pro-consumatori" (si noti come tutti questi movimenti puntino a tutelare ECONOMICAMENTE, almeno su carta, il cittadino ma nessuno si pronunci mai concretamente sulla tutela della SALUTE e della SICUREZZA del cittadino stesso: "Tu, cittadino, acquista questo sostanza farmacologicamente attiva: il prezzo, iperscontato, è di 1 centesimo alla confezione! Vabbé, ci sono serie possibilità che sia un veleno, ma che ti frega? Costa così poco che puoi anche comprarlo...").
Esagero? Forse. Ma un'occhiata al paragrafo "Un esempio emblematico" potrebbe fornire spunti di riflessione, considerato come la Fitovigilanza sia ormai parte integrante del servizio di Farmacovigilanza e come Socrate ci restò secco bevendo una tisana erboristica...
Dal 2005 si passò al 2006 e, infine, al nuovo Governo: Livia al posto di Francesco. L'esordio di Livia è riassunto nelle primissime righe di questa sezione e non credo meriti ulteriori commenti. Tuttavia all'inizio di questo paragrafo ho citato una data, il 4 luglio 2006: l'entrata in vigore del "Decreto Bersani".
Ora, tralasciamo per un istante le perplessità sul fatto che un individuo assolutamente privo di una cultura scientifico-sanitaria e farmacologica in particolare (intendiamoci: anche Livia è nelle stesse condizioni di ignoranza...) e di una carica presso il Ministero della Sanità abbia potuto promuovere un Decreto come il 223/2006. Rimane il fatto che, in proporzione, il "Decreto Storace" può essere considerato un fumetto.
Il "Decreto Bersani" ha ampliato il tetto massimo di sconto, che è così passato dal 20% al sottocosto; lo sconto è rimasto facoltativo; il "farmaco" è stato proiettato alla velocità della luce verso la categoria dei "beni di consumo" perdendo molto dei suoi caratteri di "bene di salute" non solo nei contenuti effettivi ma anche, e soprattutto, agli occhi del cittadino.
L'inadeguatezza dei contenuti di questo decreto è discussa tutta in questa stessa sezione. Di per sé, le farmacie ne hanno ricevuto, in generale, un danno economico irrilevante ma la discriminazione che si è instaurata fra "farmacia" e "GDO" è stata ESCLUSIVAMENTE economica.

Il vero costo dei farmaci

Il "casus belli" di questo paragrafo è una denuncia, lanciata da Federanziani nella prima metà del febbraio 2007, relativa all'esorbitante quantità, sia materiale sia economica, di medicinali che finiscono, scaduti e/o inutilizzati, nel cassonetto dell'immondizia.
Il messaggio di allarme era duplice: da un lato, l'italiano medio acquista evidentemente troppi farmaci, vuoi perchè non sa calibrarne correttamente l'acquisto, vuoi perchè prescritti in eccesso dal medico, vuoi per altre ragioni ancora (in definitiva si assiste a uno "spreco" di denaro prima e a uno "spreco" di farmaci poi); dall'altro, tutti questi medicinali acquistati in eccesso e che alla fine rimangono inutilizzati e scadono vengono gettati nell'immondizia insieme ai normali rifiuti domestici anzichè essere smaltiti attraverso i canali di raccolta preposti (al danno economico del singolo cittadino si aggiunge quindi un danno ecologico e sociale altrettanto grave). All'interno delle testate giornalistiche a tiratura nazionale, ovviamente, la notizia non ha avuto molto seguito, almeno per quel che ho potuto constatare io, ma qualche trafiletto se l'è comunque guadagnato. Ad esempio:

"FARMACI: NELLA SPAZZATURA 770 MLN NEL 2006.

Boom dei farmaci acquistati e non utilizzati: 1.18 mld di pillole smaltite nella spazzatura, secondo Federanziani. Un fenomeno che, nel 2006, è costato 700 mln di euro allo Stato e 70 mln di Euro alle famiglie".

Fonte: "Conquiste del Lavoro", edizione del 07/02/2007, pag. 5.

Segue l'articolo originale pubblicato il 06/02/2007 sul Sito di Federanziani in relazione allo stesso tema:

"FARMACI. CARI E INUTILI: 1,2 MLD DI PILLOLE NEL CESTINO NEL 2006 STUDIO FEDERANZIANI: COSTI DI 700 MLN DI EURO PER LO STATO.

Boom di farmaci, ma di quelli gettati nella spazzatura, nel 2006. A rivelarlo è uno studio di FederAnziani, secondo il quale l'anno passato gli italiani si sono disfatti di circa 1,2 miliardi di pillole. Un fenomeno di dimensioni rilevanti che, sempre nel 2006, e' costato 700 milioni di euro allo Stato e 70 milioni di euro alle famiglie. I dati dell'indagine sono stati raccolti attraverso il monitoraggio dell''armadietto' dei medicinali di 212 famiglie, ed evidenziano il cattivo rapporto degli italiani con i medicinali: conservazione, smaltimento, mancanza di consapevolezza dell'enorme danno economico prodotto alle casse pubbliche. Ma c'è anche il problema dello smaltimento di farmaci scaduti. FederAnziani ha rilevato che solo il 41,1% del campione utilizza gli appositi contenitori, mentre il 56,1% normalmente li inserisce tra i rifiuti urbani. Ogni anno l'86% delle famiglie italiane elimina da 1 a 5 confezioni, tra le 6 e 10 confezioni il 9%, e l'1,4% oltre le 11 confezioni. "La principale causa dello spreco - sottolinea Roberto Messina, presidente di FederAnziani - va ricercata nelle quantità presenti nelle confezioni, esse sono sovradimensionate rispetto alle reali necessità".

Pur non essendo Vangelo, questo breve articolo mette in evidenza almeno un paio di aspetti degni, a mio avviso, di attenzione. Entrambi sottolineano e confermano come il cittadino medio, attualmente, non disponga di una cultura e di un'educazione tali da consentirgli di rapportarsi adeguatamente col farmaco. L'articolo in questione parla di "conservazione" e "smaltimento" ma io sono persuaso che il problema nasca a monte, già al momento dell'acquisto.
Ora, è chiaro come non si possa pretendere che gli sprechi non esistano, persino in un ambito così importante e delicato quale è quello dei farmaci. Il classico "armadietto domestico dei medicinali" dovrebbe essere presente in ogni abitazione per far fronte ai più comuni e frequenti disturbi. Se poi questi ultimi non si presentano, i medicinali acquistati finiranno con lo scadere, inutilizzati: uno "spreco" accettabile, a parer mio, a paragone dei disagi che l'assenza di medicinali di prima necessità potrebbe implicare.
Anche l'accenno al contenuto in unità posologiche delle varie confezioni è sensato ma presta il fianco alle critiche di chi, in un'ottica puramente economica, fa notare come una confezione che contiene 24 compresse sia decisamente più "conveniente" rispetto a una che ne contiene 6.
Per concludere, riporto qui di seguito un mio intervento sul Forum di "Punto Effe", pubblicato anche sul N° 3/2007 della rivista:

"E' annosa, ormai, la questione relativa ai farmaci che, di tanto in tanto, finiscono nel cassonetto dell'immondizia in quanto scaduti e/o inutilizzati dalle famiglie italiane. Per carità: meglio avere in casa un farmaco e non doverlo utilizzare (a tutto vantaggio della salute evidentemente integra) piuttosto che averlo ed essere costretti ad assumerlo. Tuttavia, in un'Italia la cui Sanità si regge traballante sulla strenue e disperata richiesta di qualche frazione di Euro di sconto su un farmaco da banco (sono persuaso che la si pretenderebbe persino sui farmaci su prescrizione, se non fosse illegale...) c'è da chiedersi quanto della "necessità" di risparmio dell'italiano medio rientri nell'ambito del "bisogno terapeutico" e quanto possa essere invece assimilato nello "spreco del cassonetto". Non è una domanda retorica: lo "spreco del cassonetto" è imputabile soltanto a due figure ben precise.

1- Nel caso di farmaci di libera vendita, il responsabile dello spreco è il cittadino: ha evidentemente acquistato farmaci in eccesso, di cui non necessitava e/o che, alla fin fine, non gli sono serviti. Come mai, invece di gridare allo scandalo se il prezzo medio dei farmaci di libera vendita superava/supera la media internazionale, le associazioni dei consumatori, l'Antitrust, Bersani e compagnia bella non si sono invece preoccupati di proporre leggi che educassero il cittadino medio a un acquisto più ragionato relativo ai farmaci SOP e/o OTC?

2- Nel caso di farmaci su prescrizione, il responsabile dello spreco è il medico prescrittore: ha evidentemente prescritto medicinali che, di fatto, non sono serviti al paziente. Sotto questo punto di vista le mancanze non sono, in effetti, completamente del medico: gran parte della responsabilità spetta al legislatore e ai contenuti della Legislazione Farmaceutica. Un esempio banalissimo (uno, singolo, a fronte di decine possibili): il medico che prescrive un "Fluimucil Aerosol Antibiotico 250" a un bimbo su regolare ricetta medica, DEVE tener conto che quella ricetta sarà ripetibile fino a 10 volte nell'arco di 6 mesi. La madre iperansiosa che, al primo attacco di tosse, ipotizza una nuova infezione batterica, non ci pensa due volte ad acquistare, presentando una regolarissima e validissima ricetta, altre confezioni di Fluimucil. Poi, magari, non le usa... perchè non si tratta di un'infezione batterica bensì di un banalissimo attacco di tosse che se ne va come è venuto. Ma intanto l'acquisto è stato fatto... e il farmaco si è candidato a un posticino nel cassonetto dell'immondizia.

Concludendo: che il cittadino medio "sprechi" talvolta denaro nell'acquisto di farmaci (ma anche di integratori, di dermocosmetici, di "medicine non convenzionali" e chi più ne ha più ne metta) è un dato di fatto. Il cittadino medio è sempre e solo una vittima del sistema o ha, talvolta insieme al medico prescrittore, le sue responsabilità?

N.B. Questo mio discorso non vuole sottrarre al farmacista le sue eventuali responsabilità. Vuole solo ridistribuire queste ultime equamente e obiettivamente fra tutte le figure in gioco."

Ha senso allargare le possibilità di acquisto e proporre una percentuale di sconto prima di emanare disposizioni che risolvano, o almeno limitino, fenomeni di questo genere?

Un inatteso contributo

Si tratta del contenuto di una E-Mail "pubblica" che mi è giunta, tramite un mittente che, in effetti, neppure conosco (anzi, mi chiedo dove diavolo abbia reperito il mio indirizzo e-Mail...), da parte dei "FARMACISTI INDIPENDENTI D'ITALIA - MOVIMENTO FARMACISTI NON TITOLARI":

"Cari colleghi ho ricevuto dal Dott. Andrea Ghello questo annuncio che volentieri diffondo. E' una proposta di lavoro che può interessare i colleghi disoccupati o chi per motivi personali, magari per esperienze negative nelle farmacie, vuole cambiare il proprio status lavorativo. Ritengo che il lavoro nella parafarmacia sia sicuramente meno stressante del lavoro in farmacia, nella parafarmacia non si fanno turni di notte, non si ha il peso burocratico della ricetta e i turni consentono di avere mezza giornata libera per dedicarsi ad altre attività. In questo periodo di imbarbarimento dei nostri orari lavorativi, ritengo sia un particolare da non trascurare. Lo stipendio, è sicuramente inadeguato per dei professionisti, ma lo è anche in farmacia dove lo stress e il carico di lavoro e di responsabilità sono sicuramente maggiori. Altro vantaggio della parafarmacia (almeno per i colleghi che devono sottostare a rigide direttive commerciali) è quello di poter lavorare in maniera più professionale e autonoma, perchè anche in una comune ottica commerciale, nella parafarmacia sei tu a decidere se e quale farmaco consigliare in assoluta scienza coscienza e capacità. Cordialmente vi saluto.

Francesco Imperadrice

Seguiva un elenco di offerte di lavoro nell'ambito di esercizi alternativi alla farmacia, che evito di trascrivere perchè irrilevanti ai fini di questa trattazione. Il tutto mi è stato inviato in data 20/03/2007.
Ora, io non ho il piacere di conoscere Francesco ma sono stato gradevolmente sorpreso di ricevere un contributo in più che attesti come il lavoro di un farmacista collaboratore in una farmacia aperta al pubblico sia notevolmente più "impegnativo" rispetto al lavoro svolto dallo stesso professionista in una parafarmacia.
In quest'ottica muore la posizione di chi invoca a tutti i costi uno stipendio paritario per il farmacista che esercita in farmacia e il farmacista che esercita in una parafarmacia o nel corner di un supermercato. Muoiono anche altre cose (), intendiamoci, ma non sento la necessità di evidenziarle in questa sede.




7- Un esempio emblematico

Come ho accennato, i supermercati (ma il discorso può essere esteso a qualsiasi esercizio di vendita che non sia una vera e propria "farmacia aperta al pubblico") NON sono, a parer mio, l'ambiente adatto per vendere medicinali o, comunque, sostanze farmacologicamente attive. La farmacia è stata concepita ed esiste da secoli con questo principale scopo. Tutto il resto è stato "inventato" a fine giugno del 2006.
L'esempio che sottopongo in questo paragrafo è quello del Carrefur "Le Gru", di Grugliasco (TO), che è riuscito a stabilire una sorta di record: in soli tre giorni di apertura (cfr. ad es.: "Corriere della Sera", 02/09/2006, pag. 16) ben due segnalazioni per violazione della legge italiana (cfr. ad es.: "La Stampa", 05/09/2006, pag. 34)!
Entrambe le segnalazioni riguardano prodotti normalmente venduti anche in farmacia e non classificati, dal punto di vista legislativo in rapporto alla fornitura al pubblico, come "farmaci" : rispettivamente si tratta di un integratore fitoterapico a base di estratti di cimicifuga e di un diagnostico impiegato nell'analisi delle urine.
L'integratore fitoterapico (rimando alla Sezione "I prodotti 'naturali'" per ulteriori considerazioni) era stato ritirato dal commercio, in via cautelativa, ancora ad agosto, a causa di varie segnalazioni di grave tossicità epatica. Si noti come, quando una qualsiasi sostanza farmacologicamente attiva viene ritirata dal mercato, essa "sparisca" letteralmente dagli scaffali delle farmacie aperte al pubblico entro poche ore; questo non per chissà quali capacità sovrumane del farmacista, bensì perchè le farmacie sono "abituate" ai controlli e alle ispezioni (e alle sanzioni...) delle autorità competenti in casi di tal genere. Dove sono i controlli tempestivi quando si tratta di sostanze farmacologicamente attive vendute nella Grande Distribuzione Organizzata? Dove sono le garanzie del cittadino, quando si tratta di molecole potenzialmente in grado di nuocere alla salute pubblica? La GDO non è forse responsabile come le farmacie dei prodotti che vende e dell'impatto che questi possono avere sulla salute pubblica? Ancor più, la GDO è consapevole di vendere sostanze in grado di nuocere, se assunte impropriamente, alla salute del cittadino?
N.B. Sono tutte domande retoriche, ovviamente.
Il prodotto diagnostico, invece, rientra fra quelli che le farmacie considerano far parte dell'"integrativa regionale" : sono prodotti, normalmente di libera vendita e a carico del cittadino, che diventano mutuabili per alcune categorie di cittadini limitatamente alla regione in cui risiedono e a determinate patologie.
Per questi cittadini, il medico di base compila una ricetta mutuabile, indicando la prescrizione e il codice relativo alla patologia del paziente. In tal modo, il farmacista che eserciti la professione in una farmacia aperta al pubblico può dispensare "gratuitamente" il prodotto al cittadino: quest'ultimo non spenderà nulla e la farmacia, spedendo all'ASL di competenza la ricetta con attaccati i fustelli relativi alla confezione, sarà direttamente retribuita dall'ASL stessa (questo è il modo in cui funzionano tutte le ricette S.S.N.).
Nel Carrefur in questione, sono state "casualmente" e "inspiegabilmente" trovare confezioni di test diagnostici prive di fustelli: OVVIAMENTE nessuno ha sapute giustificarne il motivo o dire dove potessero essere finiti i fustelli. Di certo, per fare 2+2 non occorre una laurea in Farmacia...

Tutto questo cosa significa?
Beh, direttamente nell'ottica del DL 223/2006 non significa nulla, perchè come ho accennato poco fa gli articoli di vendita oggetto del discorso non sono "farmaci"; eppure significa, in modo chiaro e inequivocabile, che non si può "inventare" dall'oggi al domani un nuovo sistema distributivo del farmaco senza prima chiedersi se esso sia in grado di offrire le stesse garanzie di controlli e di sicurezza che sono in grado di offrire le farmacie aperte al pubblico.
Non perchè la farmacia sia un luogo metafisico; non perchè in farmacia il farmacista non commetta mai errori; non perchè in farmacia non ci sia bisogno di controlli e verifiche. Semplicemente perchè la farmacia è stata concepita, esiste ed è continuamente oggetto di controlli e monitoraggi con l'unico fine di garantire il maggior grado possibile di tutela della salute pubblica.
Forse qualcuno osserverà come, di tanto in tanto, i media riportino notizie la cui protagonista è una farmacia che non ha svolto i propri ruoli in modo esattamente "professionale" o che è stata oggetto di veri e propri scandali.
Nulla da obiettare in proposito, anzi auspico io stesso un bel giro di vite in tal senso da parte delle autorità competenti. Mi fa specie, però, che in tre giorni di apertura al pubblico un supermercato sia stato oggetto di due denunce: se gli episodi in questione fossero stati diffusi e riscontrati in una farmacia aperta al pubblico, vi assicuro che le conseguenze sarebbero state assai più gravi, come è facile appurare indagando su eventi simili disgraziatamente verificatisi in passato.
Figli e figliastri?..




8- Le mie conclusioni (pragmatiche)

Prima di avviare il discorso relativo a questo paragrafo ci tengo a far notare l'aggettivo che ho posto fra parentesi nel titolo qui sopra. Non si tratta di conclusioni "ottimali", "ottimistiche" o "logiche": si tratta di conclusioni "pragmatiche" con le quali mi riservo di continuare a esercitare la mia professione in modo dignitoso e all'altezza delle aspettative della mia titolare (che mi paga regolarmente e correttamente uno stipendio per ricevere in cambio un contributo al massimo delle mie capacità) ma con le quali cerco anche un modo per non cedere allo scoramento e alla frustrazione dovuti alla situazione contingente.
Io sono uno dei circa 70.000 farmacisti italiani e non sono neppure un titolare: qualsiasi posizione io possa prendere equivarrebbe a sputare dentro uno tsunami ma ho BISOGNO di prenderla per poter dormire bene la notte e per poter continuare a esercitare la mia professione anche secondo Coscienza (chissà se almeno questo diritto/dovere i nostri politicanti me lo lasceranno?).
Il mio ruolo di "informatore" sul mondo del farmaco rimarrà immutato: è un impegno intrinseco alla mia professione e questo stesso Sito ne è parte integrante. Fornire informazioni veritiere, obiettive e trasparenti sui medicinali e sulla Legislazione Farmaceutica mi permette sia di "educare" il cittadino sia di mettere in luce, almeno in parte, le boiate dei media e dei vari politicanti o pseudo-tali. Chiaramente, in genere, il cittadino preferisce credere a quel che sente in TV piuttosto che a quel che gli dico io; d'altra parte io devo fare opera "di informazione", non "di convincimento".
Considerata la cattiva luce in cui, gratuitamente, il farmacista è stato proposto all'opinione pubblica, additandolo come la causa dei mali della nostra sanità, trovo corretto sottrarre un po' di diplomazia al momento di dirimere eventuali problematiche col cittadino: quando il cittadino senza ricetta avrà bisogno di un farmaco etico, gli farò notare come la legge mi impedisca di venirgli incontro; quando la ricetta sarà mal compilata, gli farò notare come il medico abbia commesso un errore di prescrizione; quando si lamenterà degli alti prezzi dei farmaci gli farò notare come, per scelta del Ministero della Sanità, siano solo le case farmaceutiche a stabilire il costo dei propri medicinali (o forse gli farò notare come, col DL 223, il problema dei prezzi alti sia stato brillantemente risolto e, anzi, gli domanderò io cos'abbia da lamentarsi...); eccetera. All'atto pratico, ovviamente, continuerò a regolarmi secondo scienza e Coscienza.
Nel mio piccolo, quindi, cercherò da un lato di spiegare la teoria ("Così è stato deciso senza che nessun farmacista abbia avuto voce in capitolo") e dall'altro di illustrare la pratica ("Queste sono le conseguenze delle decisioni prese"). Questo non muterà di una virgola la situazione attuale ma almeno mi permetterà di sopravvivere moralmente

All'interno di queste mie conclusioni rimane una frattura fra esse e le posizioni dei "liberi farmacisti", cui sono orgoglioso di non appartenere pur essendo io stesso un farmacista non titolare.
Ho scelto di diventare un farmacista e di esercitare la professione in una farmacia aperta al pubblico ben conscio del basso stipendio previsto dal contratto nazionale per il farmacista collaboratore. Come ho diffusamente spiegato a più riprese in questo Sito e in questa stessa Sezione non sono felice di essere "sottopagato" e considero la revisione dello stipendio del farmacista collaboratore un problema da affrontarsi, sicuramente; ma se la retribuzione economica fosse stata fra le mie priorità, avrei sicuramente scelto un altro mestiere e, ad oggi, vedo nella mia professione altri problemi, ben più gravi e ben più urgenti. Risolviamo prima questi; poi affronteremo il problema del nostro magro stipendio. E' una questione di priorità intrinseche al significato etico della Professione (Dio, quanto anacronistico e retorico devo apparire in queste righe...).
La Pianta Organica, la disposizione legislativa che, di fatto, impedisce a ogni farmacista di aprire arbitrariamente la propria farmacia, è un altro aspetto della professione di fama "storica", ben conosciuto da chiunque diventi farmacista (è stata "inventata" nel 1913 con la "Riforma Giolitti") e vale quindi il discorso di cui sopra: diventi farmacista perchè la tua priorità è accedere alla titolarità di una farmacia? Beh, a parer mio hai sbagliato professione: "Farmacista" non è chi è titolare di una farmacia aperta al pubblico; "farmacista" (territoriale) è chi lavora in una farmacia aperta al pubblico mettendo a disposizione del cittadino (entro limiti umani e ragionevoli) i propri sforzi e il proprio bagaglio culturale, tenendo quest'ultimo aggiornato giorno per giorno e mettendo se stesso in discussione ogni volta che il cittadino pone un quesito. Se per sentirsi "appagato" un farmacista deve necessariamente essere titolare di una farmacia, proprietario di una parafarmacia o esercitare in un corner del supermercato allora, di nuovo... beh, a parer mio ha sbagliato professione.
L'argomentazione di fondo è: "Io sono un farmacista esattamente come il titolare della farmacia in cui lavoro: abbiamo la stessa laurea, abbiamo superato lo stesso Esame di Stato, abbiamo lo stesso bagaglio culturale. Perchè lui ha la sua farmacia e io non ho il diritto di aprirne una mia?"
Il punto, che a parer mio dovrebbe essere lampante per ciascun professionista sanitario, è che quello del "farmaco" non è un mercato come gli altri, perchè il farmaco è un "bene etico di salute" e non un "bene economico di consumo". Questa frase l'ho ripetuta talmente tante volte che ormai puzza quasi di demagogia ma ci credo fermamente e sfido chiunque a non vedere nei contenuti (in TUTTI i contenuti) di questo Sito una diretta conseguenza di questa mia personale convinzione.
Ora, il bacino d'utenza che abbisogna del farmaco non è e non dovrebbe essere "elastico", se non entro limiti fisiologici: un cittadino dovrebbe pensare di ricorrere a un determinato farmaco perchè ne ha BISOGNO. Già sotto questo punto di vista aprire il mercato del farmaco è un suicidio: se esiste 1 "punto-vendita" di farmaci (chiamiamolo farmacia, parafarmacia, corner della salute, casa di tolleranza o come volete) ogni 1000 abitanti, è chiaro che esso avrà, su carta, una media di 1000 individui che in esso entreranno per acquistare farmaci, al bisogno; se esistesse 1 "punto-vendita" di farmaci ogni 2 abitanti, è chiaro che esso avrà, su carta, una media di 2 individui che in esso entreranno per acquistare farmaci, al bisogno.
Questa prima fase del discorso non credo meriti altre considerazioni, soprattutto in relazione al fatturato dei "punti-vendita" in questione. Oh, nessuno vive d'aria.

Poi, al di là degli aspetti economici e commerciali, occorre notare come la Pianta Organica, e quindi il "divieto" per il farmacista di aprire arbitrariamente una farmacia, sia la garanzia di una distribuzione capillare della farmacia su tutto il territorio nazionale. Sotto questo punto di vista la farmacia è molto più che un esercizio commerciale in cui il cittadino può acquistare farmaci: è la struttura sanitaria in cui un professionista esegue prestazioni professionali gratuite. Mi permetto di sottolineare come non esistano altre strutture o altre professioni in cui le prestazioni professionali siano elargite gratuitamente.
E' intuitivo come, se l'apertura delle farmacie fosse priva di condizionamenti e limiti, quasi nessuno si sognerebbe di aprirne una in un paesino rurale di 800 anime situato a f@nculandia; quasi tutti punterebbero invece ad aprirne una in un grande centro urbano, cui corrisponde un potenziale bacino d'utenza assai più vasto e altrettanto più remunerativo.
E infatti basta fare due passi nei centri storici di alcune città italiane per capitare in piazzette con due, tre, quattro, cinque farmacie distanti una decina di metri l'una dall'altra: una concorrenza spietata che viola la Pianta Organica? No, semplicemente l'effetto delle "libertà" che il farmacista aveva prima del 1913.
La Pianta Organica "protegge" il mercato del farmaco? Sì, senza dubbio (ed è giusto così, perchè quello del farmaco non è un mercato come gli altri) ma più di tutto protegge l'assistenza che la farmacia e il farmacista territoriale offrono e devono offrire al cittadino. A OGNI cittadino: chi vive nel piccolo paesino rurale ha gli stessi diritti costituzionali di chi vive nel grande centro urbano.
Rimanendo nell'ottica delle frustrazioni che il farmacista collaboratore può nutrire, c'è comunque da dire che la farmacia aperta al pubblico è, dopo tutto, un'azienda. Valgono, quindi, le potenziali problematiche presenti all'interno di ogni azienda fra "imprenditore" e "lavoratore", problematiche che possono tranquillamente e giustamente essere prese in esame senza generalizzare, senza fare del qualunquismo e senza inneggiare a tutti i costi alla rivoluzione. La Legislazione Farmaceutica italiana fa pena, c'è poco da girarci intorno e non è colpa dei farmacisti; ciò nonostante, contiene varie disposizioni, divieti, regole e obblighi capaci di far fronte, se correttamente applicati, a numerosi disagi e difetti che possano essere riscontrati nell'azienda "farmacia".
Ho sentito "liberi farmacisti" descrivere il proprio titolare come un padrone tiranno e severo, che godeva nell'umiliarli e pretendeva da loro continue violazioni della legge pur di racimolare una vendita in più o di non perdere un cliente. Non ho motivo di dubitare di tali resoconti, sebbene io abbia evidentemente avuto una fortuna sfacciata nel beccare 2 titolari su 2 che mi hanno sempre trattato civilmente, con rispetto, rispettando ogni impegno economico (se non di più) e gratificandomi costantemente col loro apprezzamento rivolto alla mia competenza professionale. Vale quel che ho scritto prima, però: esistono disposizioni legislative a tutela del farmacista collaboratore ed esistono enti competenti preposti ai controlli e alle sanzioni. Se le disposizioni legislative non vengono applicate, se gli enti competenti preposti ai controlli non si attivano e se i titolari "colpevoli" non sono sanzionati, che colpa ne ha l'azienda "farmacia"? Sarà ben più ragionevole puntare il dito contro le istituzioni o contro il singolo titolare piuttosto che contro la FARMACIA in quanto tale!

Insomma: in definitiva il motivo per cui non sento affinità con i "liberi farmacisti" risiede nelle basi prettamente economiche su cui essi poggiano le proprie argomentazioni. Tutte iniziative degne d'attenzione, intendiamoci, ma nessuna capace di fornire un concreto contributo al cittadino se non dopo un immediato vantaggio per il farmacista. Stendo invece un velo pietoso sulla travisazione del significato del farmaco, considerato in tali argomentazioni un qualsiasi prodotto commerciale e il suo mercato un qualsiasi settore di marketing.
Non ci siamo, occorre rivedere le proprie priorità: abbiamo scelto di diventare farmacisti, il che significa che PRIMA viene la salute del cittadinoe POI veniamo noi e tutto il resto.
Cosa fare, dunque, di "pratico", "utile", "significativo", "visibile", "incisivo"?

Credete siano domande retoriche?
Io sono un Collaboratore: quando mi sono trovato a escogitare un modo per produrre qualcosa di utile e concreto al fine di salvaguardare la Farmacia Italiana, la mia Professione e la tutela della salute pubblica non avevo molte cartucce da sparare. Questo Sito ne rappresentava una ma, di sicuro, non era abbastanza.>
Col tempo, quasi in modo naturale e casuale, trovai modi, strumenti e compagni adeguati:





9- L'emendamento di D'Elia

Maggio 2007: nuovo anno, stesso mese, stesse modalità d'azione tipiche di chi non sa o non vuole agire in modo corretto e trasparente. Come già visto nel 2006, un blitz politico-legislativo ha tentato di ampliare i danni introdotti dal DL 223/2006 consentendo la vendita dei farmaci etici (per i quali, cioè, è richiesta per legge la prescrizione medica) fuori dalle farmacie. Di nuovo, nessuno che masticasse un minimo di Farmacologia è stato interpellato e, di nuovo, si è puntato a concludere tutto nel più breve tempo possibile.
In parole povere, è stato approvato a fine maggio 2007 dalla Camera un emendamento al "Decreto Bersani", secondo il quale supermercati e parafarmacie avrebbero potuto vendere anche i farmaci etici di classe C. Alcune fonti: "Il Sole 24 ore" (30/05/07, pag. 21); "La Stampa" (31/05/07, pag. 34).
Riporto, in formato .PDF, il testo originale dell'emendamento in questione (che, a ben guardare, proponeva assai più dell'uscita dell'etico di Fascia C dalle farmacie), il resoconto stenografico della seduta parlamentare in cui esso è stato approvato e le dichiarazioni del Ministro della Salute Livia Turco all'indomani del passaggio dell'emendamento al Senato.
Ora, io ho trovato molto interessante e inquietante leggere il resoconto stenografico perchè da esso emergono inequivocabilmente due Verità. Non mi vergogno a scriverle con la "V"; maiuscola perchè si tratta di conseguenze oggettive agli interventi che hanno avuto luogo:

Buona parte delle persone coinvolte non conosce la Legislazione Farmaceutica né le disposizioni che classificano i farmaci e ne regolano la dispensazione al pubblico. Ad esempio, Sergio D'Elia auspica anche la "liberalizzazione"; della Fascia A e della Fascia B, ignorando evidentemente come quest'ultima sia stata eliminata con la Legge 388 del lontano 2000 e, di fatto, non esista più; Roberto Ulivi, affermando che "i farmaci di Fascia C comprendono anche i farmaci non coperti dal Servizio sanitario nazionale" e che "La ricetta medica, fra l'altro, va anche trattenuta per un dato periodo, per cui questi diventerebbero effettivamente farmaci di Fascia A" evidenzia di non conoscere la differenza fra Fascia A e Fascia C.

Essendo un dato di fatto che a un più facile accesso al farmaco corrisponde sia un maggior risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale (lo ha ricordato esplicitamente anche Sergio D'Elia) sia una maggiore incidenza delle patologie iatrogene (lo ha ricordato esplicitamente anche Giuseppe Francesco Maria Marinello), è evidente dall'esito della seduta come la maggior parte dei politicanti reputi più degni d'attenzione i fattori economici (risparmio del SSN) che i fattori sanitari (tutela del cittadino dalle patologie iatrogene), non considerando fra l'altro come l'incidenza delle patologie iatrogene finisca col pesare, successivamente, anche sul SSN stesso.

Concludendo: a legiferare sul "farmaco" è gente che A) non lo conosce e che B) non si fa scrupoli a esporre la popolazione agli effetti avversi pur di far risparmiare lo Stato.
Chi ha sostenuto l'Emendamento di D'Elia? Da un lato, tutta una marea di gente - politicanti, opinionisti, associazioni di consumatori, eccetera - che di Farmacologia e di tutela della salute pubblica non sa un tubo: poco male, posso anche comprendere che l'ignoranza non porti mai buoni frutti.
Poi ci sono stati alcuni miei colleghi.
Voi mi direte "Eh, caspita: sono Farmacisti. Loro sì che conoscono la Farmacologia e che hanno esperienza di tutela della salute pubblica!";. Avreste ragione e, sono sincero, porto il massimo rispetto per qualsiasi mio collega, se non altro perchè è un mio dovere deontologico farlo.
Tuttavia, se mi è concesso esprimere la mia personalissima opinione, credo che i colleghi in questione abbiano confuso (è un termine diplomatico. "Rinnegato" lo troverei più adatto, in effetti) le loro priorità, anteponendo il proprio tornaconto economico (parliamoci chiaro: una media di 1.200 Euro netti al mese come stipendio da farmacista collaboratore sono una miseria, e sono io il primo a dirlo!), la propria posizione lavorativa (alla luce dei confronti che ho intavolato, mi sembra di aver inteso che essere "dipendente", agli occhi di questa gente, significhi essere "di serie B", "sfruttati", "schiavizzati". Non mi permetto di esprimere giudizi oggettivi, anzi sono persuaso che esista più di un titolare poco corretto e irrispettoso tanto della legge quanto dei propri dipendenti. Trovo tuttavia più significativo puntare il dito contro i titolari in questioni - esistono normative e sanzioni previste dalla legge a tutela del collaboratore - piuttosto che contro TUTTI i titolari e contro il sistema "farmacia" nella sua interezza) e la propria deontologia professionale ("collaboratore" e "titolare" sono due termini che non concorrono minimamente a definire i ruoli, le competenze, gli oneri e gli onori di un "FARMACISTA": la professionalità del farmacista e la sua posizione socio-economico-imprenditoriale sono due galassie differenti, prive di punti in comune e distanti fra loro anni-luce. Credo, ma di nuovo è solo la mia personale opinione, che solo l'invidia e la frustrazione da essa derivante possano colmare tale distanza...) al significato della propria professione e, peggio ancora, alla tutela dei diritti costituzionali di ciascun cittadino.

Lo ribadisco: l'"essere titolari di farmacia" e l'"essere farmacisti" sono due cose completamente diverse e prive di punti in comune. Mentre esistono leggi che limitano il numero di farmacie (e, quindi, il numero di titolari), non esiste alcuna legge che limiti la libertà di esercizio professionale del Farmacista. Anzi, proprio esercitare in una farmacia aperta al pubblico, piuttosto che in una parafarmacia o in un corner della salute (o in una farmacia non convenzionata), consente a parer mio di operare nel 100% delle nostre competenze, perchè solo in una farmacia aperta al pubblico possiamo occuparci e offrire il 100% dei servizi che ci competono.
Dal punto di vista professionale, la titolarità è una condizione del tutto irrilevante.
Il mio dubbio (sicuramente mi sbaglio, non voglio insinuare assolutamente nulla) è che le posizioni come quelle della maggior parte dei "liberi farmacisti" e/o del "Movimento Nazionale Liberi Farmacisti" siano dettate più dal desiderio di un ritorno economico o di immagine, piuttosto che dal desiderio di un appropriato e "utile" esercizio della Professione. Per carità, anche il ritorno economico e di immagine possono avere la loro importanza ma, a parer mio, non sono prioritarie in una Professione come la nostra, a maggior ragione in Italia, dove ci sono ben altri problemi da affrontare e da risolvere, nell'interesse diretto del cittadino COSTRETTO a ricorrere al farmaco (cittadino che, in quest'ottica, NON è un consumatore).




10- Le mie argomentazioni

A scanso di equivoci lo riaffermo esplicitamente: io sono nettamente contrario alla"liberalizzazione" del farmaco e del suo mercato e sono nettamente contrario allo "stravolgimento" del sistema farmacia per come lo abbiamo intesto fino all'estate del 2005.
Questo non significa che io reputi "perfetto" l'attuale assetto legislativo che regola il settore farmaceutico, che non reputi degni di attenzione i problemi economici di noi farmacisti collaboratori o che non riconosca come tali tutti gli illeciti che alcune strutture sanitarie (fra cui le farmacie ma non solo) e alcuni professionisti sanitari (fra cui i titolari di farmacia ma non solo) commettono impunemente.
Significa solo che non considero il farmaco un bene di commercio qualsiasi, quindi è per me inconcepibile che esso sia assoggettato alle normali regole di mercato; che rivoluzionare un sistema tutto sommato efficiente è a parer mio assurdo, in quanto basterebbe individuarne i singoli problemi e risolverli uno alla volta; che la tutela della salute pubblica è una priorità rispetto ai fattori economici, siano essi riguardanti lo Stato (il diritto alla salute è costituzionale), siano essi riguardanti i professionisti sanitari, siano essi riguardanti il cittadino stesso.
Oh, intendiamoci: mi rendo perfettamente conto che, se non oggi, prima o poi il "farmaco" diventerà a tutti gli effetti una merce commerciale come qualsiasi altra, venduto in qualsiasi esercizio commerciale con o senza farmacista e assoggettato alle stesse regole che stabiliscono cosa, quando e come fare le cose per mantenere "vantaggioso" il mercato.
Non me ne scandalizzo più di tanto e, tutto sommato, me ne frega abbastanza poco: io faccio quel che ritengo "giusto" fare in qualità di Farmacista ma non sono interessato a entrare in politica, a salvare il mondo, a convincere il cittadino delle mie ragioni, a spendere migliaia di Euro per chiedere a un media nazionale di farsi portavoce dei dati oggettivi (ripeto: OGGETTIVI. Non chiederei certo a un quotidiano a tiratura nazionale di diffondere le mie opinioni; nel caso, gli chiederei di diffondere dati oggettivi, certi, sicuri, riportati nella Gazzetta Ufficiale. Ma mi costerebbe comunque un occhio: con i miei 1.200 Euro netti mensili ho ben altro da pagare) che ho da proporre né ad aprire una guerriglia verbale con i titolari della mia Provincia.

Il cittadino non è pronto

Un primo argomento che, a parer mio, dovrebbe far riflettere su come "liberalizzare" il mercato del farmaco, e quindi facilitare e deregolamentare ulteriormente l'accesso del cittadino ai medicinali, sia una mossa irresponsabile, prematura e azzardata deriva da una serie di dati che illustrano inequivocabilmente come il cittadino stesso non sia ancora "pronto", non abbia ancora una corretta percezione di quale sia il significato del farmaco e di come ci si debba rapportare con esso non solo nell'interesse della propria salute ma anche nell'interesse della collettività. Si tratta di considerazioni che ho già esposto qua e là; in questa sede cercherò di ripresentarle focalizzando l'attenzione su ciascuna di esse e analizzandone quanto più dettagliatamente possibile le implicazioni.

Segnalazione del CAV di Milano: fra il 2005 e il 2006, circa il 40% degli incidenti domestici è stato causato dall'uso improprio di medicinali.

Occorre rendersi ben conto di cosa significhi la segnalazione in questione: di TUTTI gli incidenti domestici che si verificano, 4 volte su 10 la causa è l'impiego improprio di uno o più medicinali.
Per esempio, in un primo caso il cittadino cambia una lampadina e rimane folgorato; in un secondo caso il cittadino si sta facendo la doccia e scivola; in un terzo caso il cittadino sta stirando e si ustiona; in un quarto caso il cittadino sta scendendo le scale e si inciampa; in un quinto caso il cittadino si martella un dito mentre sta piantando un chiodo nel muro; in un sesto caso il cittadino perde l'equilibrio mentre, in piedi su uno sgabello, sta sistemando la roba nell'armadio; in ciascuno dei restanti casi, il cittadino subisce un danno impiegando impropriamente un farmaco.
Ora, gli "incidenti" sono tali perchè, sebbene talvolta si verifichino per pura casualità, avvengono in genere a causa di disattenzione o poca accortezza: in questi casi, col senno di poi sarebbe stato facile evitarli; d'altra parte ognuno di noi deve fare i conti con i limiti e le imperfezioni della propria natura umana e non si può certo pretendere che nessuno commetta errori. Quando si parla di farmaci, indipendentemente che si tratti di farmaci di automedicazione, di farmaci senza obbligo di prescrizione o di farmaci etici, si parla anche di controindicazioni, potenziali effetti tossici, eventuali interazioni farmacologiche, per la maggior parte conosciute, riportate nel foglietto illustrativo e riferite anche a un corretto impiego del medicinale stesso.
Tuttavia qui il CAV è stato molto chiaro: i dati riportati si riferiscono a incidenti causati da un uso IMPROPRIO dei farmaci: sovradosaggi, confusione fra due o più medicinali, dimenticanze nell'assunzione, farmaci lasciati alla portata di bambini, autovariazioni negli schemi posologici stabiliti dal medico, impiego di un medicinale per risolvere problemi che non rientrano fra le sue indicazioni, eccetera. Insomma, qui non si tratta di sfiga; qui si tratta di non considerare il farmaco con le dovute attenzioni e cautele.
Quel che manca, a mio avviso, è la corretta percezione di cosa sia il farmaco, di come esso sia un "bene etico di salute", di come esso sia sempre anche un potenziale veleno (l'etimologia del termine la dice lunga), di come esso sia e rimanga sempre qualcosa di potenzialmente pericoloso, da impiegare con oculatezza, se proprio ce n'è la necessità (per i farmaci etici dovrebbe stabilirlo il medico), sempre al dosaggio e per i tempi minori al fine di ottenere un risultato terapeutico (a meno che il medico non stabilisca uno schema posologico cui attenersi), senza insistere nell'assunzione di medicinali di automedicazione qualora il disturbo dovesse persistere, sempre dopo essercisi sincerati che il medicinale sia effettivamente indicato per il proprio disturbo, eccetera.
Tutto ciò non basta "saperlo" : occorre "rendersene conto", "capirlo", "esserne convinti", per poi regolarsi di conseguenza. Questa sensibilizzazione ed educazione a una corretta percezione di cosa il farmaco rappresenti e di come richieda accortezza nel suo impiego spetta alle autorità sanitarie e ai professionisti sanitari ma finché tali messaggi non saranno concreti, incisivi e supportati dalle disposizioni legislative essi non potranno produrre significativi risultati capaci di cambiare la situazione denunciata dal CAV di Milano.
Finché tale situazione permane, promuovere un più facile e libero accesso del cittadino al farmaco è prematuro: PRIMA si fa prendere la patente al cittadino, POI lo si mette al volante; PRIMA si insegna al cittadino a sparare; POI gli si mette in mano una rivoltella; PRIMA si sensibilizza il cittadino a porsi correttamente rispetto al farmaco, POI gli si può facilitare l'accesso.

Segnalazione del CAV di Milano: fra il 29 e il 31 gennaio 2007, 17 segnalazioni di sovradosaggio al solo paracetamolo, tutte in bambini di età inferiore ai 5 anni, presentate dal CAV all'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) come la punta dell'iceberg di un "ripetersi costante di queste situazioni a rischio".

Si tratta di una situazione particolare del contesto molto più generale esposto prima: valgono le stesse considerazioni. Qui parliamo di una delle molecole attive più utilizzate nell'ambito dell'automedicazione (sebbene la classica Tachipirina non sia un farmaco di automedicazione bensì un farmaco senza obbligo di prescrizione: è una differenza sottile ma a parer mio significativa) e in particolare in pediatria, proprio per la sua maneggevolezza e la sua ottima tollerabilità ai normali dosaggi terapeutici.
Vediamo cos'ha riferito, esattamente, il CAV di Milano all'AIFA:

"Con la presente si segnala la preoccupazione del Centro Antiveleni di Milano per i numerosi episodi di esposizione in sovradosaggio a farmaci antipiretici che si sono verificati negli ultimi 3 giorni.

Infatti tra il 29 e il 31 gennaio 2007 le consulenze ricevute dal CAV di Milano per il solo paracetamolo, sono state 17 e queste hanno riguardato tutte bambini in età inferiore a 5 anni nei quali l'esposizione al farmaco è avvenuta o per errore terapeutico (n. Casi 13) o per assunzione accidentale (n. Casi 2 ) in quanto il farmaco era stato lasciato alla portata del bambino.

Dato il ripetersi costante di queste situazioni a rischio, soprattutto durante il periodo invernale, si pone l'accento sui seguenti punti: la necessità di attenersi scrupolosamente alle dosi di farmaco consigliate dal medico; la massima attenzione nella prescrizione (come già noto ai colleghi dalla letteratura si suggerisce di non superare, nella somministrazione multipla, in tempi ravvicinati (24-48-72 ore) i 90 mg/kg die); nella conservazione del farmaco fuori dalla portata del bambino.

Il paracetamolo è un antipiretico sicuro a patto che non venga superato il dosaggio consigliato dal medico/pediatra.

Grazie dell'attenzione"

(Fonte: AIFA, 16/02/2007)

Nel resoconto dei 17 episodi di sovradosaggio conseguente a "errore terapeutico" non sono stati riportati i dettagli di ciascun caso e penso sia lecito almeno supporre che in alcuni di essi il medico possa aver prescritto un dosaggio eccessivo (infatti fra i propri suggerimenti, il CAV ricorda i dati scientifici attualmente disponibili in letteratura rivolgendosi direttamente al medico); nella maggior parte delle situazioni, tuttavia, il medico non è neppure interpellato prima di ricorrere al paracetamolo, men che meno in ambito pediatrico, quindi non credo sia azzardato concludere che l'"errore terapeutico" sia imputabile sopratutto al genitore; sempre al genitore sono imputabili i 2 casi di farmaci lasciati inavvertitamente alla portata dei bambini.

Questi ultimi due episodi, in particolare, sottolineano nuovamente come il farmaco non sia considerato con sufficiente attenzione dal cittadino e come le avvertenze stampate sulla confezione o nei foglietti illustrativi lascino il tempo che trovano; per il resto la mia conclusione è di nuovo che il cittadino non ha un'adeguata percezione di come il farmaco debba essere inteso e di quale cautela occorra per maneggiarlo, a maggior ragione quando ci sono di mezzo i bambini.

Segnalazione di Federanziani: 1.2 miliardi di "pillole" gettate nell'immondizia del 2006, con una spesa pari a 700 milioni di Euro per lo Stato e 70 milioni di Euro per le famiglie; oltre il 56% di queste inserisce i farmaci fra i normali rifiuti urbani.

Qui non c'è molto da parlare di inconsapevolezza del cittadino in fase di "utilizzo" dei medicinali. Qui si parla del "prima" e del "dopo", dell'"acquisto" e dello "smaltimento", di "fattori economico-monetari" (soldi spesi in farmaci che poi non saranno utilizzati e che, quindi, potevano essere tranquillamente risparmiati) e di "fattori socio-ecologici" (inquinamento degli ecosistemi).
Parto da questi ultimi, perchè sono i più oggettivi e inquietanti.
In ogni farmacia è presente un cassonetto appositamente dedicato alla raccolta dei medicinali scaduti, in quanto essi non dovrebbero mai essere smaltiti con i normali rifiuti urbani: le sostanze di cui i farmaci sono costituiti hanno, in generale, un impatto fortemente inquinante e sono dannosi per l'ambiente. Fermo restando che un sacco di gente se ne sbatte dei problemi ecologici, credo che altrettante persone, semplicemente, non abbiano un'adeguata percezione del potere inquinante dei farmaci e dei problemi cui una loro inadeguata eliminazione può dar luogo. In altre parole, credo che un sacco di gente non abbia un'adeguata percezione di cosa siano i farmaci e di quale potenziale tossicità abbiano non solo sull'organismo che li assume a scopo terapeutico ma anche sugli organismi che ne vengano in contatto indirettamente.
Per il resto, valgono le considerazioni che ho esposto nel paragrafo "Il vero costo dei farmaci". Occorre educare il cittadino a un acquisto consapevole e a uno smaltimento opportuno e verificare gli effetti di questo sforzo educativo, prima anche solo di congetturare un più facile e largo accesso al farmaco.

Segnalazione dell'ASL di Ferrara: il 20% degli anziani impiega i farmaci in modo non corretto.

I risultati di questa indagine, condotta in soggetti di età compresa fra i 60 e gli 80 anni, sono stati pubblicati a settembre 2007 (es.: SANITA' - Il Sole 24 Ore - 11-17 settembre, pag. 23) e riguardano modifiche, sospensioni o interruzioni della terapia prescritta: 1 anziano su 5 non si attiene allo schema posologico stabilito dal medico e, di propria iniziativa, varia la terapia farmacologica che sta eseguendo.
Occorre essere obiettivi: il campione in esame è stato piuttosto esiguo (500 i questionari distribuiti, 336 quelli riconsegnati compilati) e non pretende, di per sé, di essere rappresentativo dell'intera popolazione italiana ultrasessantenne. Tuttavia dobbiamo considerare come Ferrara sia, secondo i dati ISTAT, la provincia dell'Emilia-Romagna con il più alto indice di vecchiaia e col più alto numero di "over 65"; inoltre, come sottolineato anche dal Servizio Farmaceutico dell'ASL di Ferrara, i risultati di questa indagine non fanno altro che confermare quelli raccolti, a più riprese, da altre ricerche nazionali (e europee); infine è interessante notare come l'indagine sia stata condotta senza alcun intento di riferirsi alla spesa pubblica o a eventuali possibilità di riduzione della stessa bensì col fine di abbattere l'inappropriatezza di impiego del farmaco. Infine, ma non per questo meno importante, il target dell'indagine è proprio una di quelle fasce di popolazione considerate "deboli" e quindi che dovrebbero essere maggiormente tutelate, anche dal punto di vista culturale e dell'educazione sanitaria.
Tutto questo, a parer mio, rende l'indagine quantomeno interessante e permette di riallacciarla direttamente ai tre argomenti che ho esposto qui sopra: tutti sono accomunati da effettivi o potenziali danni alla salute provocati da un improprio uso dei farmaci. Uso che, quindi, andrebbe per prima cosa migliorato e corretto.
A questi quattro principali resoconti che ho presentato se ne possono affiancare ancora, alcuni altrettanto incentrati sull'ancora troppo scarsa cultura sanitaria del cittadino, altri a testimonianza di come la potenziale tossicità dei medicinali e, comunque, di tutte le sostanze farmacologicamente attive, debba essere tenuta in considerazione al fine di monitorare, regolare e, se necessario, restringere l'accesso al farmaco; non il contrario.

Segue una brevissima rassegna stampa relativa all'argomento in questione, per confermare come il problema della scarsa educazione sanitaria nel nostro Paese sia sempre attuale: le Istituzioni devono ancora cominciare ad affrontarlo, altro che risolverlo.

Automedicazione poco accorta e malanni dell'inverno

Automedicazione poco accorta ed emicrania iatrogena

Automedicazione poco accorta e intossicazioni da farmaco (gennaio 2008)

Allergie e intolleranze da farmaco in aumento (febbraio 2008)

Boom di allergie da farmaci: causa il consumo di troppe pillole (febbraio 2008)

Farmaci e allergie: occorre ridurre consumi (febbraio 2008)

Farmaci: è allarme per le cure "fai-da-te (febbraio 2008)

Allarme sul "fai-da-te" in ambito pediatrico (marzo 2008)

Un bambino su tre assume farmaci in maniera sbagliata (marzo 2008)

Il sistema "Farmacia" piace e funziona

A maggio del 2006 è stato pubblicato il risultato dell'indagine condotta dal Centro di Formazione Management del Terziario (CFMT), una organizzazione vicina a Confcommercio, in relazione al gradimento, da parte dei cittadini italiani, di vari servizi pubblici e privati: la farmacia "vinse" l'indagine con un indice di gradimento pari all'81%.
Nel 2002 un'indagine analoga aveva già visto "vittoriosa" la farmacia, con un gradimento del 79,2%. Il risultato, quindi, non solo è stato confermato in senso assoluto ma è anche stato migliorato in senso relativo (81% contro 79,2%) nonostante la campagna dispregiativa operata da politicanti, media e associazioni varie ai danni delle farmacie e dei farmacisti facendo leva sugli sconti FACOLTATIVI introdotti dal "Decreto Storace".
Questi dati, per quanto puramente indicativi e pur non essendo Vangelo, indicano abbastanza chiaramente come il sistema "farmacia", per come lo abbiamo inteso fino al "Decreto Bersani", non solo piaceva così com'era a una grossa maggioranza dei cittadini italiani ma addirittura era il servizio che piaceva di più, fra tutti quanti, in assoluto! Già qui mi sorge spontanea una domanda: di tutti i servizi al cittadino che esistono, c'è bisogno di sradicare e rivoluzionare proprio quello più gradito al cittadino stesso? Caspita, ma non siamo in un Paese democratico in cui chi sta al Governo (gente eletta dalla maggioranza dei cittadini... hehehe!) si regola nelle proprie scelte in base a quel che la maggioranza ("democrazia" = "governo dei più") dei cittadini preferisce?
Boh. Io di politica meno ne capisco e meglio sto. Conosco però, e piuttosto bene (Dio, quanto sono superbo e arrogante!), il sistema "farmacia".
Il sistema "farmacia" era (ed è ancora! Le rivoluzioni arrivano e passano ma quel che sul serio andrebbe cambiato e migliorato non muta di una virgola...) certamente perfettibile in diversi suoi aspetti ma, tutto sommato, funzionava e aveva sempre funzionato piuttosto bene anche grazie ai limiti che lo vincolavano e lo definivano.

Tanto per cominciare, la distribuzione geografica delle farmacie era finalizzata ad assicurare una distribuzione capillare su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dai fattori economici derivanti dal reddito che un giro di clientela ampio può garantire rispetto a un giro di clientela ristretto. Questo scopo, perseguito tramite l'"invenzione" della Pianta organica cui accennerò fra pochissimo, poneva al primo posto gli interessi sanitari del cittadino, limitando la libera scelta imprenditoriale del farmacista per vincolare l'apertura della farmacia entro limiti logistici e geografici che potessero far fronte alle esigenze del cittadino. In altre parole la libertà decisionale del farmacista imprenditore nell'ambito del luogo in cui aprire una farmacia era subordinato alla necessità che il cittadino, ovunque vivesse, potesse facilmente accedere al farmaco e ai servizi offerti dalla farmacia.
Il fine qui sopra descritto non riguardava "i cittadini" in generale o la maggioranza di essi, bensì "ogni singolo cittadino": a poter accedere alla prestazione professionale del farmacista e ai servizi offerti dalla farmacia (di cui la dispensazione del farmaco è solo uno e, forse, neppure il più importante) dovevano poter essere indistintamente, con le stesse modalità e gli stessi oneri economici, tutti quanti i cittadini italiani, indipendentemente dal fatto che abitassero nel paesino rurale di montagna o nel grande centro urbano e indipendentemente da qualsiasi altro fattore (possibilità di spostarsi più o meno agevolmente, fattori socio-economici, preferenze di accesso al farmaco, eccetera).
La Pianta Organica, introdotta nel 1913 ("Riforma Giolitti"), è il principale mezzo con cui questi diritti costituzionali del cittadino sono stati tutelati: essa impedisce che le farmacie si concentrino nelle zone economicamente più appetibili a scapito delle zone meno redditizie: se posso scegliere e possiedo sufficienti risorse economiche, chi me lo fa fare di aprire una farmacia in un comune montano di 800 anime quando posso aprirla in un centro urbano che mi garantisca un bacino d'utenza di 3000 persone?
Il sistema "farmacia" garantiva anche la disponibilità di accesso al farmaco 24 ore su 24, per far fronte alle urgenze, coordinando gli orari della farmacia di turno col servizio di continuità assistenziale fornito dalla Guardia Medica e dai centri ospedalieri: una struttura organizzativa sicuramente migliorabile ma ECCELLENTE se solo il cittadino non fosse così "supertutelato" anche negli ambiti che lo interessano in prima persona e che richiederebbero una sua diretta partecipazione. Il normale orario delle farmacie (apertura per 40 ore settimanali) copriva complessivamente 5 giorni lavorativi, lasciando come riposo la domenica (scusate!) e un qualsiasi giorno della settimana (o due qualsiasi mezze giornate). La farmacia di turno, invece, garantiva 24 ore su 24 di apertura al pubblico, indipendentemente che fosse domenica, Pasqua, Natale, ferragosto, eccetera. Tutti i turni delle farmacie presenti nella Provincia devono essere esposti fuori dalla farmacia, in modo che il cittadino possa sempre informarsi su quale farmacia sia di turno (in alternativa è sufficiente chiamare il 118).
Questi punti che ho descritto devono essere intesi anche e soprattutto alla luce del fatto che quello alla salute è un diritto costituzionale di ciascun cittadino, la tutela del quale compete alla Repubblica (fonte: Costituzione Italiana, Art. 32).
Anziché smontare un sistema che i cui vincoli e le cui limitazioni sono stati volutamente concepiti al fine di subordinare gli aspetti economici e commerciali a quelli etici e sanitari nel prioritario interesse del cittadino, alla luce di quanto considerato fino ad ora io personalmente troverei più sensato ottimizzarne le caratteristiche, modificandole in relazione ad eventuali nuove o aumentate esigenze del cittadino e lasciando immutata la struttura del sistema "farmacia".
Si potrebbe ad esempio allargare ulteriormente la distribuzione geografica delle farmacie, rendendola ancor più capillare ove necessario (es.: comuni o frazioni la cui popolazione sia aumentata più che in altre aree o che per caratteristiche logistico-geografiche necessitino di un diverso rapporto fra numero di farmacie e numero di cittadini). Sarebbe inoltre opportuno ridefinire la nomenclatura delle farmacie: c'è troppa eterogeneità nel panorama delle farmacie italiane per due soli insiemi quali sono le "urbane" e le "rurali". Occorrerebbe studiare specifiche normative che tengano conto dell'esercizio della professione e di eventuali agevolazioni fiscali a seconda dei fattori logistici, geografici, economici, eccetera che caratterizzano le varie farmacie, con particolare attenzione verso quelle delle frazioni più isolate o a minor fatturato. Potrebbe anche essere utile rivedere i quorum adattandoli (aumentandoli o diminuendoli a seconda dei casi) alla nuova nomenclatura di cui sopra: due quorum, sempre a causa dell'eccessiva eterogeneità fra le varie farmacie, sono troppo pochi per gli stessi motivi appena citati. Bisognerebbe poi rivedere, ovviamente, anche la legislazione che regola i turni: "Eh, devo andare fino dalla Guardia Medica e poi tornare!? No no, dammi subito l'Augmentin, tanto il pediatra lo aveva già prescritto l'anno scorso". Posso affermare per esperienza diretta che le persone di questo tipo sono le prime a piantare casini se ti rifiuti di dar loro l'Aulin senza ricetta; e sono le prime a gridare allo scandalo se anticipi a terzi un Brufen 400 senza prescrizione.

Insomma, ci sono numerosi fronti su cui poter intervenire e altrettanti modi di farlo lasciando intatto, ma ottimizzando ulteriormente, quel che è stato costruito, collaudato e migliorato nel corso dei decenni e che gode, da anni, del riconoscimento e dell'apprezzamento dei cittadini italiani.
Ah, tanto per completezza: anche nel 2008 un'indagine realizzata da Cfi&Cpf Group per conto del Centro di Formazione Management del Terziario ha visto la Farmacia al primo posto fra i servizi più apprezzati dal cittadino con un indice di gradimento del 76,9%: fra i trentadue servizi esaminati, essa è stata inoltre l'unica a rientrare nella fascia definita "di eccellenza" (fra l'altro, dall'indagine è emerso come i cittadini abbiano denunciato, invece, un peggioramento generale degli altri servizi). Non solo: dalla stessa indagine, la farmacia è risultata anche essere il servizio più facilmente accessibile sul territorio nazionale! Questi risultati sono stati commentati favorevolmente da Federfarma e da FOFI (Comunicati del 17/10/2008).

Il farmaco è un "bene etico di salute"

Eccomi qui a ripeterlo ancora una volta: il farmaco NON è un "bene commerciale di consumo". Il farmaco è un "bene etico di salute". La fregatura, sia per il cittadino che deve acquistarlo, sia per noi che siamo qui a parlarne, è che il farmaco ha comunque un costo in denaro.
Ma qual è, in definitiva, la differenza fra un "bene commerciale di consumo" e un "bene etico di salute", nonostante entrambi comportino una spesa per chi ad essi desideri accedere e un guadagno per chi li produca, distribuisca o venda/dispensi?
Oh, intendiamoci fin da subito: io non sono un economista o un esperto di marketing, quindi quanto segue è solo parte delle mie personali opinioni e della mia personale ma diretta esperienza nell'esercizio della mia professione. Nulla di oggettivo o universale, quindi.
Dunque, tanto per cominciare, nel normale mercato vige la "legge della domanda e dell'offerta": più un bene commerciale è richiesto, più il suo prezzo aumenta; meno un bene commerciale è richiesto, più il suo prezzo si abbassa. Un interessante corollario, peraltro attualissimo, è che più il prezzo di un bene commerciale viene abbassato, più ci si aspetta che esso desti l'interesse del consumatore.
Sono regole di mercato, che si basano non solo su presupposti probabilistici ma, concedetemelo, anche su quanto il consumatore (me compreso; anzi, io per primo!) sia sprovveduto e "abbocchi" a stratagemmi quali il prezzo di "Euro 99.90" anziché "Euro 100.00" (10 centesimi su 100 Euro fanno la differenza solo in apparenza, agli occhi di chi deve sborsarli e legge le cifre, non certo in sostanza) oppure la scritta "sconto" o "offerta" o "saldo" o "opportunità" o "promozione" o similari, magari a caratteri belli grossi e colorati (basta leggerla e già si sente odore di risparmio, non importa quanto e non importa come), oppure il "martellamento" pubblicitario sui principali media (che poi il messaggio corrisponda alla realtà dei fatti è irrilevante: l'importante è "martellare"), tanto per citare tre "classici" del genere osservabili, fra l'altro, anche in varie farmacie.
A parer mio, il farmaco NON può e NON dovrebbe essere oggetto di regole di tal genere, anche se di fatto lo è già da tempo, almeno nell'ambito dell'automedicazione e di parte della "Fascia C". I farmaci di automedicazione, in particolare, possono essere oggetto di pubblicità presso il pubblico e la pubblicità è da sempre una delle anime del commercio.
Non c'è nulla di male né di scandaloso, finché essa è sfruttata per promuovere beni commerciali di consumo ma quando si parla di medicinali il discorso dovrebbe essere ben diverso.
Oggi, invece, poco importa che i messaggi comunicati siano fuorvianti o distorcano la realtà dei fatti (per il 99.7% del tempo le pubblicità televisive decantano le miracolose e improbabili proprietà terapeutiche del farmaco, riservando uno 0.3% scarso ad avvertenze-farsa del tipo: "Attenzioneèunmedicinale chepuòavereeffettiindesiderati anchegraviseisintomi persistonoconsultareunmedico"); poco importa che le pubblicità sui farmaci, in quanto tali, inneschino perversi circoli viziosi (es.: il cittadino è "spinto" ad acquistare quel che vede in pubblicità; quel che è pubblicizzato ha un costo più elevato, se non altro perchè la pubblicità occorre pagarla; quindi il cittadino è "spinto" ad acquistare un prodotto a costo più elevato; però poi si grida allo scandalo per quanto cari costano i farmaci; allora le istituzioni e le associazioni di consumatori spingono per incoraggiare l'acquisto dei farmaci "equivalenti" a minor costo; ma le pubblicità rimangono, immutate, a "spingere" il cittadino verso il prodotto più caro; e così via); poco importa se sugli scaffali di farmacie, corner della salute e parafarmacie sono esposte in bella vista e in primo piano le confezioni dei medicinali maggiormente oggetto di pubblicità (altra regola di mercato: "Più il prodotto è pubblicizzato, più esso va reso visibile al consumatore nell'esercizio di vendita". In tal modo egli, anche se non era venuto per acquistare quel prodotto, ne associa l'immagine visiva a quanto letto/osservato in pubblicità, "si ricorda" che potrebbe - forse - essergli utile rifacendosi ai contenuti - fuorvianti - della pubblicità stessa, e lo acquista d'impulso sulla spinta del "martellamento" di cui sopra); poco importa se "lo sconto" discrimina il prezzo d'acquisto a seconda delle possibilità economiche dell'esercizio di vendita (possibilità che sono direttamente proporzionali al bacino d'utenza: più gente viene a comprare da me, più vendo, più soldi guadagno, più possibilità ho di praticare sconti. Vale l'esempio che ho citato sopra: se ho un punto-vendita in un paesino di 800 abitanti ho meno possibilità di praticare sconti rispetto a chi ha un punto-vendita in un grosso centro urbano di 8000 abitanti; ma gli 800 abitanti che si riforniscono al mio punto-vendita sono persone di "serie B" o hanno gli stessi diritti costituzionali - la Costituzione prevede che tali diritti debbano essere tutelati dalla Repubblica - di chi abita nel grosso centro urbano?!).
Sulla faccenda delle differenze di prezzo per lo stesso medicinale venduto in esercizi commerciali diversi non mi dilungo troppo, valgono le mie personali considerazioni già esposte circa l'incostituzionalità in rapporto all'accesso al farmaco.

Sui farmaci etici cosa si può dire? Fino ad ora ho considerato più attentamente i medicinali di libera vendita, con particolare riguardo per quello di "Fascia C-bis" (sempre di "farmaci" si tratta: beni etici di salute, per i quali è stata rilasciata un'Autorizzazione all'Immissione in Commercio, caratterizzati da controindicazioni, potenziali effetti collaterali "ANCHE GRAVI" - non lo dico io, lo dice per legge la pubblicità e lo dicono per legge i foglietti illustrativi; sempre per legge "E' ammesso il libero e diretto accesso da parte dei cittadini ai medicinali di automedicazione": se non è un'incongruenza questa! -, eventuali interazioni farmacologiche con cibi, bevande, prodotti erboristici, integratori o altri medicinali), ma considerazioni analoghe valgono, a maggior ragione e nonostante non ci sia di mezzo - non ancora! - la pubblicità al pubblico, anche per l'etico.
C'è a parer mio da precisare che l'accesso al farmaco etico è, per legge, deciso e autorizzato (scusate... mi scappa da ridere: fra farmaci potenzialmente letali venduti da alcuni miei colleghi come se fossero farmaci di automedicazione, farmaci potenzialmente letali prescritti da alcuni medici telefonicamente o senza accertamenti di alcun genere e farmaci potenzialmente letali "suggeriti" da alcuni infermieri in base a non si sa quali competenze credo che per tutte e tre le categorie ci sia di che guardarsi dentro, in Coscienza, e riflettere con molta calma e attenzione sul proprio operato) esclusivamente dal medico prescrittore dopo accurata valutazione.
Aumentare i canali di vendita, a fronte di una già capillare distribuzione delle farmacie sul territorio nazionale, è a mio avviso privo di significato perchè in un mercato di questo genere la domanda, stabilita insindacabilmente dal medico, non può aumentare o diminuire a seconda che diminuisca o aumenti l'offerta. La domanda è statica; o meglio, sale e scende anche lei ma in base a fattori "patologici", non certo in base a fattori di mercato.
Insomma, tutto quello che regola i normali mercati dei normali "beni commerciali di consumo" nei normali ambiti sociali dovrebbe essere "altro" da quel che regola il mercato dei medicinali. La salute non è un mercato come gli altri. E' un mercato, certamente, perchè come ho più volte sottolineato costa soldi produrre un farmaco, costa s oldi distribuirlo e costano soldi le prestazioni professionali sanitarie, consulenze comprese (tranne che per il farmacista: è l'unico professionista per le cui consulenze il cittadino non deve spendere un centesimo... questo dovrebbe essere a parer mio un altro interessante spunto di riflessione); ma è un mercato che, in quanto tale, DEVE avere più controlli, più limitazioni e più divieti rispetto agli altri mercati, perchè esso non ruota solo intorno al portafogli del cittadino ma ruota, prima di tutto e soprattutto, attorno alla sua salute.
Quando c'è di mezzo il farmaco, la fregatura più grossa non è spendere qualche decina di centesimi in più per acquistare lo stesso prodotto (avrei potuto risparmiare se solo questo punto-vendita avesse praticato uno sconto maggiore o se solo avessi saputo che nell'ipermercato a 12 Km. da casa mia il prezzo era minore!) bensì restarci secchi perchè abbiamo fatto ricorso all'Aspirina® mentre eravamo in terapia col warfarin o restare gravide perchè abbiamo fatto ricorso all'integratore a base di iperico mentre eravamo in terapia con contraccettivi ormonali.

Chi tutela il cittadino da situazioni di tal genere? La legge, no: essa è inadeguata e il legislatore non ha la competenza adatta per migliorare le cose. Le associazioni di consumatori e l'Antitrust, no: si occupano di "tutela economica" (forse), non di "salute"; né possono farlo, perchè neppure loro hanno le competenze adatte. Il farmacista, ci può provare ma, di per sé, non ha a parer mio gli strumenti necessari per far fronte, da solo, a un onere così gravoso. Un discorso analogo vale, sempre a parer mio, per gli altri professionisti sanitari coinvolti. Per tutelare adeguatamente la salute pubblica servirebbe, a parer mio, un bel giro di vite al mercato di tutte le sostanze farmacologicamente attive, altro che "liberalizzazioni".
Già adesso, il farmacista conta meno di zero quando il cittadino vuole acquistare l'Aspirina® o quando vuole acquistare un integratore a base di iperico (tanto per rimanere nei due esempi che ho citato prima).
Vogliamo fare qualcosa per aumentare la tutela del cittadino, magari restringendo e rivedendo le modalità di accesso e di vendita di ciò che è caratterizzato da un'attività farmacologica, o vogliamo proseguire come se i dati raccolti dal servizio di farmacovigilanza non esistessero?

Concludendo: aumentare la concorrenza nel mercato del farmaco serve, a mio avviso, solo a demolire gli imprenditori più deboli (il discorso è opinabile, finché non riguarda direttamente il cittadino: c'è chi ritiene che sia giusto così; c'è chi sostiene che così non sia giusto; c'è chi se ne sbatte altamente); di certo non credo contribuisca ad aumentare la tutela della salute pubblica o le garanzie di sicurezza al cittadino, ed è invece su questo che il legislatore dovrebbe concentrarsi, perchè nel mercato del farmaco ad essere prioritaria è la tutela della salute del cittadino; inoltre sono anche certo che concorra a creare ulteriori disparità fra i cittadini stessi nell'accesso al farmaco.

Il farmacista non è "garanzia" sufficiente

Eh, qui all'apparenza mi sto tirando la mazza sui piedi da solo ma, lo preciso fin da subito, sono ben lucido e sicuro, in Coscienza, di quel che affermo. Qualsiasi farmacista con un minimo di umiltà, senso di autocritica e priorità rivolta verso la tutela della salute pubblica piuttosto che verso il proprio prestigio sociale o il proprio tornaconto economico potrà confermare questa mia posizione o, almeno, parte di essa (è chiaro che, essendo individui, non possiamo vedere le cose tutti esattamente allo stesso modo).
Considerati gli infausti trascorsi, ci tengo a precisare che l'ultimo mio intento, qui, è insultare, offendere o diffamare chiunque sia un Farmacista e che, essendo io stesso un Farmacista Collaboratore, rivolgo a me, per primo e in prima persona, ogni contenuto qui di seguito esposto, compresi i presunti insulti (sono un tipo che ha imparato a incassare bene!).
Il Farmacista è indubbiamente una garanzia di sicurezza IMPORTANTE e NECESSARIA quando si parla di dispensazione al pubblico dei medicinali e di consulenza professionale su di essi ma, di per sé, non è una garanzia di sicurezza SUFFICIENTE nell'ambito della tutela del cittadino e della salute pubblica. Questo è il concetto di fondo in cui credo ed è quanto cercherò di spiegare e sostenere nelle prossime righe.
"Farmacista" è un titolo di studio. Una Laurea conseguita, un Esame di Stato superato, un'iscrizione all'albo effettuata e mantenuta nel tempo. Nulla di poco conto, intendiamoci, ma non si tratta di un punto di arrivo. Si tratta di un punto di partenza: un Dottore che inizia a esercitare la Professione nella quale ha investito anni di studi, di denaro e di risorse intellettuali. Mi piacerebbe poter parlare anche di passione verso la Professione ma essa non è fra i requisiti necessari a diventare Farmacista; anzi, a fini puramente "accademici" è purtroppo un dettaglio irrilevante. *
Il giorno dopo il conseguimento della Laurea; il giorno dopo il superamento dell'Esame di Stato; il giorno dopo le prime 8 ore di lavoro col Caduceo fissato sul camice, già il bagaglio culturale che ci è stato riconosciuto potrebbe necessitare di essere aggiornato, rivisto, messo in discussione alla luce di un nuovo studio scientifico pubblicato o di una nuova normativa entrata in vigore.
I campi in cui il nostro titolo di studio ci riconosce come "esperti" sono in continuo divenire: potrei fare innumerevoli esempi e, ne sono persuaso, con ciascuno di essi coglierei sicuramente almeno un collega che non era al corrente delle "novità" esposte ma non basterebbero..... perchè io stesso ignoro o non ricordo al volo ogni contenuto delle discipline con cui abbiamo a che fare ogni giorno.
Sono un incompetente che mette in pericolo il cittadino a causa della propria negligenza professionale? Mi piace pensare di no: sono soltanto un essere umano che, per quanto preparato, ha i suoi limiti e i suoi "buchi". Non mi sento superbo o arrogante nell'affermare che, sotto questo punto di vista, siamo tutti sulla stessa barca: se c'è qualcuno che pensa di conoscere in ogni momento ogni aspetto di ogni campo inerente la nostra Professione, per favore si faccia avanti. Dico sul serio.

Oltre al bagaglio culturale e all'aggiornamento, occorre anche considerare l'esperienza professionale. Attenzione, si tratta di cose completamente diverse: il neolaureato può (PUO': vedremo, è tutto da verificarsi) avere una cultura teorica più ampia e più aggiornata rispetto al farmacista che lavora da vent'anni 8 ore al giorno, 40 ore alla settimana in una farmacia aperta al pubblico; eppure pensate che un Farmacista al primo giorno di lavoro conosca i nomi commerciali dei medicinali, che abbia la dimestichezza con le insidie e le eccezioni della Legislazione Farmaceutica, che sappia allestire una preparazione galenica destreggiandosi fra i "trucchi" del campo, che sia in grado, in definitiva, di garantire la stessa tutela della salute pubblica di un collega che esercita da anni la Professione?
Io non credo proprio; e non perchè il neolaureato sia idiota (lo siamo stati tutti... bah, non idioti, intendo neolaureati! E invito ognuno di voi a guardarsi dentro con gli occhi di allora!) bensì perchè il collega che esercita da vent'anni ha alle spalle un certo numero di esperienze e di errori (eh, sì: forse non grossi casini ma è anche e soprattutto da essi che si impara!) che ne hanno forgiato la "professionalità".
Oh, non sono regole "fisse": un singolo neolaureato (appassionato della Professione, con alle spalle un tirocinio come si deve, col desiderio di mantenersi sempre aggiornato e di apprendere da ogni occasione qualche nuova nozione) può benissimo essere più competente di un farmacista "anziano" con esperienza pluriennale (che magari ha sempre svolto il minimo sindacale senza alcun vivo interesse per la propria Professione e senza alcuna preoccupazione attiva verso la tutela della salute pubblica). E' solo una regola probabilistica: in ogni tempo e in ogni campo, l'"esperienza pratica" ha prodotto risultati "pratici" migliori della mera teoria (la cui validità, come ho accennato, è tutta da verificarsi caso per caso) e ancora migliori se ASSOCIATA alla stessa teoria.
Insomma, non mi dilungo oltre: "Farmacista" non significa nulla. Siamo oltre 70.000 attualmente in Italia e posso garantire che se a ciascuno di noi venisse posto un questionario inerente la Farmacologia, la Legislazione, la Tecnica e altri campi professionali la totalità delle risposte sarebbe molto eterogenea, perchè siamo INDIVIDUI.
Intendiamoci: io ora qui sto parlando di noi Farmacisti ma questo stesso discorso vale, identico, per qualsiasi altra categoria professionale. Tanto è vero che, quando c'è da eseguire un'operazione delicata, se l'interessato ha i mezzi e il denaro necessari non si affida a un "Medico" qualsiasi, si informa e ne cerca uno "bravo"; quando c'è da affrontare una causa penale, se l'interessato ha i mezzi e il denaro necessari non si affida a un "Avvocato" qualsiasi, si informa e ne cerca uno "bravo"; eccetera.
Sto dicendo che il semplice titolo di studio NON fa automaticamente dell'individuo un professionista preparato, serio, affidabile e competente. Lo ribadisco: il titolo di studio è un punto di partenza. Di lì comincia una carriera professionale. E' un inizio, il primo gradino di una scala, tutta in salita, lunga quanto la carriera professionale stessa. Al momento della pensione, se mai noialtri ne vedremo una, non saremo ancora arrivati in cima: avremo sempre da imparare, da ripassare, d a rimetterci in gioco.
Mi fanno sorridere (non è vero, l'ho scritto solo per diplomazia: in realtà mi fanno inc@zzare da matti!) le Istituzioni, i cittadini e quei miei stessi colleghi che vedono nella "sola e semplice" presenza di un "Farmacista" a dispensare farmaci una idonea, opportuna e sufficiente garanzia di tutela della salute pubblica. Non esiste!
C'è farmacista e farmacista (magari alcuni incompetenti, poco aggiornati, per nulla appassionati della Professione e incuranti degli aspetti deontologici della stessa), così come c'è titolare e titolare (magari alcuni tiranni, lucratori, feudatari, privilegiati), così come c'è collaboratore e collaboratore (magari alcuni pigri, svogliati, in perenne attesa del sabato e in altrettanto perenne "malattia del lunedì").

Bon, facciamo pausa: io fino ad ora ho cercato di fare l'"avvocato del diavolo". Se ho dato l'impressione di puntare a spargere m3rd4 sulla nostra Professione e sul nostro titolo di studio, non era mia intenzione. Desideravo solo cercare di rendere un'idea (la mia: ribadisco che si tratta solo del mio punto di vista) secondo cui c'è ben altro, oltre al titolo di studio, che occorre valutare prima di ritenere tutelata la salute pubblica.
Ho infatti affermato all'inizio del paragrafo che il farmacista è una garanzia NECESSARIA (il Farmacista è solo un essere umano ma, di sicuro, non esiste un altro Professionista che, su carta, sia così preparato nell'ambito di tutto ciò che riguarda il mondo del farmaco) ma non SUFFICIENTE nell'ambito della dispensazione dei medicinali al pubblico e della consulenza professionale su di essi.
Vediamo cosa, a parer mio, può servire ad aiutare il Farmacista a raggiungere quella "sufficienza" di cui sembra mancare.
Parliamo di farmacia. La farmacia è caratterizzata da una serie di strumenti che, nella loro totalità, possono supportare il farmacista ottimizzandone i ruoli e minimizzandone le occasioni di errore. Questo servizio di "supporto" non è nato dall'oggi al domani e non è frutto di una pianificazione a tavolino elucubrata da qualche mente geniale: è solo la naturale evoluzione della farmacia nel corso dei decenni di vita che l'hanno vista nascere, crescere, svilupparsi e ottimizzarsi, soprattutto nella salvaguardia della salute pubblica.
Non ho detto "esclusivamente", ho detto "soprattutto": che di errori in passato (ma anche di recente...) e di migliorie nel presente la farmacia sia stata e sia protagonista credo sia innegabile. In questa sede, però, non desidero decantare pregi e difetti della farmacia bensì concentrarmi su un singolo pregio in particolare: il sistema di "dialoghi", di cui essa è la sede ultima (perchè tale è stata fino al 2006, in esclusiva, della dispensazione al pubblico dei medicinali), fra istituzioni sanitarie deputate ai controlli, alla raccolta di dati, alla diffusione di aggiornamenti, al servizio di farmacovigilanza, eccetera. Non starò qui a dilungarmi sui dettagli relativi a questo sistema: non è l'ambito adatto e, soprattutto, non ho alcun desiderio di intavolare qui una diatriba su "cosa offri tu in rapporto a cosa offro io".
Io qui voglio solo affermare che il luogo in cui il professionista esercita (meglio: gli strumenti che il professionista trova a propria disposizione nel luogo in cui esercita!) può fare la differenza fra il fornire una VERA E PROPRIA garanzia di sicurezza al cittadino e lo sfruttare un titolo di studio per apparire professionalmente più in gamba o socialmente più importanti di quanto si sia in realtà. Un "luogo" che informa in tempo reale il Professionista sull'ultima interazione farmacologica appurata fra un medicinale e un estratto erboristico o sul passaggio da "prodotto di libera vendita" a "farmaco su Ricetta Non Ripetibile" di un medicinale è importante per l'esercizio della professione da parte dell'individuo Professionista. Per come la vedo io non è un discorso opinabile.
O meglio, è opinabile se cominciamo con discorsi del tipo "Ma anche in altri esercizi si potrebbe implementare un sistema SIMILE". Caspita, parliamo di tutela della salute pubblica: i sistemi "simili" sono fallimentari in partenza perchè qui non si tratta di stabilire uno "standard" minimo cui uniformare tutti i punti-vendita di farmaci. Quando si parla di "salute", ---> TUTTI <--- i punti-vendita DEVONO obbligatoriamente fornire i più alti standard concepibili e realizzabili! Quando si parla di salute, lo "Standard minimo" e lo "Standard massimo" COINCIDONO, perchè sulla consulenza professionale, quale è quella di cui il farmacista è tenuto a occuparsi, non c'è tolleranza di errore. Non si tratta di un processo industriale di realizzazione di un medicinale, come può essere fra "generico" (oggi "equivalente") e "originatore" in cui si ammette una tolleranza del 20% in più o in meno sulla biodisponibilità come verifica indiretta della bioequivalenza.
Qui si parla di CONOSCENZA del mondo del farmaco: controindicazioni, potenziali effetti collaterali, eventuali interazioni farmacologiche, eccetera. Il tutto aggiornato, dagli enti competenti alla farmacia e dalla farmacia agli enti competenti, in tempo reale.
Il farmacista è un uomo: per quanto ampio e approfondito sia il suo bagaglio culturale, per quanto aggiornata e metodica sia la sua preparazione, per quanto di lunga data e prestigiosa sia la sua esperienza professionale, rimane "solo" un essere umano. Non è un computer, non vive in una realtà virtuale in stile "Matrix" con la quale è connesso in tempo reale e, quindi, in tempo reale è informato su ogni variazione del mercato, della farmacovigilanza, della tossicologia e di mille altri campi da parte degli enti competenti.
Il farmacista necessita di una serie di "input", i più aggiornati possibile, cui poter attingere per dare il suggerimento più corretto, per sconsigliare l'assunzione di un farmaco in un determinato ambito, per informare su un'eventuale interazione farmacologica, per fornire un chiarimento legislativo, eccetera.
Tutto questo esiste, da tempo, in ogni farmacia ed è forse l'ingranaggio che gira meglio all'interno del sistema "farmacia" stesso: che senso ha promuovere la nascita di nuovi punti-vendita che non comprendano queste garanzie, che le comprendano solo in parte o che comprendano qualcosa di simile eppure di diverso?
QUESTA è la garanzia che la farmacia offre ogni giorno in virtù di un percorso che è stato intrapreso decenni fa e che ha fornito egregiamente fino a oggi (chiedo scusa, fino al 2006) il proprio contributo partecipando a un regime del 100%. Contributo ampiamente riconosciuto dal cittadino italiano, come ho già avuto modo di esprimere in questa stessa sede.

Sento le voci.
Sento voci che mi dicono: "Ok, ma se questo sistema è così figo, che ci vuole a implementarlo, come tale, nelle parafarmacie o nei supermercati in modo che vendendo gli stessi tipi di medicinali che le farmacie vendono oggi ci sia la stessa garanzia di sicurezza per il cittadino che può esistere oggi in farmacia?" La risposta è che non ci vuole niente.
In tal caso, però, si tratterebbe di proporre nuove FARMACIE (stessi farmaci venduti, stesse garanzie fornite, stessi servizi offerti, eccetera) e mi sorge spontanea la domanda opposta: che motivo c'è, nell'interesse del cittadino, di deregolamentare l'apertura delle farmacie? A parer mio nessuno, se non nell'ottica delle "frustrazioni di alcuni farmacisti" cui ho accennato sopra. Tutta roba che, comunque, deve, sempre a parer mio, venire anni-luce dopo le esigenze del cittadino: occorre quindi prima preoccuparsi di modificare alcuni contenuti della Legislazione Farmaceutica, per instaurare un miglior esercizio professionale da parte del Farmacista e una migliore individuazione delle reali esigenze sanitarie del cittadino.
Ce n'è, temo, per i prossimi 10 anni, considerata la competenza dei nostri politicanti. Dopo di che, ci sarà spazio anche per problematiche di altro genere. Ripeto comunque quanto ho proposto in precedenza: se il problema attuale è sul serio (verifichiamolo!) un'esigenza di ancora maggiore diffusione della farmacia sul territorio geografico è molto più sensato individuare le zone interessate e promuovere l'apertura di nuove farmacie piuttosto che azzardare demagogiche "liberalizzazioni" che non offrono alcuna certezza aprioristica e che non trovano alcun riscontro né alcun precedente cui rifarsi a livello europeo.

* Cosa, invece, è riconosciuta da tempo è la struttura del settore farmaceutico in Italia: tanto i suoi PREGI quanto i suoi DIFETTI. Non è una questione di opinioni. In queste ultime righe, che ho qui strutturato come una sorta di "P.S.", desidero porre una domanda disinteressata a tutti i miei colleghi che inneggiano alla "libertà" di esercizio della Professione (come se esercitare la Professione oggi, a maggio del 2007, in una Parafarmacia, occupandosi del 10% scarso delle competenze per cui abbiamo studiato e investito tempo/denaro/risorse intellettuali significasse "libertà".
Ah, ma certo, scusate: significa "libertà dai titolari-feudatari"! Chiedo ancora scusa, forse ingenuo io. O forse sprovveduti voi...): se sapevate che il nostro stipendio sarebbe stato questo; se sapevate che le nostre possibilità di "carriera" sarebbero state queste; se sapevate che il settore farmaceutico era un settore "chiuso", se lo stipendio era fra le vostre priorità, se sottostare a un "titolare" era l'ultima cosa che avevate in mente; se non conoscevate i sistemi o le normative con cui contrastare i "titolari feudatari"; eccetera... per quale motivo avete scelto "LIBERAMENTE" (oppure questo aggettivo vale solo oggi, nel presente, e non valeva quando vi siete iscritti all'Università!?) di diventare Farmacisti?
Azzardo un'ipotesi: per poi, forse, in un futuro non precisato, cambiare le cose?
Mi vengono in mente le donne di alcuni racconti medievali (questi sì che sono ambientati al tempo del faudalesimo!) che sposano il proprio uomo dicendo: "Eh, ora come ora non è un gran che, ma nel tempo sono sicura di poterlo cambiare!" Ci credono col cuore.
Poi scappano (il divorzio non esisteva ancora, legalmente).

Le nostre frustrazioni non sono prioritarie

Prima ancora di iniziare il discorso, ci tengo a far notare come esso sia riferito "ai farmacisti". Tutti: collaboratori, titolari di farmacia, disoccupati, titolari di parafarmacia, impiegati in un corner della salute, eccetera, a cominciare dal sottoscritto.
Io non credo nel dualismo titolare-non titolare. Qui non si tratta di partiti, fazioni, bande di quartiere o etichette facili. Non ci sono 16.000 titolari schierati contro la "liberalizzazione" del farmaco e 54.000 non-titolari schierati a favore: questa è solo una classificazione semplicistica, di comodo e, a parer mio, chi la sostiene non solo ha torto, è addirittura in malafede perchè si ferma all'ovvia apparenza del "tutto o nulla" anzichè indagare in profondità nelle posizioni di chi, senza sentirsi parte di "un gruppo" piuttosto che di un altro, desidererebbe solo sentirsi parte di un'unica e singola categoria professionale, quale siamo. Chiedo scusa, quale DOVREMMO essere. Sto quindi per fare un discorso molto generale ma mi permetto di generalizzare perchè quanto esporrò è, per come vedo io le cose, la prima e diretta conseguenza di ciò che deontologicamente ci contraddistingue e ci accomuna TUTTI quanti, senza distinzioni. E' un qualcosa che la nostra categoria ha un po' perso per strada e ne è dimostrazione l'eterogeneità e le spaccature che oggi la affliggono; ciononostante, almeno una caratteristica comune l'abbiamo ancora, ed è racchiusa nell'aspetto etico della nostra professione, nella priorità che la tutela della salute pubblica rappresenta in essa, nella garanzia che ciascuno di noi, ogni giorno, è chiamato a offrire agendo nel "disinteressato interesse" (passatemi il gioco di parole) del cittadino.

Noi siamo Farmacisti e, fatti salvi i vari e comunque dignitosi sbocchi professionali cui la nostra laurea consente di accedere, siamo chiamati a "fare i farmacisti". Non esiste alcuna legge che vieti a un laureato in Farmacia o in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche che abbia superato l'Esame di Stato e che sia regolarmente iscritto all'Ordine dei Farmacisti, di "fare il farmacista", cioè di esercitare la Professione nella quale ha investito tempo, denaro e risorse intellettuali. "Fare il farmacista", di per sè, solo in piccola parte ha a che vedere con la vendita dei medicinali e, sempre di per sè, non ha assolutamente nulla a che vedere con l'imprenditoria. "Fare il farmacista" significa dispensare al cittadino tutta una serie di servizi e di prestazioni professionali (di cui la vendita del farmaco non è nè la principale nè la più importante) finalizzate a tutelare la salute pubblica. Il consiglio terapeutico nell'ambito di SOP e OTC, l'informazione sanitaria o legislativa, il controllo e la valutazione della prescrizione medica, la reperibilità 24 ore al giorno 365 giorni all'anno (parlo sempre del "farmacista" come figura professionale, non sto dicendo che ognuno di noi debba vivere in farmacia!): questo e altro ancora è "fare il farmacista".
Per "vendere" una scatola di medicinale è sufficiente strisciare un codice a barre, battere uno scontrino e, eventualmente, timbrare un pezzo di carta: non credo ci voglia una laurea in farmacia. E non credo ci voglia una laurea in farmacia neppure per gestire un esercizio commerciale: basta avere un capitale da investire e un po' di sano spirito imprenditoriale.
Quando si parla di farmacia, il contesto imprenditoriale entra in gioco solo nell'ambito della titolarietà ma quest'ultima è un aspetto che, col "fare il farmacista", non ha davvero nulla a che vedere (diversamente non sarebbero "farmacisti" nè i colleghi che esercitano nelle farmacie comunali nè quelli che esercitano nelle farmacie ospedaliere nè, ovviamente, i collaboratori di farmacie private). Qui non intendo fare una digressione sul significato dell'imprenditoria nè sui pro e contro che essa comporta, proprio perchè con l'argomento in questione c'entra poco o niente. Essere imprenditore (titolare di farmacia) è irrilevante a fini professionali: in prima analisi, il titolo di studio di un titolare e di un non-titolare è lo stesso, il bagaglio culturale pure, la preparazione professionale anche, il Codice Deontologico idem. Soprattutto, sono identici i doveri verso il cittadino.
Vedere nell'aspetto imprenditoriale un prestigio professionale aggiunto e dovuto significa, a parer mio, essere vittima di una visione distorta ed errata del significato della nostra professione. Anzi, proprio perchè l'aspetto imprenditoriale non è intrinseco nella figura del professionista che è chiamato a "fare il farmacista", esso non può essere invocato come una "necessità" primaria e fondamentale del professionista stesso, senza la quale nasce la frustrazione di essere un "farmacista mutilato": se la meta prioritaria è diventare imprenditori, esistono altri percorsi formativi e altri ambiti lavorativi. A parer mio, le mete prioritarie del nostro ambito professionale sono, o dovrebbero essere, ben altre.

Scendendo più nel particolare circa le implicazioni dell'Emendamento di D'Elia così come viste e sostenute da alcuni colleghi, trovo molto inquietante che si inneggi a una "farmacia non convenzionata" vedendola come un punto di arrivo per il farmacista: scegliendo volontariamente di svincolarsi dalla convezione col SSN, il farmacista sceglie infatti altrettanto volontariamente di rinunciare alla tutela della salute pubblica e alla supervisione della prescrizione medica proprio negli ambiti dei farmaci "essenziali e per malattie croniche", che dal punto di vista terapeutico sono senza dubbio i più importanti e più rappresentati nella "Fascia A". Sono anche i più rognosi, perchè costano poco rispetto alle altre fasce, perchè il "cliente" è lo Stato e perchè sono vincolati a una burocrazia colossale.
Queste considerazioni mi portano a congetturare che il farmacista che aspiri alla cosiddetta "farmacia non convenzionata" sia il classico farmacista-mercante: rinuncio ai farmaci essenziali per il cittadino (fatturo poco, perchè costano poco: lasciamoli perdere); rinuncio ai rapporti col SSN (un brutto cliente, perchè non sai mai se e quando ti paga: lasciamolo perdere); evito le rogne della burocrazia (tanti casini senza alcuna gratifica nè riconoscimento: lasciamole perdere); e mi dedico solo ai medicinali che consentono una retribuzione sull'unghia al momento della vendita. Già che ci sono, evito anche la galenica, perchè di nuovo si tratta di un mondo impregnato di burocrazia, dai vantaggi economici tuttaltro che sicuri e in diretta concorrenza con i preparati industriali.
A questo punto la nomenclatura andrebbe rivista: non più un dualismo fra "farmacia convenzionata" e "farmacia non convenzionata" bensì fra "farmacista mercante" e "farmacista professionista sanitario". Di nuovo, "mercante" e "professionista sanitario" sono aggettivi che non hanno nulla a che vedere con "collaboratore", "titolare" o "dipendente": sono impronte che si hanno o non si hanno dentro e fanno la differenza fra chi ha azzeccato la scelta del corso di studi intrapreso e chi l'ha sbagliata. Già ieri e fino ad oggi esistevano ed esistono titolari di farmacia "mercanti" e più volte, da più parti, questa figura così poco professionale e così tanto "mercantile" è stata denunciata. Ha senso riproporla trasposta in un altro esercizio di vendita piuttosto che darsi da fare per sopprimerla?
Quando c'è stato da promuovere l'uscita di SOP e OTC dalle farmacie, la parola d'ordine era "risparmio per il cittadino" (come conquistare, diversamente, l'opinione pubblica?). Infatti il risparmio c'è stato: 4 Euro l'anno (fonte: ANIFA, luglio 2007). Oggi il discorso economico stenta ad attirare direttamente l'opinione pubblica, perchè l'uscita dell'etico di fascia C dalle farmacie non produrrebbe alcun vantaggio per il cittadino (neppure i 4 Euro annui di cui sopra).
Ciò nonostante, di tanto in tanto qualche media diffonde le voci di gente che cerca di muovere nuovamente gli specchietti per le allodole che già nel 2006 hanno sortito l'effetto di indurre nel cittadino le aspettative di chissà quale vantaggio economico: gente come gli organizzatori della manifestazione del 10 luglio 2007 a Roma (quella a cui hanno partecipato circa 200 persone), che secondo ADNKRONOS Salute (04/07/07) sostengono che l'approvazione dell'emendamento comporterebbe "meno costi dei farmaci per i consumatori" (non si sa come, restando il prezzo dell'etico fisso, nazionale, immutabile e determinato dalle case farmaceutiche); gente come Mauro Zanini, vicepresidente nazionale di Federconsumatori che secondo Il Salvagente (n° 29, 19-26 luglio, pag 3) vede nell'uscita dell'etico di Fascia C dalle farmacie "maggiori risparmi per i consumatori" (di nuovo, non si sa come, restando il prezzo dell'etico fisso, nazionale, immutabile e determinato dalle case farmaceutiche. Ah, bella poi la faccenda del "consumatore"!); gente come lo stesso Sergio D'Elia il quale, in una lettera pubblicata da La Repubblica il 12/07/07, sostiene che "la liberazione dei farmaci di fascia C favorirebbe il consumo dei prodotti più economici equivalenti, i cosiddetti generici" (non si sa come, non contenendo l'emendamento alcuna norma in tal senso ed esistendo già dal 2005 l'obbligo, per ogni farmacista, di informare sempre il cittadino dell'esistenza del farmaco equivalente a minor costo in assenza della dicitura "farmaco non sostituibile").
In realtà i vantaggi economici per il cittadino sarebbero nulli e il non ammetterlo né renderlo chiaro pubblicamente è, a mio avviso, un'altra lampante dimostrazione di malafede; quel che è di gran lunga peggio, i veri "buchi" dell'attuale assetto farmaceutico, come l'appena citato aspetto commerciale che (nonostante l'ampia legislazione "teorica" in proposito, non ultimo il Codice Deontologico approvato a giungo 2007 dal Consiglio Nazionale) più o meno di frequente prevale su quello deontologico, non si cerca neppure lontanamente di correggerli; semplicemente si punta a importarli, come tali, in altre realtà di vendita. Così si apre un panorama in cui i difetti presenti nelle farmacie non solo vengono in esse mantenuti ma addirittura vengono riproposti in un numero indefinito di altri esercizi di vendita, peraltro estranei alle stesse norme che regolano le farmacie come ammesso dallo stesso D'Elia (La Repubblica, 12/07/07 ): ci vuole tanto coraggio o tanta incoscienza (o tanta ignoranza) a proporre un disegno di legge consapevoli che in esso non sono contenute norme in grado di garantire al cittadino il mantenimento degli stessi standard di sicurezza e controlli.

La frustrazione del farmacista che vorrebbe fare l'imprenditore non è prioritaria (magari lo diventerà, in futuro. Non so. Oggi, sicuramente non lo è).
La priorità dovrebbe essere tappare i buchi che, nell'attuale assetto farmaceutico, ci impediscono di dare il meglio di noi stessi come tutori della salute pubblica: maggiori controlli finalizzati a mantenere gli aspetti economici subordinati a quelli deontologici; trasferimento di quegli oneri di cui il farmacista si fa carico ma di cui non dovrebbe avere diretta responsabilità alle figure effettivamente responsabili (medico, cittadino, AIFA, Ministero della Salute, eccetera); revisione della legislazione farmaceutica finalizzata a ottimizzare il nostro ruolo professionale anziché ostacolarlo; maggiore elasticità in quorum e piante organiche a seconda dei fattori sociali, logistici e geografici che possono caratterizzare il contesto in cui la farmacia opera; rivedere le regole di concorsi e assegnazioni di sedi introducendo, fra le altre cose, più vigilanza e più trasparenza; e via dicendo senza voler tralasciare aspetti più prettamente "monetari" quali la revisione dello stipendio del collaboratore, la determinazione del prezzo al pubblico dei medicinali e i rapporti delle farmacie con le ASL.
Insomma, che i buchi esistano è fuori discussione; che possano essere individuate soluzioni, pure; che le si possa discutere e proporre insieme, anche. Tutto questo senza scardinare le basi di un sistema - la farmacia - che, fino ad oggi, ha svolto più che dignitosamente il suo sporco lavoro e senza spaccare in due, se non in più parti, la nostra già malandata categoria.
Per concludere questo paragrafo, desidero riportare un intervento di Ettore Jorio, Docente di Diritto Sanitario presso l'Università della Calabria:

Fascia "C" libera: nessuna tutela
Ettore Jorio, "Il sole 24 Ore"-Sanità, 19-25/06/2007, pag. 30




11- La Pianta organica

Ed ecco l'ennesimo (agosto/settembre 2007) attacco di chi punta a distruggere il sistema "Farmacia" nel nostro Paese. Si noti fin da subito come si tratti di un  attacco contro uno dei pochissimi aspetti del Sistema Farmaceutico italiano che non necessiti, né "tutto sommato""oggettivamente/obiettivamente", di impellenti, urgenti e/o importanti miglioramenti, soprattutto se confrontata con altri aspetti del nostro stesso Sistema Farmaceutico (primi fra tutti quelli che coinvolgono direttamente il miglioramento della tutela della Salute Pubblica da parte del Farmacista e delle Farmacie).
Parlo dell'idea (che, ovviamente, non ha mai avuto alcuna attuazione. Scrivo "ovviamente" tenendo conto dei mittenti), da parte di ANPI, FEF e altre poche "istituzioni" (è un termine che, in Italia, lascia il tempo che trova. Un po' come l'"Onorevole" riferito ai politicanti, per intenderci ) del genere, di proporre un referendum con quale abrogare, SFRUTTANDO/MANIPOLANDO il diritto al voto del cittadino (è solo la mia opinione a riguardo ma è anche ormai un "classico" del nostro Sistema Giuridico: interpellare il cittadino su argomenti che egli non conosce nella speranza che la scelta collimi con gli interessi di chi fornisce le informazioni più "opportune", le quali solitamente poco collimano con la realtà dei fatti), la Pianta Organica.

La Pianta organica, secondo me

Mi permetto di ribadire subito, a sangue freddo, la mia prima osservazione in merito: quanto ha senso chiedere un parere al cittadino circa la Pianta Organica quando la maggior parte dei cittadini, ovviamente, non sa neppure cosa essa sia?
Non è una domanda retorica: quel "ovviamente" non è dispregiativo, bensì obiettivo: la Pianta Organica è uno dei concetti più intrinseci e complessi dell'intera Legislazione Farmaceutica. Ci sono studenti di Farmacia e Chimica e Tecnologie Farmaceutiche (CTF) che non ne comprendono la portata neppure dopo aver conseguito la Laurea. Si tratta di un'elaborazione giuridica che, risalendo agli Anni '30, può vantarsi di aver fornito una garanzia quasi centenaria a tutti i cittadini italiani.

"Tutti". Ecco, qui risiede l'intrinseca importanza della Pianta Organica in rapporto ai singoli individui che, nel loro insieme, costituiscono la cittadinanza italiana; ai singoli individui che, nella propria individualità, sono (o dovrebbero essere!) tutelati dalla Costituzione Italiana.
La Costituzione Italiana, a ben vedere, non è un concetto strettamente "democratico": essa non tutela "la maggior parte" degli italiani ("Democrazia" = "governo dei più"). Essa tutela "tutti" gli italiani. Ed è giusto così, soprattutto nell'ambito sanitario: il cittadino italiano, costituzione alla mano, ha tutta una serie di diritti che gli sono riconosciuti dalla Costituzione stessa. Ciononostante, a parer mio, nessun diritto costituzionale raggiunge l'importanza e/o il significato collettivo del diritto alla SALUTE (Art. 32 della Costituzione Italiana), sul quale la Repubblica è chiamata esplicitamente all'inderogabile dovere di vigilare.
Gli enti che si occupano di tutelare la salute del cittadino ne tutelano (o ne dovrebbero tutelare) la SALUTE. La SALUTE! Occorre rendersi conto di come la SALUTE sia un bene, per ciascuno di noi, diverso da tutti gli altri.
Alcuni di noi possono abitare in una casa grande e spaziosa piuttosto che piccola e angusta; altri di noi possono avere un reddito elevato piuttosto che esiguo (con tutte le conseguenze del caso); alcuni di noi possono avere un'automobile lussuosa e di grossa cilindrata piuttosto che un'utilitaria capace di staccare lo 0-100 in 18'' netti; altri di noi possono permettersi una "donna delle pulizie" piuttosto che "sbattersi" a fare lavatrici, pulire pavimenti o lavare vetri; eccetera.
Tutto questo non ha nulla a che fare con la nostra salute. Non direttamente (non ancora!), almeno. "Salute" è un concetto che la Legge lega "ancora", purtroppo o per fortuna, ai farmaci, alla prevenzione e/o alla diagnostica. Quel che ho schematicamente abbozzato ha a che fare, piuttosto, col "tenore di vita".
Il diritto alla salute va oltre: esso non dipende dal mestiere, dallo stipendio, dalla residenza, dal reddito (né da altri fattori ancora) del cittadino. Esso è universale: riguarda allo stesso modo e nello stesso grado TUTTI QUANTI i singoli cittadini.
La Pianta Organica ha, prima di altre, caratteristiche logistico-geografiche: essa esiste per regolare la distribuzione delle farmacia sul territorio nazionale in rapporto a TUTTI i cittadini italiani che risiedono in tale territorio. Il ragionamento alla base della Pianta Organica è simile al seguente: "Il cittadino che vive in un grosso centro urbano, densamente popolato, ricco di opportunità lavorative e con un favorevole giro di affari DEVE, in base a quanto stabilisce la Costituzione Italiana, avere le stesse modalità e spese di accesso ai servizi sanitari (esami diagnostici, acquisto di medicinali, consulenze professionali, eccetera) del cittadino che vive in un piccolo comune rurale, con pochi abitanti e uno scarso introito economico".
Il cittadino del piccolo comune rurale non deve essere costretto a farsi decine di chilometri per raggiungere un centro urbano nel quale acquistare i farmaci (strumenti necessari a mantenere integra la salute pubblica), né dovrebbe esse costretto a farseli per poterli acquistare a prezzi più vantaggiosi rispetto a quanto li trovi nel proprio comune (una farmacia situata nel piccolo comune rurale ha molte meno possibilità di praticare sconti rispetto a una farmacia situata nel grosso centro urbano).
Su questo secondo aspetto (sconti praticabili sui farmaci di libera vendita) gli interessi economici di alcune fazioni politico-economiche e l'incompetenza del legislatore hanno già calpestato i diritti costituzionali dei cittadini italiani nel 2005 col Decreto Storace e nel 2006 col Decreto Bersani.
Oggi si chiede l'eliminazione della Pianta Organica, cioè del "divieto di non aprire" farmacie nei comuni più isolati e disagiati. La si chiede in nome di una "libertà di mercato" che, per favorire la concorrenza economica (è un concetto giustissimo finché si parla di "beni economici di consumo"; è il concetto più errato quando si comincia a parlare di "beni etici di salute", quali sono i farmaci), sacrifica e mette in secondo piano i diritti costituzionali dei cittadini, che DEVONO essere tutelati da una normativa in grado di fornire garanzie e tenere sotto controllo un mercato (quello del farmaco) che, per l'importanza del diritto alla salute, non può essere considerato al pari degli altri mercati nei quali sono venduti/acquistati i normali beni di consumo.
Chiedere l'eliminazione della Pianta Organica, cioè autorizzare l'arbitraria apertura/chiusura di farmacie, significa introdurre la possibilità (oggi, anche volendo, questa possibilità è un rischio inesistente) che le farmacie dei comuni più disagiati chiudano per riaprire in posizioni logistico-geografiche più favorevoli, in zone più appetibili dal punto di vista commerciale.
Se io sono titolare di una farmacia in un comune di 1000 abitanti e non ho possibilità, grazie alla/a causa della Pianta Organica, di aprire la mia farmacia in una zona economicamente più appetibile non ho altra scelta che esercitare la Professione nella mia sede e, al massimo, darmi da fare per migliorare i servizi offerti nell'ottica di un maggiore e meritato ritorno economico; ma sei io sono titolare di una farmacia in un comune di 1000 abitanti e non esiste una Pianta Organica che mi impedisca di aprire la mia farmacia in una zona economicamente più appetibile, chi me lo fa fare di rimanere lì? Chiudo la mia farmacia e la riapro in un grosso centro urbano di 10000 abitanti (nel quale, anche se ci fossero altre 3 farmacie, avrei comunque la possibilità di guadagnare molto più rispetto alla mia precedente condizione): se la Legge non si preoccupa dei cittadini residenti nel piccolo comune di 1000 abitanti perchè dovrei preoccuparmene io? Che muovano il culetto e si spostino nel centro urbano, se hanno bisogno di un farmaco o di una consulenza professionale.
Ecco, questo è il succo della proposta: eliminare la Pianta Organica significherebbe, come già accaduto con gli sconti sui farmaci (come ho già accennato, una farmacia con un ampio giro d'affari situata in un grosso centro urbano ha molte più possibilità di tagliare i prezzi e praticare sconti rispetto a una farmacia situata in un piccolo comune rurale ma il cittadino che abita nel grosso contro urbano e il cittadino che abita nel piccolo comune rurale hanno ESATTAMENTE GLI STESSI DIRITTI COSTITUZIONALI) e con la vendita dei medicinali nei supermercati (i supermercati e le parafarmacie non sono regolati da una Pianta Organica e di certo non ne viene promossa l'apertura nelle zone economicamente meno appetibili: di nuovo, il cittadino del piccolo comune è stato messo da parte in nome di una "apertura del mercato" che ha reso il farmaco una merce di consumo qualsiasi, alla faccia dei dei diritti sanciti dalla Costituzione per i cittadini italiani), suddividere la cittadinanza italiana in individui di "Serie A" e in individui di "Serie B".
Gli individui di "Serie A" abitano in zone ad alta densità di popolazione, ricche di "potenziali clienti" e, quindi, ideali per aprire un esercizio commerciale (ripeto: il concetto è assolutamente perfetto se lo si applica a un bene economico di consumo!): tanti acquirenti offrono altrettante possibilità imprenditoriali!
Gli individui di "Serie B" abitano in zone poco "interessanti" dal punto di vista economico e, quindi, sono poco sfruttabili per aprire un esercizio commerciale (ripeto: il concetto è assolutamente errato se lo si applica a un bene etico di salute!): pochi acquirenti implicano pochi guadagni. Chi me lo fa fare?
Concludendo: il mercato del farmaco DEVE essere un mercato protetto, sul quale le autorità sanitarie DEVONO esercitare un controllo e nel quale DEVONO essere imposte, possibilmente da enti competenti, delle regole. Non può, sotto alcun punto di vista, essere assoggettato all'ottica che vale per gli altri mercati, perchè il farmaco serve a tutelare la SALUTE, non a togliere gli sfizi.
Anzi, mi permetto a questo punto di rincarare la dose dalla parte opposta: se proprio si desidera proporre un Referendum nell'oggettivo interesse dei diritti sanitari dei cittadini italiani, lo si proponga per abrogare l'Articolo 1.4 del Decreto Storace (Legge 149/2005) e l'Articolo 5 del Decreto Bersani (DL 223/2006) al fine di sostituire tali normative incostituzionali con disposizioni in linea con le seguenti:

1- Il prezzo dei medicinali sia nazionale e fisso, in modo che TUTTI i cittadini italiani abbiano gli stessi diritti economici nell'accesso al farmaco (bene etico di salute).

2.a- Il prezzo dei medicinali sia allineato alla media europea entro un prefissato margine di tolleranza (es.: che non possa superare di più del 10% la media europea).

Oppure:

2.b- Il prezzo dei medicinali sia a discrezione di un ente ufficiale (es.: Ministero della Salute, AIFA, un nuovo ente istituito appositamente, eccetera) che lo giustifichi e se ne assuma esplicitamente e costantemente la responsabilità amministrativa e penale davanti ai cittadini italiani.

3- I farmaci di automedicazione (OTC o di fascia C-bis) e i farmaci senza obbligo di prescrizione (SOP) tornino ad essere dispensati esclusivamente nelle farmacie, poiché:

a) solo le farmacie, essendo integrate in tempo reale con tutti gli altri enti sanitari ufficiali, riescono a fornire il massimo grado e la massima tempestività di informazione in materia di farmaci, Farmacovigilanza e Legislazione Farmaceutica nella loro interezza.

b) solo le farmacie sono regolate, nella propria distribuzione logistico-geografica, da una normativa che ne proibisce la chiusura e ne vincola l'apertura anche nell'interesse delle zone economicamente meno appetibili.

4- Si istituisca un nuovo ente di controllo attivo che vigili costantemente sul rispetto dei diritti costituzionali sanitari del cittadino in tutti gli esercizi commerciali autorizzati alla vendita del farmaco (bene etico di salute).

5- Si verifichi (ed eventualmente si intervenga in modo appropriato) l'adeguatezza dell'attuale quorum (rapporto fra numero di cittadini residenti e numero di farmacie aperte al pubblico), tenendo anche conto di come le varie aziende "farmacia" differiscano notevolmente fra loro per numerosissimi fattori (economici, logistici, geografici, regionali, eccetera).



Il Darimar's e-Health Project
Progetto personale finalizzato alla diffusione su Internet di un'informazione corretta e trasparente sui farmaci, la farmacia e gli ambiti ad essi relativi - Continua
Movimento Spontaneo Farmacisti Italiani
Il M.S.F.I. mira a tutelare il cittadino-paziente e la salute pubblica attraverso la valorizzazione della farmacia territoriale e del farmacista che in essa esercita - Continua
In Vacanza sulle Isole del Langerhans
Sito personale dedicato al diabete mellito, per sapere qualcosa in più su questa patologiae imparare eventualmente ad affrontarla con un po' di ottimismo - Continua