I prodotti "naturali"

  1. Introduzione alla Sezione
    • Premessa iniziale (tanto per essere chiari...)
  2. In cerca di una definizione
    • Arbitrarietà del termine "naturale"
    • Ignoranza e mala fede
  3. Uno spiraglio di chiarezza!
    • Il "rimedio erboristico" secondo l'O.M.S.
    • Altre definizioni legislative
    • Introduzione alla Fitoterapia
    • Principi attivi e fitocomplessi
  4. Qualche concetto oggettivo
    • Relazione somministrazione-effetto
    • Garanzie e fiducia
    • Fitoterapia "fasulla"
  5. Gli "integratori alimentari"
    • Quando l'integratore è "naturale"...
    • Il falso e idilliaco quadro proposto insieme all'integratore
    • Vediamo cosa dice la legge
    • Proprietà farmacologiche e proprietà terapeutiche
    • Il vero ruolo degli integratori (naturali e non)
  6. Propaganda ingannevole
    • Bugie (sempre troppe!) sul "naturale"
    • I rischi concreti associati al "naturale"
  7. Note conclusive
    • Precisazioni (temo doverose...) su questa Sezione
  8. Fitoterapia: cosa, come, quanto e quando?
    • Cos'è la Fitoterapia?
    • Come scegliere un buon fitoterapico?
    • Come tutelarsi nella terapia fitoterapica?
    • Quando la Fitoterapia dà il meglio di sé?

1- Presentazione della Sezione

Non esiste alcuna ragionevole motivazione per affermare, a parità di fattori, che un prodotto "naturale" o un rimedio "alternativo" (qualsiasi significato si desideri attribuire a questi aggettivi) siano più efficaci e/o più sicuri di un prodotto "di sintesi" o di un medicinale "tradizionale".
Permettetemi di ribadirlo fin da subito: il "naturale" non presenta alcun obiettivo vantaggio, di per sé, rispetto a quanto la medicina tradizionale abbia da offrire.
Non si tratta di opinioni: è un fatto.

Prima di cominciare a vederne insieme le ragioni, ricordo che in questo Sito ho evidenziato in blu i nomi commerciali dei farmaci di libera vendita (da banco, OTC; senza obbligo di prescrizione, SOP), in rosso i nomi commerciali dei farmaci etici (richiedono ricetta medica per poter essere acquistati/dispensati), in viola le molecole farmacologicamente attive (principi attivi di medicinali o sostanze di vario genere) e in arancione le sostanze potenzialmente attive dal punto di vista farmacologico (soprattutto, ma non solo, estratti erboristici: la Fitoterapia è Farmacologia a tutti gli effetti).

Buona lettura!




2- In cerca di una definizione

"Naturale" è un termine riferito di solito a tutta una serie di rimedi e/o terapie proposte come "alternative" a quelle della farmacologia "tradizionale", privo di una definizione chiara e univoca e, quindi, del tutto arbitrario.
Tale arbitrarietà è spesso sfruttata impietosamente da numerosi produttori/distributori di rimedi "naturali" (forse per guadagnarci sopra) e dai media (forse per ignoranza o forse per semplici ragioni di "audience") per offrire al consumatore un quadro idilliaco nel quale il "naturale" serve su un piatto d'argento la possibilità di guarire i disturbi che ci affliggono senza comportare alcun rischio per la nostra salute, a differenza di tutto ciò che è "chimico" e/o "di sintesi" , i cui ben noti effetti collaterali, le cui interazioni con altri farmaci e le cui controindicazioni di ogni genere sembrano invece arrecare più danni che benefici.
Questa è l'immagine che viene squallidamente e sfacciatamente propinata sempre più spesso a chi, non disponendo di una preparazione scientifico-sanitaria adeguata, si trova nell'impossibilità di valutare obiettivamente le cose e, soprattutto, si trova sprovvisto di una definizione precisa cui riferirsi di cosa sia, infine, questo benedetto "naturale".
Questa definizione non si trova perché, molto semplicemente, non esiste .
Potremmo infatti dire che è "naturale" tutto ciò che si trova presente sul nostro pianeta INDIPENDENTEMENTE dall'intervento dell'Uomo; ma in tal caso sarebbe "naturale" oltre il 50% dei farmaci appartenenti al repertorio della medicina tradizionale (es.: la digossina presente nel Lanoxin®, l'insulina presente nell'Actrapid®, l'ipericina dell'estratto secco di iperico presente nel Proserem®, i lisati batterici presenti nell'Ismigen®, la levoarginina presente nella Bioarginina®, il testosterone presente nell'Andriol®, la levotiroxina presente nell'Eutirox®; sono tutti esempi di principi attivi, presenti in farmaci per i quali è obbligatoria la prescrizione medica, assolutamente identici per struttura chimica alle corrispondenti molecole normalmente esistenti "in natura").
Potremmo dire che è "naturale" tutto ciò che, oltre a trovarsi presente sul nostro pianeta indipendentemente dall'intervento dell'uomo, è assumibile come tale SENZA MANIPOLAZIONI (orrore, orrore!!!) da parte dell'Uomo stesso; ma in tal caso, senza i processi di selezione, controllo, purificazione, sterilizzazione, eccetera, finiremmo con l'intossicarci al primo tentativo (e, di fatto, tutti i prodotti spacciati come "naturali" subiscono, o dovrebbero subire nell'interesse di chi li assume, tutta una serie di procedure che conducono, infine, proprio a un prodotto che sia il più sicuro possibile per chi lo utilizza).
Potremmo d'altra parte definire "naturale" anche ogni sostanza CREATA dall'uomo in laboratorio: così come ad esempio una pianta, organismo vegetale presente in natura, produce autonomamente tutta una serie di molecole "naturali" dotate di attività farmacologica non vedo perchè, analogamente, non si possa dire che l'uomo, organismo animale presente in natura, produce autonomamente tutta una serie di molecole "naturali" dotate di attività farmacologica.
Potremmo dire che è "naturale" l'OMEOPATIA, in quanto agisce non con un rimedio che contrasta il disturbo bensì con un rimedio che, a dosaggi medi o alti, è la causa stessa del disturbo pur senza che esso sia per forza fisicamente presente (ammesso per un istante che sia "naturale" curare una malattia somministrando all'organismo la causa medesima); ma in tal caso la Fitoterapia sarebbe quanto di meno "naturale" concepibile, poiché agisce allopaticamente con gli stessi identici meccanismi d'azione, e spesso con le stesse identiche molecole, dei farmaci "tradizionali".
Potremmo definire "naturale" tutto ciò che non sia "CHIMICO" (di nuovo: orrore, orrore, mamma mia che brutto vocabolo! ); ma in tal caso sorgerebbe una contraddizione ben maggiore, in quanto tutto ciò che esiste su questa terra è fatto, ed è sempre stato fatto fin da molto prima che l'Uomo comparisse e che il nostro stesso pianeta si formasse, di atomi e/o molecole tenuti insieme da legami chimici. Questo vale, quindi, per i rimedi "naturali", esattamente (né più né meno) come per i farmaci "tradizionali".
Si potrebbe andare avanti ancora parecchio, temo, ma sempre con lo stesso risultato...

Questa arbitrarietà nella definizione del termine "naturale" non sarebbe comunque un grosso problema (la politica, la religione e il calcio sono tre esempi di campi dello scibile umano in cui ogni individuo ha la propria personale visione delle cose e assai di rado ci si discosta dopo aver colloquiato con chi ha posizioni diverse dalle sue) se non ci fosse chi si ostina a tutti i costi a bollare, definire, etichettare e classificare con questo aggettivo una serie di terapie e di rimedi contrapponendoli ad altri in base a ignoranza o desiderio di lucro (non vedo altre possibili motivazioni) e alimentando la confusione che attanaglia senza tregua il consumatore: così Fitoterapia, omeopatia, rimedi ayurvedici, agopuntura, fiori di Bach, chiropratica, tecniche "New Age" e quantaltro fanno tutte parte del "naturale", indipendentemente dal meccanismo d'azione, dai metodi di produzione, dall'efficacia e/o dalla sicurezza dimostrate (o NON dimostrate), dalle norme legislative, dai rischi associati (reali o presunti) e dai mille fattori che caratterizzano la terapia o il rimedio in questione distinguendoli da tutti gli altri.
In altre parole, qualsiasi "cosa" venga proposta come "altro" dai rimedi farmacologici studiati in laboratorio, sperimentati attraverso più fasi di controllo, analizzati sotto ogni punto di vista, regolati da rigorosi termini legislativi e formulati in modo da fornire quante più garanzie possibile in efficacia e sicurezza diventa automaticamente "naturale".




3- Uno spiraglio di chiarezza

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dà tuttavia una definizione piuttosto completa del termine "rimedio erboristico" e, in mancanza di meglio, mi pare ragionevole dedicarle attenzione, se non altro perché si tratta di una definizione fornita da un ente sanitario ufficiale circa un qualcosa che, col "naturale", deve OBBLIGATORIAMENTE aver qualcosa a che fare (voi capite: "erbe"... "natura"... ):

"I rimedi rimedi erboristici sono prodotti delle piante. Essi possono essere droghe grezze, che corrispondono a piante intere o parti di piante essiccate. Sono anche considerate droghe grezze altri prodotti delle piante come oli fissi e volatili, resine, balsami o catrami. Un rimedio erboristico può anche essere una semplice preparazione da una droga grezza, come un estratto o una tintura. In alcuni casi tali preparazioni sono ottenute da piante o da parti di piante fresche."

Come è facile notare, in base a questa definizione non sono da considerarsi "prodotti erboristici" né l'omeopatia, né i fiori di Bach, né le altre terapie cosiddette "alternative", né, d'altra parte, composti vegetali puri isolati (es.: alcaloidi, glicosidi) che spesso rappresentano i principi attivi di vari rimedi fitoterapici e di specialità farmaceutiche "tradizionali".
Già questa definizione mi pare riesca a porre un minimo di ordine nel casino generale, in quanto separa quello che, in definitiva, è il nucleo della Fitoterapia da tutto il resto. La Fitoterapia si basa infatti sull'impiego, a scopo terapeutico, dei principi attivi contenuti in ALCUNE parti di ALCUNE piante: tali principi attivi agiscono senza ombra di dubbio con gli STESSI identici meccanismi FARMACOLOGICI dei medicinali "tradizionali" e rappresentano essi stessi diversi medicinali in commercio.
Altre interessanti definizioni riguardano i "medicinali di origine vegetale o fitoterapici":

"Ogni medicinale che contiene esclusivamente come sostanze attive una o più sostanze vegetali o una o più preparazioni vegetali, oppure una o più sostanze vegetali in associazione ad una o più preparazioni vegetali".

(DL 219/2006, Art. 1, Comma ll)

Le "sostanze vegetali":

"Tutte le piante, le parti di piante, le alghe, i funghi e i licheni, interi, a pezzi o tagliati, in forma non trattata, di solito essiccata, ma talvolta anche allo stato fresco. Sono altresì considerati sostanze vegetali taluni essudati non sottoposti ad un trattamento specifico. Le sostanze vegetali sono definite in modo preciso in base alla parte di pianta utilizzata e alla denominazione botanica secondo la denominazione binomiale (genere, specie, varietà e autore)".

(DL 219/2006, Art. 1, Comma mm)

Le "preparazioni vegetali":

"Preparazioni ottenute sottoponendo le sostanze vegetali a trattamenti quali estrazione, distillazione, spremitura, frazionamento, purificazione, concentrazione o fermentazione. In tale definizione rientrano anche sostanze vegetali triturate o polverizzate, tinture, estratti, olii essenziali, succhi ottenuti per spremitura ed essudati lavorati".

(DL 219/2006, Art. 1, Comma nn)

La differenza sostanziale fra un "rimedio fitoterapico" e un "principio attivo di origine vegetale contenuto in un medicinale tradizionale" è che in quest'ultimo il principio attivo è rappresentato da una molecola ben precisa e definita, della quale, in genere, si conoscono vita, morte e miracoli in quanto è stata isolata, riprodotta in laboratorio, a volte modificata strutturalmente per ottenere una maggior potenza, una migliore efficacia o una minore tossicità, studiata "in vitro" per osservarne i profili farmacologici senza interferenze o imprevisti, sperimentata a più riprese su diversi organismi, compreso quello umano, al fine di determinarne i reali livelli di sicurezza e tossicità; invece, nella maggior parte dei casi, il rimedio fitoterapico contiene, in realtà, un'associazione di principi attivi ovvero il principio attivo associato a molecole di altro genere che sono comunque in grado di influenzarne l'attività terapeutica ma sulle quali ancora mancano informazioni di un dettaglio e di una sicurezza paragonabili a quelle relative alle specialità farmaceutiche, un po' a causa di una legislazione inadeguata e obsoleta, un po' a causa dell'impossibilità di tutelare diritti intellettuali e di siglare brevetti, un po' per mille altri motivi che non riesco neppure a ipotizzare.




4- Qualche concetto oggettivo

QUALSIASI COSA interagisca col nostro organismo dopo averla assunta, è in grado di apportare modifiche agli equilibri dell'organismo stesso. Questo vale persino per l'acqua, quindi a maggior ragione possiamo dedurre che valga per qualsiasi "sostanza", così definita a termini di legge:

"Ogni materia, indipendentemente dall'origine; tale origine può essere:
  1. umana, come: il sangue umano e suoi derivati;
  2. animale, come: microrganismi, animali interi, parti di organi, secrezioni animali, tossine, sostanze ottenute per estrazione, prodotti derivati dal sangue;
  3. vegetale, come: microrganismi, piante, parti di piante, secrezioni vegetali, sostanze ottenute per estrazione;
  4. chimica, come: elementi, materie chimiche naturali e prodotti chimici di trasformazione e di sintesi".

(DL 219/2006, Art. 1)

La modifica di questi equilibri può essere più o meno rilevante e dipende da moltissimi fattori eppure è SEMPRE presente. Persino il granuletto omeopatico infinitamente diluito, il quale non contiene alcun principio attivo ma solo gli eccipienti che tengono insieme il granulo stesso, sortirà sul nostro organismo effetti concreti e rilevabili in qualsiasi istante: l'aumento, in genere insignificante, delle concentrazioni delle sostanze di cui è fatto il granuletto o l'attivazione, in genere altrettanto insignificante, degli enzimi che le metabolizzano, tanto per fare un paio di esempi banali.
Un primo problema, a parer mio piuttosto imbarazzante, che affligge alcune terapie "alternative" è la FIDUCIA su cui esse devono necessariamente basarsi.
Cercherò di spiegare meglio questo concetto perché, a mio personalissimo parere, è degno di attenzione. Chiedo scusa fin d'ora qualora non dovesse riscontrare altrettanto interesse da parte del lettore.
Credo saremo tutti d'accordo che, in un mondo come quello d'oggi, l'offerta di un servizio o di un prodotto in cambio di denaro debba per forza di cose essere accompagnata da quante più garanzie possibili circa il valore, la qualità e l'autenticità del servizio o del prodotto in questione, a maggior ragione quando c'è di mezzo la salute.
L'intero sistema legale che controlla il commercio si basa, in definitiva, su questo semplice assunto.
Ora, se per ipotesi assurda domani in farmacia dovesse tornare un mio cliente con una confezione di Aspirina® acquistata il giorno prima e mi accusasse di avergli venduto dell'Aspirina® "tarocca" perchè il mal di testa non gli è passato dopo averla assunta, io non dovrei fare altro che analizzare in laboratorio le varie compresse contenute nel blister e valutare la presenza di acido acetilsalicilico alla dose prevista dalla formulazione (si noti come controlli di questo genere debbano, PER LEGGE, essere svolti in fase di produzione dalle case farmaceutiche stesse mentre non siano previsti controlli simili per la maggior parte dei prodotti "naturali").
Questo cosa significa? Significa che il denaro con cui il cliente ha pagato la sua Aspirina® non è stato speso sulla fiducia (fiducia verso la Bayer®? Fiducia verso la farmacia? Fiducia verso il farmacista? Fiducia verso la farmacologia!?) bensì su garanzie ben precise che, all'occorrenza, posso emergere e tutelare i diritti del cliente pagante rivelando il valore, la qualità e l'autenticità del prodotto acquistato.
Se però domani in farmacia dovesse tornare un mio cliente con una confezione di granuli di Nux Vomica 9 CH e mi accusasse di avergli venduto della Nux Vomica 200 CH "tarocca", io che potrei fare? L'analisi chimica dei granuli non potrebbe rilevare alcun principio attivo perché, per definizione, i rimedi omeopatici non contengono principi attivi in quantità rilevabile; documentazioni relative a studi sperimentali che garantiscano, in modo indefinitamente riproducibile, l'efficacia terapeutica della Nux Vomica 200 CH non ne esistono. Forse potrei dire al cliente "Abbia fiducia" ma non credo che sortirei effetti positivi...
Spero di aver reso il concetto .

Un discorso simile, seppure per alcuni versi differente, vale purtroppo anche per numerose preparazioni fitoterapiche in commercio: le componenti terapeutiche/tossiche delle piante variano in relazione alla parte di pianta utilizzata, allo stadio di maturazione, all'area geografica in cui è cresciuta la pianta, alle condizioni di conservazione e ad altri fattori ancora. Ricordiamo, infatti, che la Fitoterapia basa la propria efficacia su principi attivi ben precisi, esattamente come accade per i farmaci "tradizionali", i quali per esercitare un'azione terapeutica devono essere presenti a dosi sufficientemente elevate ma, contemporaneamente, non così alte da causare tossicità.
L'aspetto squallido del discorso è che la fitoterapia sarebbe in grado di fornire le stesse garanzie di efficacia e sicurezza di qualsiasi farmaco "tradizionale" ma ancora troppo spesso capita che tali garanzie non vengano fornite un po' perché la legislazione non le impone, un po' perché per smuovere l'interesse generale è sufficiente l'aggettivo "naturale" stampato su una confezione e un po' perché alcune case produttrici preferiscono disinteressarsi (costa meno sotto ogni punto di vista!) di tali garanzie.




5- Gli integratori alimentari

Moltissimi rimedi "naturali" sono commercializzati come "integratori alimentari".
Gli integratori alimentari, pur contenendo spesso sostanze farmacologicamente attive ed essendo talvolta qualitativamente e/o quantitativamente identici a specialità medicinali (alcune delle quali acquistabili/dispensabili, per legge, solo dietro presentazione di ricetta medica), non sono considerati "medicinali" dal punto di vista legislativo.
Questa diversa classificazione, come già appare evidente, si basa in molti casi più su aspetti economico-commerciali che su aspetti farmacologico-sanitari: casi in cui la salute pubblica finisce per riceverne un danno che, nella migliore delle ipotesi, è l'equivoco di fondo secondo cui l'integratore di turno, di solito "innovativo" e "naturale", sia in grado di risolvere in modo "definitivo" e "radicale" un determinato problema in virtù delle sue "speciali" e "specifiche" proprietà.
Ecco, solo sul mercato italiano esistono centinaia di "integratori alimentari", quindi in queste poche righe non pretendiamo di fare un quadro esaustivo della situazione; tuttavia la descrizione sommaria qui sopra riportata ci sembra calzi con quanto gli spot televisivi e le pubblicità al pubblico cerchino di (e, la cosa peggiore, riescano a) comunicare al cittadino: l'idea è quella di proporre al pubblico un prodotto di consumo (questo è l'integratore dal punto di vista commerciale e legislativo) facendo leva su problemi - o presunti tali - salutistici del pubblico stesso (e, quindi, rivolgendo spesso il messaggio non tanto al cittadino-consumatore quanto al cittadino-paziente).
Da un lato, quindi, l'integratore può vantare "proprietà farmacologiche", perchè nella maggior parte dei casi contiene effettivamente sostanze (sali minerali, vitamine, estratti vegetali, substrati energetici, eccetera) farmacologicamente attive alla luce di dati sperimentali presenti in letteratura; d'altra parte, però, l'integratore non può - lo dice la legge - vantare "proprietà terapeutiche", perchè queste ultime, anche in presenza delle corrette sostanze, prevedono dosaggi cui nessuna sostanza farmacologicamente attiva può definirsi innocua e, soprattutto, prevedono studi sperimentali, a monte, che dimostrino tali proprietà terapeutiche.
Per legge, l'integratore deve essere "sicuro", non "efficace":

  • "L'etichettatura, la presentazione e la pubblicità non attribuiscono agli integratori alimentari proprietà terapeutiche nè capacità di prevenzione o cura delle malattie umane ne' fanno altrimenti riferimento a simili proprietà" (Art. 6, Comma 2).
  • "Nell'etichettatura, nella presentazione e nella pubblicità degli integratori alimentari non figurano diciture che affermino o sottintendano che una dieta equilibrata e variata non è generalmente in grado di apportare le sostanze nutritive in quantità sufficienti" (Art. 6, Comma 3).
  • "Nel caso di integratori propagandati in qualunque modo come coadiuvanti di regimi dietetici ipocalorici volti alla riduzione del peso, non è consentito alcun riferimento ai tempi o alla quantità di perdita di peso conseguenti al loro impiego" (Art. 7, Comma 1).
  • "La pubblicità dei prodotti contenenti come ingredienti piante o altre sostanze comunque naturali non deve indurre a far credere che solo per effetto di tale derivazione non vi sia il rischio di incorrere in effetti collaterali indesiderati" (Art. 7, Comma 4).

Sono alcune disposizioni di legge contenute nel Decreto legislativo n°169 del 2004, che regola proprio la commercializzazione degli integratori alimentari.
Per il cittadino che non abbia ben chiare le proprietà di un integratore alimentare e che ricorra ad esso al fine di risolvere un problema di salute sulla spinta emozionale della pubblicità si prospetta un duplice rischio: primo, non ottenere gli effetti o i risultati sperati e, quindi, non trarre giovamento per il proprio stato di salute (a causa dell'assenza di "proprietà terapeutiche"); secondo, incorrere in effetti collaterali o in interazioni con medicinali, cibi o bevande, causate dalle "proprietà farmacologiche" dell'integratore stesso.
Concludendo, gli "integratori alimentari", naturali o di sintesi che siano, hanno un proprio spazio sul mercato e possono avere un proprio ruolo anche in ambito sanitario, come coadiuvanti e supporti a terapie farmacologiche di vario genere o a regimi dietetici particolari. Il fatto che non siano classificati come "farmaci" o che siano presentati come "naturali" non implica che siano innocui, che non presentino potenziali effetti tossici o che non possano dar luogo a interazioni farmacologiche. Il contributo che gli integratori alimentari possono dare deve essere considerato "secondario" rispetto a quanto sia possibile ottenere con una dieta equilibrata e variata associata a un'adeguata attività fisica. Rimane buona norma informare sempre il medico e il farmacista, in fase di prescrizione e di acquisto di un eventuale medicinale, se si sta già assumendo un qualche "integratore alimentare", in modo da prevenire eventuali incompatibilità.




6- Propaganda ingannevole

"E' 'naturale', quindi fa bene".

Una passeggiata in un campo di ortiche potrebbe far sorgere dubbi su questa affermazione.
Un'iniezione di pochi millilitri di insulina, un ormone prodotto naturalmente dal nostro pancreas, può essere letale per qualsiasi essere umano.
I veleni di alcuni insetti, rettili e pesci abissali sono fra le sostanze più "naturali" che possiamo immaginare, oltre ad essere fra le più letali presenti sul nostro pianeta.
L'Amanita muscaria e la Galeriana autumnalis sono due esempi, a fronte di decine possibili, di funghi in grado di causare avvelenamenti di notevole entità.
Eccetera.

"E' 'naturale', quindi non ha effetti collaterali".

Il ginseng può causare insonnia, irritabilità e tremori; lassativi a base di senna o rabarbaro possono dare dipendenza e tolleranza; il fucus può causare alterazioni del metabolismo basale; l'eleuterococco può causare agitazione, irritabilità, insonnia ed euforia; l'ippocastano può causare disturbi gastrici; l'arnica può causare reazioni allergiche; il carciofo può causare coliche biliari in soggetti a rischio; il guaranà può causare insonnia, ansia e tachicardia; la serenoa può causare nausea e altri disturbi gastrointestinali; l'echinacea può causare squilibri e alterazioni nella flora batterica intestinale; il ginkgo può causare, fra le altre cose, aborti spontanei nelle primissime fasi della gravidanza.
Eccetera.

"E' 'naturale', quindi non ha controindicazioni".

Il propoli è controindicato in gravidanza; le preparazioni di gingko biloba sono controindicate nell'ipertensione; il ginseng è controindicato in età pediatrica; alcune preparazioni omeopatiche contengono lattosio fra i vari eccipienti (il lattosio è controindicato in soggetti ad esso intolleranti); gli estratti di aglio sono controindicati nel caso di ulcere gastriche o duodenali; il fucus è controindicato se si soffre di ipertiroidismo, tachicardia o ipertensione a causa del suo contenuto in Iodio; gli estratti di carciofo sono controindicati nei soggetti affetti da calcoli alla cistifellea; l'echinacea è sconsigliata nei soggetti che soffrono di malattie autoimmuni; il glucomannano è controindicato nei casi di ulcera peptica ed ernia iatale; il guaranà e la liquirizia devono essere usati con cautela in soggetti ipertesi.
Eccetera.

"E' 'naturale', quindi non causa interazioni farmaocologiche".

Le preparazioni a base di gingko, di aglio, di zenzero sono in grado di potenziare gli effetti di anticoagulanti e antiaggreganti piastrinici; le preparazioni di iperico sono in grado di accelerare l'attività metabolica di alcuni enzimi epatici causando una diminuzione dell'efficacia di numerosi farmaci (i contraccettivi orali ne sono l'esempio più classico); il carbone vegetale, il glucomannano, lo psillio, sono in grado di interferire con l'assorbimento intestinale di farmaci e sostanze nutritive; il succo di pompelmo può influire pesantemente sul metabolismo di molti farmaci; il biancospino può potenziare gli effetti dei b-bloccanti e dei digitalici; l'echinacea può interagire con alcuni immunosoppressori, quali ciclosporina e cortisonici; l'olio di enotera non va assunto nel corso di terapie antiepilettiche; gli estratti di finocchio riducono l'effetto dell'antibiotico ciprofloxacina; alcuni isoflavoni della soia non vanno assunti con l'antitumorale tamoxifene; la liquirizia interferisce con l'azione del diuretico spironolattone; l'ortosifon può potenziare gli effetti di alcuni farmaci diuretici; la gymnema può potenziare l'attività di alcuni farmaci ipoglicemizzanti orali.
Eccetera.

Si tratta di pochi esempi, anche piuttosto banali se vogliamo, che ho riportato solo per cercare di far comprendere come molte affermazioni relative al "naturale" siano semplicemente bugie (oh, intendiamoci: non pretendo che mi crediate sulla parola! Vi invito caldamente a verificare quel che ho scritto, sperando che vi documentiate facendo riferimento a fonti "attendibili". Diversamente, basterebbe uploadare su Internet una pagina con su scritto "La Terra è piatta".
Se non bastasse, merita a parer mio attenzione la seguente notizia:

"L'Associazione americana dei Centri antiveleni ha registrato, a partire dal 1983, i dati relativi alle segnalazioni di avvelenamento per ogni tipo di sostanza. In quell'anno le segnalazioni relative all'uso di vitamine, oli essenziali, minerali, e rimedi omeopatici furono ben 14.000; nel 2005 le segnalazioni sono aumentate di quasi nove volte, salendo a 125.595 casi. In particolare, 62.446 reazioni risultano dovute alle vitamine, 32.098 ai minerali, 23.769 alle erbe e 7.282 agli oli essenziali".

(Salute di Repubblica, 15/02/07, segnalato da Farma7, n° 7 del 23/02/07)

In altre parole e a parità di fattori, impiegare un prodotto "naturale" per cercare di risolvere un problema espone, qualitativamente, agli stessi identici rischi (possibili EFFETTI COLLATERALI, CONTROINDICAZIONI, eventuali INTERAZIONI FARMACOLOGICHE) cui ci si espone impiegando un farmaco tradizionale.
In aggiunta, ci si espone a due ulteriori rischi (oltre al danno, pure la beffa...): la possibile INEFFICACIA terapeutica, che per ovvi motivi si presenta con una frequenza notevolmente minore quando si adoperano farmaci "tradizionali", e la possibile TOSSICITA' del prodotto, a causa di controlli meno rigidi e formali rispetto a quelli che la legislazione impone ai farmaci tradizionali.




7- Note conclusive

Ho scritto questa sezione spinto soprattutto dal modo e dai motivi su cui si basa la percezione che il citadino ha del "naturale" : informazioni fuorvianti, distorte, incomplete e ingannevoli comunicano un messaggio tanto allettante quanto fasullo. I toni forse un po' aspri e aggressivi che avrete notato derivano proprio da questa spudorata propaganda che i media e le case produttrici non perdono occasione di alimentare, quando invece dovrebbe essere interesse di tutti diffondere informazioni finalizzate alla salute del cittadino stesso.
Il mio intento, quindi, è stato trattare l'argomento con quanta più obiettività e "schiettezza" possibile, senza per questo scadere in eccessi opposti: non voglio certo dire che i farmaci tradizionali siano meno pericolosi di una tisana erboristica o che siano capaci di guarire qualsiasi malattia!
Vorrei però che, su scala generale, ci fosse maggior equilibrio quando si rapporta un prodotto "naturale" a un farmaco "tradizionale" perché, nella maggior parte dei casi, i rischi per la nostra salute possono non essere poi così diversi. E' sconfortante quando il cliente si impunta chiedendo "Magnesio e Potassio naturali" perché "gli integratori sintetici non vanno bene" (indipendentemente dalla loro origine, si tratta di un gruppo di elettroni che girano intorno a un nucleo di protoni: nulla di più e nulla di meno) ed è RACCAPRICCIANTE osservare un bimbo con le classiche placche in gola (roba da antibiotico, per intenderci) la cui madre, riponendo nella borsa la ricetta di Augmentin® che il medico ha prescritto, preferisce acquistargli un pacchetto di caramelle al propoli perché "l'antibiotico è chimico e fa male, meglio qualcosa di naturale".




8- Fitoterapia: cosa, come, quanto e quando?

Cos'è la Fitoterapia?

La fitoterapia è una "scienza" a tutti gli effetti e rappresenta un'importante parte della Farmacologia. I principi su cui si basa sono infatti gli stessi (né più né meno) della Farmacologia "tradizionale" e quel che potete leggere nella sezione "Cenni di Farmacologia" di questo sito è valido anche per qualsiasi (e quando dico "qualsiasi" intendo proprio "tutti"!) rimedio fitoterapico.
Proprio questo suo carattere di "scienza sperimentale", a mio modo di vedere le cose, conferisce alla Fitoterapia una posizione interessante nell'insieme delle terapie che possono essere proposte come "alternativa" (vedremo fra breve come questo termine sia comunque improprio) a quelle "tradizionali".
Perché la Fitoterapia, a parità di fattori, dovrebbe essere considerata "interessante" rispetto a quel che la Farmacologia tradizionale può offrire?
Ci sono almeno un paio di risposte, strettamente connesse fra loro, che io in genere presento per argomentare la validità della Fitoterapia come "prima scelta" in numerosi contesti (non tutti, chiaramente: la Fitoterapia, come il resto della Farmacologia, ha i suoi limiti e comporta i suoi rischi).

Prima di tutto, l'ampio spettro di problematiche che, almeno potenzialmente, essa è in grado di affrontare. Di certo non per ogni problema esiste una soluzione fitoterapica (questo vale anche per la Farmacologia "tradizionale" e, più in generale, per qualsiasi approccio terapeutico si possa proporre: se ad ogni disturbo esistesse un valido rimedio, l'Uomo non avrebbe più problemi di salute E si noti come, alcune "terapie alternative", ovviamente "naturali", sembrino avere in repertorio, per ciascun singolo problema di salute, un corrispondente rimedio da proporre...) ma la quantità di situazioni in cui uno o più preparati fitoterapici possono tornare utili è decisamente abbondante.
A questo si aggiunga che, statisticamente, i disturbi di entità lieve o moderata sono quelli che si manifestano con maggiore frequenza ed è proprio in questi casi che la Fitoterapia può dare il meglio di sé creando un connubio ottimale fra "efficacia" e "tollerabilità".

La buona tollerabilità è anche il secondo motivo di interesse per la Fitoterapia rispetto alla maggior parte delle specialità medicinali "tradizionali": essa consente l'utilizzo di molti (ma, come sempre, ci sono rimarchevoli eccezioni!) rimedi per tempi anche prolungati e, quindi, per terapie "croniche", in modo da poter intervenire favorevolmente su disturbi comuni che tendono a perdurare o a ripresentarsi con frequenze più o meno elevate, quali insonnia, stitichezza, disturbi da menopausa, dolori mestruali, lievi attacchi di emicrania e via dicendo.

Una precisazione, a scanso di equivoci: quanto ho appena affermato non vuole in alcun modo contraddire l'iniziale premessa a questa Sezione. Semplicemente, la maggior parte dei rimedi fitoterapici proposti come prima scelta nella terapia di disturbi di entità "medio-lieve" ha una proporzionale tollerabilità che, come è facile aspettarsi, è superiore a quella di corrispondenti rimedi farmacologici pensati per problematiche di entità "medio-grave". Questa differenza assume rilevanza anche e soprattutto considerando come i prodotti industriali "tradizionali" siano, nella stragrande maggioranza dei casi, "farmaci" a tutti gli effetti, laddove i rimedi fitoterapici continuino a essere classificati per lo più come "integratori" (e, infatti, la maggior parte dei prodotti fitoterapici è sottodosata rispetto alle indicazioni terapeutiche reperibili in letteratura: per legge, l'integratore deve essere "sicuro", non "efficace"!).

Come scegliere un buon fitoterapico?

La Fitoterapia è dunque un VERO E PROPRIO ramo della Farmacologia "tradizionale": vale quindi l'assunto fondamentale che "l'effetto terapeutico è funzione della dose di principio attivo somministrato e della frequenza delle somministrazioni stesse".
Sotto questo punto di vista assumono importanza alcuni concetti che, all'atto pratico, sono di pertinenza quasi esclusiva della Fitoterapia, primi fra tutti quelli di "titolazione" e "standardizzazione". Si noti fin d'ora, tuttavia, come tali concetti siano intrinseci PER LEGGE nella Farmacologia "tradizionale", a differenza di quanto accade, purtroppo e paradossalmente, con la Fitoterapia che non è ancora controllata da una legislazione altrettanto rigida e precisa.
Questo mina e svaluta contemporaneamente l'importanza della tutela della salute pubblica e la dignità della Fitoterapia in quanto branca della Farmacologia.
Un farmaco "tradizionale" è infatti SEMPRE formulato in maniera tale che ogni unità posologica (compresse, bustine, fiale, supposte, eccetera) contenga LA STESSA quantità di principio attivo, oltre a quantità FISSE di eventuali eccipienti che ne garantiscano caratteristiche ottimali (ma tralasciamo per un istante la presenza degli eccipienti, in quanto non svolgono alcun significativo effetto terapeutico e non contribuiscono in alcun modo, per quanto importanti, ai fini del discorso che stiamo facendo adesso ).
Quando noi versiamo una bustina di Tachipirina® in mezzo bicchiere d'acqua, a dissoluzione ultimata quel mezzo bicchiere d'acqua conterrà 500 mg di paracetamolo; se, avendo a disposizione altri ottantaquattro (84) bicchieri, ripetessimo l'operazione con altrettante bustine, alla fine ciascuno degli ottantacinque bicchieri complessivi conterrebbe 500 mg di paracetamolo.
Così, ogni volta che noi assumiamo un'"unità posologica" di farmaco, abbiamo la quasi assoluta certezza, in virtù della legislazione che regola la produzione, la commercializzazione e la vendita dei "farmaci", di introdurre nel nostro organismo una quantità ben definita di principio attivo (500 mg di paracetamolo nell'esempio in questione): questo è fondamentale, perché ci consente di calibrare in modo preciso le quantità di farmaco assunto basandoci sulle relazioni dose-efficacia, dose-tossicità e, più in generale, dose-effetto farmacologico. In altre parole, ci permette di elaborare una posologia adeguata per risolvere il nostro problema: da un lato nel minor tempo possibile e dall'altro col minor disagio possibile.
Certo, la precisione dei numeri non è assoluta in quanto non viviamo in un mondo ideale (nessuna bustina di Tachipirina® conterrà, probabilmente, 500.00000000000000 mg di paracetamolo ) ma il margine di errore, in eccesso o in difetto, è talmente basso da risultare trascurabile a fini pratici.

Cosa si può dire trasferendo un discorso di questo tipo in ambito fitoterapico? Si può dire che, PURTROPPO, molti prodotti fitoterapici in commercio non sono in grado di garantire né la sicurezza del cittadino né l'efficacia del prodotto stesso.
Vediamo perché.
La parte di una pianta (es.: foglia, radice, fiore, frutto, ...) cui è attribuita una determinata azione farmacologica è nota come "droga vegetale". Sono le droghe vegetali a contenere le maggiori quantità di principi attivi in grado di esercitare l'azione farmacologia riconosciuta alla pianta: altre parti della stessa pianta difficilmente potranno sortire l'effetto farmacologico in questione in quanto sprovviste di sufficienti quantità (ricordo che, in ambito farmacologico, esiste una stretta relazione fra dose somministrata ed effetto osservato) di molecole attive in tal senso. Anzi, esse potranno addirittura contenere sostanze di diversa natura che potrebbero causare risposte farmacologiche imprevedibili.
Questo cosa significa? Significa che frasi del tipo "Questo prodotto fitoterapico contiene biancospino" sono prive di QUALSIASI significato dal punto di vista farmacologico, in quanto non tutte le parti del biancospino sono droghe vegetali.
All'atto pratico questo significa anche che ogni prodotto fitoterapico dovrebbe PER LO MENO riportare in etichetta o nel foglietto illustrativo (se presente: solo i farmaci "veri e propri" DEVONO contenere un foglietto illustrativo; non c'è legislazione che preveda altrettanto per i rimedi "naturali") quale parte della pianta contiene, a garanzia della sua efficacia e della tutela del cittadino.
Abbiamo anche detto che i principi attivi di cui si avvale la Fitoterapia non sono, in genere, singole molecole (come invece accade per le specialità farmaceutiche tradizionali) bensì "fitocomplessi", cioè associazioni di principi attivi e di molecole ad azione coadiuvante (si noti come l'esatta composizione del fitocomplesso sia, nella maggior parte dei casi, ignota). Solo in seguito a un processo noto come "titolazione" è possibile determinare in modo preciso la concentrazione di una determinata sostanza all'interno del fitocomplesso presente nel materiale di partenza: la titolazione esprime, con una percentuale, la quantità minima di principio attivo che il prodotto fitoterapico DEVE contenere per risultare efficace. Si tratta di percentuali che sono state individuate in seguito a studi sperimentali su larga scala e che sono riportate nella Letteratura Internazione attraverso la pubblicazione nelle Farmacopee Ufficiali. Tramite la titolazione è possibile verificare che il prodotto contenga abbastanza principio attivo da risultare efficace (come per i farmaci tradizionali, anche per i rimedi Fitoterapici "seri" viene correlata l'efficacia farmacologica con una singola molecola o con un singolo gruppo di molecole che svolgano la stessa azione); se così non fosse, sarebbe soltanto un placebo! Non è un concetto scontato dal momento che vari fattori quali il clima, il tipo di terreno, il tempo di raccolta, il metodo di essiccamento e le modalità di conservazione possono influenzare anche pesantemente la concentrazione dei componenti delle piante, persino se si tratta di piante appartenenti alla stessa specie: questi stessi fattori si rendono responsabili dell'importanza della titolazione.

Affianco alla titolazione è indispensabile, e quasi conseguente, il concetto di "standardizzazione": ogni unità posologica di ogni confezione del prodotto fitoterapico deve vantare lo stesso contenuto di principi attivi dichiarati (esattamente come ogni bustina di ogni confezione di Tachipirina® deve contenere 500 mg di paracetamolo ). Se un rimedio fitoterapico è standardizzato, significa che esso contiene (per ogni capsula, bustina, compressa, opercolo, ...) LA STESSA quantità di fitocomplesso che, a sua volta, contiene la stessa quantità nota di molecola/e attiva/e.
Sempre restando sull'aspetto pratico, questo significa anche che ogni prodotto fitoterapico dovrebbe riportare in etichetta, o nel foglietto illustrativo se presente, informazioni circa la titolazione e la standardizzazione del proprio principio attivo, a garanzia non solo della sua efficacia (un dosaggio troppo basso non produce effetti terapeutici) ma anche della sua sicurezza (un dosaggio eccessivo è responsabile di potenziali effetti tossici più marcati e/o frequenti).
I concetti di "droga vegetale", "titolazione" e "standardizzazione", per quanto fondamentali, non sono COMUNQUE sufficienti a garantire l'efficacia e la sicurezza di un prodotto fitoterapico: sono importanti anche i "controlli di qualità", che vengono obbligatoriamente eseguiti per le specialità farmaceutiche "tradizionali" (es.: carica batterica, radioattività, pesticidi, metalli pesanti) a termini di legge. Come al solito, per il "naturale" questi controlli sono facoltativi... alla faccia della sicurezza del cliente e dell'innocuità del "naturale" con cui le ditte produttrici si fanno scudo per vendere e cui i media ricorrono per fare audience

Come tutelarsi nella Fitoterapia?

Ogni rimedio erboristico presenta potenzialmente controindicazioni, effetti collaterali e interazioni con medicinali o altre sostanze. Non c'è nulla di strano nè di scandaloso, poiché ogni rimedio fitoterapico è concettualmente identico a un farmaco "tradizionale": anzi, BISOGNA stupirsi E DIFFIDARE quando si legge, di un rimedio fitoterapico: "E' privo di controindicazioni", "Non è tossico" e/o "Non crea problemi se si assumono medicinali 'tradizionali' perchè NON è un farmaco!".
I rimedi fitoterapici sono qualitativamente farmaci, perchè a discriminare il farmaco da ciò che non è farmaco non è il fatto che sia "naturale" piuttosto che sintentico, bensì il fatto che sia dotato di "proprietà farmacologiche" piuttosto che no. I rimedi fitoterapici "veri e propri" sono dotati proprietà farmacologiche. Diversamente, non sono "rimedi fitoterapici".
Al momento della scelta e dell'assunzione di un prodotto fitoterapico valgono quindi le stesse regole che abbiamo discusso nella sezione "Corretto uso dei farmaci" a proposito dei normali farmaci "tradizionali", siano essi da banco o su ricetta medica.
Può esserci qualche difficoltà in più e qualche garanzia in meno, tuttavia, a causa delle differenti disposizioni legislative che regolano la produzione e il commercio dei fitoterapici rispetto ai farmaci "tradizionali".
In particolare molti prodotti fitoterapici non contengono un vero e proprio foglietto illustrativo cui fare riferimento per reperire informazioni (ferma restando l'inadeguatezza dei foglietti illustrativi dei medicinali in tal senso) e la vendita dei rimedi erboristici non è vincolata alla farmacia nè al farmacista o ad altro personale qualificato.
Il mio consiglio rimane il solito già espresso per i farmaci di automedicazione e, più in generale, per qualsiasi medicinale: prima di assumere un prodotto fitoterapico è importante cercare di comprenderne per bene indicazioni, controindicazioni, potenziali effetti tossici ed eventuali interazioni con altre sostanze; per reperire tali informazioni è altrettanto importante rivolgersi a una figura che sia quanto più possibile esperta di Farmacologia, che conosca i prodotti in commercio e la Farmacognosia (è quella parte della Farmacologia che studia le proprietà farmacologiche delle piante) e che abbia la possibilità di fornire un eventuale consiglio assennato.
Altrettanto importante è informare SEMPRE il proprio medico curante dell'intenzione di assumere o dell'assunzione già in atto di un prodotto erboristico.

Quando la Fitoterapia dà il meglio di sé?

Dopo questa lunga premessa, veniamo finalmente a fare due chiacchiere sulle occasioni in cui i prodotti fitoterapici possono effettivamente tornare utili. Una domanda su tutte: quando è sensato assumere un prodotto fitoterapico?!
Innanzi tutto, quando si ha un problema che rappresenti un'indicazione per il rimedio fitoterapico. Sembra una banalità ma è inutile assumere un prodotto indicato per un certo disturbo se non si soffre di quel disturbo! E' chiaro che un discorso analogo vale per qualsiasi altro tipo di medicinale o integratore e, per quanto sconfortante, posso garantire personalmente come troppo spesso si ricorra a un prodotto di libera vendita senza che se ne abbia un'obiettiva necessità (alla faccia delle disposizioni legislative finalizzate, su carta, a far risparmiare soldi al cittadino: forse basterebbe investire un po' di più in informazione sul corretto impiego dei medicinali...).
Attenzione! Io qui mi concedo il lusso di parlare di "indicazione" perchè non sto discriminando fra "naturale" e "di sintesi" o fra "integratore" e "medicianale": sebbene oltre il 50% dei medicinali tradizionali sia rappresentato da molecola presenti in natura o da esse derivate, la maggior parte dei rimedi erboristici industriali è presente in commercio come "integratore alimentare": come tale, essi non possono avere "indicazioni" e, per legge, non devono essere "efficaci" (devono solo essere "sicuri", il che è facilmente ottenibile dalle case produttrici sottodosando le unità posologiche e/o i suggerimenti posologici). Io qui sto parlando di "sostanze farmacologicamente attive": per quanto mi riguarda, non esiste differenza fra l'iperico contenuto in un integratore alimentare e l'iperico contenuto in un farmaco etico (tanto per fare un esempio a caso): basta assumere una sufficiente quantità del primo per ottenere gli stessi effetti terapeutici e tossici del secondo.
Naturalmente, l'indicazione del prodotto erboristico in questione deve essere stabilita con un certo grado di scientificità: le pubblicità che spacciano alcuni prodotti fitoterapici come in grado di risolvere una moltitudine di stati patologici sono SEMPRE fuorvianti e poco attendibili.
Questo non perché al fitocomplesso del prodotto non possano essere effettivamente attribuite tali proprietà (anzi! ), bensì perché il dosaggio dei principi attivi non può obiettivamente essere adatto a svolgere contemporaneamente troppe azioni farmacologiche: in genere quando un principio attivo presenta diversi effetti terapeutici, essi sono correlati alla dose.
Una volta stabilita una certa identità fra il nostro disturbo e l'indicazione di un eventuale rimedio fitoterapico è anche opportuno considerare, altrettanto obiettivamente, l'entità del disturbo stesso: la maggior parte dei prodotti fitoterapici presenta un'efficacia terapeutica inferiore (è un discorso generale, ovviamente, ma il fatto che si tratti di prodotti di libera vendita e non regolamentati da una legislazione troppo rigorosa ha una propria valenza, per quanto discutibile...) rispetto a specialità farmaceutiche con stessa indicazione. Il rimedio fitoterapico non deve essere quindi scelto come "alternativa" a un farmaco tradizionale, perché se il disturbo è tale da richiedere un intervento farmacologico vero e proprio il rimedio fitoterapico non sarà sufficiente, da solo, a risolvere il problema; è invece sensato ricorrere al rimedio fitoterapico quando il nostro disturbo può essere identificato in uno "stato di malessere", piuttosto che uno "stato patologico"; oppure come "supporto" alla terapia farmacologica stessa (ma sempre informando il medico e/o chiedendo consiglio al farmacista, per evitare interazioni indesiderate).

Questa è una distinzione forse un po' empirica ma assai importante dal punto di vista qualitativo: uno squilibrio lieve nell'assetto fisiologico del nostro organismo può essere corretto agendo in modo altrettanto lieve ma per un disturbo cronico, pesante e/o che coinvolga funzioni determinanti dell'organismo servirà probabilmente un approccio più specifico e più incisivo, meglio ancora se proposto dal medico.
Come corollario: una patologia che richieda una terapia farmacologica per essere curata o guarita non rappresenta, in generale, un'indicazione da rimedio fitoterapico. Sotto questo punto di vista il rimedio fitoterapico può essere paragonato, in qualche modo, a un medicinale di automedicazione: è liberamente acquistabile e utilizzabile, presenta una sua efficacia (seppure inferiore rispetto a specialità farmaceutiche più specifiche), presenta controindicazioni e potenziali effetti tossici e va quindi impiegato CON ACCORTEZZA.
Questo, intendiamoci, non significa che un rimedio fitoterapico non possa tornare utile come terapia di supporto accanto all'assunzione di un farmaco "tradizionale" nella cura di una patologia importante: è quel che ho accennato poco sopra. In questi casi, lo ribadisco, prima di assumere il rimedio fitoterapico è comunque sempre bene informare il medico e considerare eventuali interazioni farmacologiche per evitare interferenze negli effetti terapeutici o la comparsa di indesiderati effetti collaterali.



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