Il corretto impiego dei farmaci

  1. Introduzione alla Sezione
    • Presentazione della Sezione
  2. L'importanza dei termini
    "Indicazione"
    "Controindicazione"
    "Effetti terapeutici" ed "effetti indesiderati"
    "Interazioni farmacologiche"
  3. L'impiego dei medicinali
    • Cenni di nomenclatura dei farmaci
    • Una prima definizione di "medicinale"
    "Farmaco" e "veleno"
  4. Uso dei farmaci etici
    • Dritte utili sui farmaco etici
    • Idee da non attuare (mai!)
    • Pareri da ignorare (sempre!)
  5. Uso dei farmaci di libera vendita
    • Chissà cos'ha da sorridere quel faccino?..
    • Ancora un po' di Legislazione
    "Di libera vendita" non significa "innocuo"
  6. Decalogo della buona automedicazione
    • Poche semplici regole per rapportarsi correttamente al farmaco

1- Introduzione alla Sezione

Impiegare correttamente un farmaco significa molto più che leggere quanto riportato nel foglietto illustrativo, controllare che il medicinale non sia scaduto o rispettare la posologia stabilita dal medico. Certo, anche questi aspetti hanno la loro importanza ma per utilizzare in modo razionale una medicina occorre avere in mano tutti gli elementi che ne permettano un uso non solo finalizzato alla "cura" bensì anche ad evitare che la terapia e il farmaco stesso ci si ritorcano contro!
Sarebbe un po' una presa in giro, non trovate?! Ho un problema, assumo un farmaco per risolverlo e mi ritrovo con altri, nuovi problemi da affrontare causati proprio da quel farmaco!
In questa sezione ho cercato di illustrare l'importanza di considerare con la massima serietà qualsiasi medicinale, in quanto quasi qualsiasi medicinale può creare problemi se assunto nel modo non corretto: in particolare si parla di "patologie iatrogene" riferendosi proprio a quegli stati patologici che insorgono in seguito all'assunzione (in genere impropria) di uno o più farmaci.
Ho cercato anche di fornire indicazioni su quali informazioni siano particolarmente utili e importanti da reperire al fine di inquadrare bene le modalità d'uso di un farmaco.
Ho inoltre inserito esempi di situazioni e di errori da evitare, sottolineando invece l'atteggiamento più idoneo con cui procedere nella terapia o nella scelta del medicinale.
Infine ho inserito qualche considerazione specifica relativa all'uso dei farmaci che richiedono prescrizione medica ("farmaci etici" ) e all'uso dei farmaci di libera vendita ("farmaci senza obbligo di prescrizione" o SOP e "farmaci di automedicazione" o farmaci da banco o OTC o farmaci di Fascia C-bis).

Ricordo che in questo Sito ho evidenziato in blu i nomi commerciali dei farmaci di libera vendita (da banco, OTC; senza obbligo di prescrizione, SOP), in rosso i nomi commerciali dei farmaci etici (richiedono ricetta medica per poter essere acquistati/dispensati), in viola le molecole farmacologicamente attive (principi attivi di medicinali o sostanze di vario genere) e in arancione le sostanze potenzialmente attive dal punto di vista farmacologico (soprattutto, ma non solo, estratti erboristici: la Fitoterapia è Farmacologia a tutti gli effetti).

Buona lettura!




2- L'importanza dei termini

Talvolta il farmacista non fornisce spiegazioni chiare ed esaurienti sul corretto uso di un farmaco o, nel peggiore dei casi, non ne fornisce affatto ma in genere i consigli sulla terapia, sulla posologia, su eventuali avvertenze e precauzioni d'impiego non sono o non dovrebbero essere lesinati, in quanto parte integrante della Professione.
Il grosso problema è che, in alcune situazioni, si verifica una certa... come dire... "incomunicabilità" fra farmacista e cittadino, dovuta ai differenti modi di considerare i medicinali e al differente bagaglio culturale. Questo, intendiamoci, non significa necessariamente "Il farmacista è colto, il cittadino è ignorante" bensì "Il cittadino e il farmacista vedono le cose da due diversi punti di vista" ed è quindi indispensabile trovare un qualche punto d'incontro per stabilire un'intesa!
Qui di seguito ho cercato di fare un po' di luce sui termini che, con maggior frequenza, sono fraintesi dal cittadino o poco chiariti dal farmacista ma che rappresentano requisiti fondamentali per comprendere come utilizzare razionalmente un medicinale.

Le indicazioni

Ogni farmaco è autorizzato al commercio solo per le sue indicazioni ufficiali. Quando assumete un farmaco, soprattutto nell'ambito dell'automedicazione, accertatevi che il problema che intendete curare sia riportato fra le indicazioni del medicinale!

L'indicazione di un farmaco è la malattia o, comunque, lo stato patologico su cui il medicinale, grazie alle proprietà farmacologiche che lo contraddistinguono, è in grado di intervenire favorevolmente. Ogni medicinale presenta una o più indicazioni: si tratta, in ultima analisi, dei motivi per cui il farmaco stesso è stato messo in commercio e per cui può o dovrebbe essere impiegato.
Per la maggior parte degli antibiotici, la principale indicazione è rappresentata dalle infezioni batteriche (gli antibiotici sono farmaci battericidi, quindi in grado di uccidere i batteri, e/o batteriostatici, quindi in grado di arrestarne la proliferazione); per la maggior parte degli antiinfiammatori, la principale indicazione è rappresentata dagli stati infiammatori (l'infiammazione è responsabile di dolore e/o febbre, oltre a vari altri effetti patologici che questi farmaci sono capaci di risolvere o attenuare); per la maggior parte degli antidepressivi, la principale indicazione è rappresentata dagli stati depressivi (solo in alcuni casi di depressione, purtroppo, questi farmaci sortiscono effetti positivi, in particolare quando lo stato depressivo è associato a squilibri fra le sostanze implicate nella funzionalità del Sistema Nervoso Centrale); per la maggior parte dei contraccettivi ormonali, la principale indicazione è rappresentata dalla prevenzione del concepimento (la "pillola" è capace di impedire l'ovulazione e, quindi, il concepimento); eccetera.

Il nome commerciale di un farmaco non ha nulla a che vedere con le sue proprietà farmacologiche. E' il principio attivo a determinarle ed è quindi importante conoscerlo per evitare di ricorrere, involontariamente, allo stesso farmaco commercializzato con nomi diversi!

Come accennato, un farmaco può avere più di un'indicazione o può, comunque, essere in grado di risolvere più problemi ad essa correlati: è, ad esempio, il caso dei FANS (antiinfiammatori non steroidei), dei quali l'Aspirina® continua a rimanere il rappresentante più "classico" e conosciuto, sebbene non il più sicuro nè il meglio tollerato. Si tratta di antiinfiammatori, quindi la loro principale indicazione è rappresentata dagli stati infiammatori; ma gli stati infiammatori possono essere causa, fra gli altri sintomi, di dolore articolare, cefalea e febbre: quindi fra le indicazioni dei FANS possono essere incluse, o specificate, anche tali situazioni o problematiche analoghe. I FANS sono infatti noti per le loro proprietà analgesiche e antipiretiche e alcuni di essi sono pubblicizzati proprio con particolare riferimento a condizioni specifiche, sebbene l'enfasi di queste presunte selettività d'azione sia in genere esagerata e fuorviante: il Moment®, a base di ibuprofene, è proposto come analgesico specifico per le cefalee mentre il Momendol®, a base di naprossene, come analgesico per dolori articolari ma, a parità di fattori, possono tranquillamente essere intercambiati laddove entrambi questi disturbi siano conseguenza di uno stato infiammatorio; l'Efferalgan® è proposto soprattutto come analgesico ma il suo principio attivo, il paracetamolo (che ha un bassissimo potere antiinfiammatorio ma condivide con i FANS molte altre caratteristiche farmacologiche), è uguale in tutto e per tutto a quello della Tachipirina®, che tuttavia è meglio conosciuta come antipiretico: 500 mg di Tachipirina® e 500 mg di Efferalgan® presentano efficacia, potenza e risposte farmacologiche (compresi gli effetti collaterali) assolutamente identiche; Moment®, Buscofen®, Antalisin®, Antalgil®, Nurofen®: sono tutti farmaci che contengono 200 mg di ibuprofene e la cui efficacia è, quindi, analoga. Eppure sono presentati al cittadino come specialità assai differenti fra loro, soprattutto nelle indicazioni (mal di testa, piuttosto che dolori mestruali, piuttosto che infiammazioni articolari, piuttosto che sintomi da raffreddamento): la legge, anziché tutelare adeguatamente il cittadino, conferisce alle case farmaceutiche la possibilità di trasmettere pubblicità fuorvianti. Il Voltaren® e l'Oki® sono due farmaci etici a base rispettivamente di diclofenac e di ketoprofene; gli stessi identici principi attivi sono presenti rispettivamente nella Novapirina® e nel Ketodol®, a dosaggi dimezzati. Questo significa che, sebbene la Novapirina® e il Ketodol® siano farmaci di libera vendita, è sufficiente assumerne due compresse in una volta per ottenere la stessa efficacia di Voltaren® e Oki® (considerazioni di questo tipo sono utilissime se ci troviamo a necessitare di questi farmaci ma siamo sprovvisti di prescrizione medica, che si rende necessaria quindi soprattutto per questioni di dosaggio piuttosto che di pericolosità qualitativa della molecola in sé).
Circa quest'ultimo discorso credo meritino una menzione particolare l'Aulin® e le altre specialità a base di nimesulide: non esiste una versione "da banco" dell'Aulin®, perché la nimesulide presenta una serie di controindicazioni e di potenziali effetti collaterali tale da averne giustificato il ritiro dal commercio già in vari Paesi: NON è un medicinale di automedicazione e, anzi, dovrebbe essere SEMPRE IMPIEGATO SOLO DOPO aver consultato, almeno telefonicamente, il medico (per acquistarlo, la legge prevede che sia necessaria una ricetta medica non ripetibile!).
Tutte queste azioni dei FANS, e le attività analgesica e antipiretica in particolare, sono esercitate attraverso il miglioramento dello stato infiammatorio, che è e rimane la causa del dolore e della febbre in tali situazioni, e non direttamente sul dolore o sulla la temperatura (solo il paracetamolo, all'interno di questo discorso, sembra risolvere questi problemi senza influire significativamente sullo stato infiammatorio).

Il dosaggio di un farmaco è strettamente legato alle sue indicazioni: lo stesso principio attivo, commercializzato con dosaggi differenti, potrebbe avere differenti indicazioni!

Ora cercherò di spiegare meglio questo concetto perché è molto importante dal punto di vista farmacologico ed esula completamente dalle nostre eventuali sensazioni: per esempio, l'"angina pectoris" è una condizione caratterizzata da un dolore toracico, spesso anche intenso, ma sarebbe assurdo cercare di contrastare il dolore anginoso con un FANS. Perché? Perché il dolore, nell'angina pectoris, non è causato da uno stato infiammatorio bensì da uno stato ischemico, dovuto a un flusso coronarico inadeguato a fornire al cuore la quantità di ossigeno richiesta. Così, per migliorare gli stati anginosi, si impiegano invece farmaci vasodilatatori (dilatando i vasi coronarici, permettono un maggior passaggio di sangue e, quindi, un maggior apporto di ossigeno al cuore) o farmaci β-bloccanti (abbassano la pressione arteriosa, la frequenza e la forza di contrazione cardiaca, diminuendo così le richieste di ossigeno da parte del cuore stesso): il dolore è solo una conseguenza di uno stato patologico e l'impiego razionale di un farmaco deve, quando possibile, essere rivolto alla causa primaria. Eliminata questa, anche le conseguenze da essa prodotte spariranno!
Naturalmente, quest'ultimo concetto è solo un caso particolare di un discorso molto più generale: quando consideriamo un farmaco è SEMPRE fondamentale chiedersi "A cosa serve?" prima di assumerlo (in altre parole: "Qual è l'indicazione di questo farmaco?"). Il dolore dell'esempio precedente è un semplice sintomo di un problema che sta a monte (infiammazione, angina pectoris o quantaltro) e che è necessario identificare con un buon margine di precisione e sicurezza prima di intervenire farmacologicamente su di esso. Insomma, prima di impiegare un farmaco, è indispensabile accertarsi che il nostro problema ne rappresenti effettivamente un'indicazione. Diversamente, il farmaco si rivelerà inutile se non addirittura dannoso .

Le pomate antibiotiche sono indicate per curare/prevenire infezioni batteriche: non usate il Gentalyn® o l'Aureomicina® per curare punture di zanzara o dermatiti allergiche!!!

Un altro aspetto che fa dell'indicazione un concetto abbastanza relativo è il rapporto fra dose di farmaco somministrato ed effetto farmacologico osservato: molti medicinali sono in grado di sortire un certo effetto a un certo dosaggio e un altro effetto a un altro dosaggio. E' il caso, ad esempio, del già citato paracetamolo: nell'adulto, la somministrazione di circa 500 mg sarà utile e sufficiente per ottenere effetti antipiretici mentre per ottenere significativi effetti antidolorifici occorrerà raddoppiare il dosaggio. Ecco, quindi, che la Tachipirina 500® è indicata per stati febbrili mentre la Tachipirina 1000® è indicata come antidolorifico. Naturalmente vale ancora il discorso di poco sopra: assumere due compresse di Tachipirina 500 o una compressa di Tachipirina 1000 è esattamente la stessa cosa. Un altro caso interessante è rappresentato dalle benzodiazepine (il Valium® è uno dei nomi commerciali più gettonati di questa classe ma gli esempi sono innumerevoli): in generale, a dosaggi bassi gli effetti osservati sono di tipo sedativo, calmante, ansiolitico mentre a dosaggi più alti compaiono effetti di tipo ipnotico, in grado di indurre e/o mantenere il sonno. Così le indicazioni delle benzodiazepine meno specifiche comprendono sia gli stadi d'ansia sia quelli di insonnia ma lo schema posologico di un'eventuale terapia sarà diverso e variabile a seconda delle necessità del paziente. In realtà la struttura chimica delle benzodiazepine è stata manipolata notevolmente dai chimici farmaceutici in modo da introdurvi modifiche in grado di favorire una certa selettività d'azione in parte indipendente dal dosaggio. Così, ad esempio, il lormetazepam (es.: Minias®) trova indicazione soprattutto per gli stati d'insonnia mentre il lorazepam (es.: Tavor®) trova indicazione soprattutto per gli stati d'ansia: le due molecole in questione sono molto simili ma differiscono per alcuni gruppi funzionali che ne giustificano i differenti profili farmacologici. Si tratta comunque di classificazioni assai poco nette e il discorso si presta molto a generalizzazioni spesso poco precise, seppur valide dal punto di vista concettuale.
Ah, a scanso di equivoci: le benzodiazepine sono farmaci stupefacenti a causa del loro elevatissimo potenziale di abuso, con sviluppo relativamente rapido di tolleranza e dipendenza, e non rientrano in alcun modo nell'ambito dell'automedicazione!

Le controindicazioni

Se siete allergici a qualche farmaco o a qualche sostanza fatelo sempre presente al medico in fase di prescrizione e/o al farmacista in fase di dispensazione!

Se i casi in cui un medicinale trova la propria ragione di impiego ne rappresentano le indicazioni, i casi in cui un medicinale non dovrebbe essere utilizzato ne rappresentano le controindicazioni. Le controindicazioni relative a un farmaco possono essere variabili in numero, in entità e in occasione almeno quanto le indicazioni e, sotto questo punto di vista, è nuovamente difficile fare un discorso generale soddisfacente.
Tuttavia, se esiste una controindicazione universale all'impiego di qualsiasi farmaco, questa è un'eventuale ipersensibilità, intolleranza oppure allergia dell'organismo al principio attivo o a qualche eccipiente contenuto nella preparazione. Controindicazioni di questo genere possono riguardare chiunque, in qualsiasi momento, e vanno dall'irritazione cutanea per chi impiega una pomata cui è ipersensibile al decesso per shock anafilattico per chi assume un antibiotico cui è allergico (ecco perché alcuni farmaci non dovrebbero mai essere impiegati, acquistati o dispensati senza la diretta autorizzazione del medico ed eventualmente prescritti solo dopo gli opportuni accertamenti).
A volte un farmaco è controindicato in alcune situazioni particolarmente delicate solo perché non disponiamo ancora di evidenze sperimentali circa la sua sicurezza e quindi, per evitare rischi, si preferisce controindicarne la somministrazione. E' il caso del propoli, e di numerosissime altre sostanze, in gravidanza, non conoscendo con sufficiente sicurezza gli eventuali effetti che potrebbe sortire sul feto in sviluppo, ed è il caso di numerosi farmaci al di sotto dei 2 anni di età, non disponendo di dati sperimentali circa tollerabilità e profilo tossicologico in quella fascia di età.
Sempre la gravidanza e l'allattamento rappresentano controindicazioni generali per l'impiego di numerosissimi farmaci e preparati erboristici, in genere perché le molecole in questione sono in grado di attraversare la placenta o di essere secrete nel latte materno, venendo così in contatto col feto o il neonato: l'organismo in via di sviluppo è sensibilissimo al contatto con alcune sostanze estranee e può arrivare a risentirne pesantemente.
Alcune malattie croniche o condizioni patologiche possono rappresentare una controindicazione addirittura per alcuni eccipienti: nel diabete può essere controindicato ogni farmaco contenente glucosio e/o saccarosio. La fenilchetonuria è una patologia in cui l'assunzione di fenilalanina o di sue fonti è controindicata. Rientrano in questo discorso anche le varie intolleranze alimentari (rigorosamente parlando non si tratta di allergie, sebbene il confine non sia sempre netto), ad esempio quelle al lattosio. Situazioni di insufficienza epatica e/o insufficienza renale possono controindicare alcuni medicinali o, più semplicemente, alcuni protocolli terapeutici, per l'importante ruolo di "filtro" che questi organi rivestono nel metabolismo delle sostanze somministrate.

In molti casi non disponiamo ancora di studi di sicurezza adeguati sui prodotti "naturali", quindi attenzione a quali sostanze usate e, soprattutto, a quali concentrazioni di principi attivi!

Conoscere le controindicazioni di un farmaco permette di evitarne utilizzi impropri e questo dovrebbe interessare soprattutto chi si ritrova in casa un farmaco che il medico aveva prescritto tempo addietro: il farmaco ERA stato prescritto per una determinata condizione patologica che il medico AVEVA individuato e valutato in quell'occasione e per la quale AVEVA deciso che quel medicinale fosse il più adatto. Assumere di propria iniziativa lo stesso farmaco a distanza di tempo può essere un grosso azzardo, persino se i sintomi sembrano essere gli stessi, perché potrebbe risultare non solo inutile ma addirittura controindicato nella nuova situazione: non per niente le ricette mediche hanno una validità limitata, sia in termini di tempo sia in termini di numero di confezioni acquistabili.
Per esempio le pomate cortisoniche di potenza medio-alta (es.: Altosone®, Elocon®, Ecoval®), che richiedono prescrizione medica per poter essere acquistate, sono indicate nel caso di dermatiti irritative ma controindicate nel caso di dermatiti virali e, spesso, è impossibile distinguere "a occhio" fra le due. Analogamente antibiotici come il Monuril® o il Neofuradantin®, che richiedono la ricetta in quanto tali, possono dimostrarsi ottimi per le cistiti batteriche ma dannosi nel caso di cistiti infiammatorie o micosi in quanto sensibilizzano l'organismo all'azione di altri microrganismi patogeni.
Domandare al farmacista "Ha controindicazioni particolari?" quando acquistiamo un farmaco non costa nulla e può contribuire significativamente al razionale impiego del medicinale, evitandone magari un uso inappropriato o suggerendo l'occasione di scoprire che c'è un altro farmaco più adatto, più sicuro, meglio tollerato o più efficace

Effetti terapeutici ed effetti indesiderati

Al medicinale non interessano i nostri problemi: una volta somministrato, lui si darà da fare per produrre tutti gli effetti farmacologici di cui è capace, terapeutici o tossici che siano!

Ogni farmaco è in grado di esercitare sul nostro organismo una o più azioni. L'azione terapeutica, o effetto terapeutico, è quella che rende il farmaco indicato per una determinata condizione patologica; tutti gli altri effetti, che non rientrano direttamente fra le azioni finalizzate a contrastare la patologia, sono gli effetti indesiderati, o effetti collaterali, del farmaco. I termini "controindicazione" ed "effetto indesiderato" non sono sinonimi e, salvo rare eccezioni, non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro.
Come si può intuire, l'azione terapeutica e gli effetti indesiderati sono distinti l'una dagli altri in modo puramente convenzionale e credo che un esempio sia sufficiente a definire il concetto: spesso una preparazione estroprogestinica (la classica "pillola contraccettiva", per intenderci: Yasmin®, Arianna®, Minulet®, Miranova®, Securgin®, Mercilon®, Ginoden®, Harmonet®, Dueva®, Gracial® e compagnia bella) viene prescritta come terapia farmacologica nei casi di ovaio policistico. Durante l'assunzione, il farmaco esercita il blocco dell'ovulazione e, di conseguenza, rende l'organismo incapace di concepire. Così, in questo caso, il farmaco in questione trova indicazione come cura dell'ovaio policistico - e l'azione terapeutica è proprio quella che dovrebbe migliorare tale condizione patologica - mentre l'effetto anticoncezionale ne rappresenta un effetto collaterale, che non ha nulla a che vedere con i motivi per cui il farmaco è stato prescritto. Invece, per una donna che desideri impiegare la pillola come metodo anticoncezionale, il farmaco troverà indicazione nella prevenzione del concepimento e sarà ogni altro eventuale effetto (ritenzione idrica, aumento del peso, alterazioni circolatorie, cefalea, disturbi dell'umore, eccetera) a dover essere considerato collaterale e, quindi, indesiderabile in rapporto all'indicazione del medicinale stesso.
Sempre restando nell'ambito dei preparati ormonali, Diane® è un farmaco indicato in alcune patologie androgeno-dipendenti della donna. Diane® non è una pillola contraccettiva ma, contenendo un'associazione di estrogeno e progestinico, comprende fra i propri effetti collaterali l'inibizione dell'ovulazione. L'effetto terapeutico, invece, è l'inibizione della sintesi degli ormoni maschili che sono responsabili dello stato patologico su cui si è deciso di intervenire farmacologicamente.

E' assai raro che una sostanza farmacologicamente attiva sia priva di potenziali effetti collaterali: nel caso, è molto sensato domandarsi se abbia davvero un'effettiva efficacia terapeutica!

Da questi semplici esempi emerge un interessante concetto: non necessariamente un effetto collaterale è "dannoso" per l'organismo. Si parla di effetto "collaterale" o "indesiderato" semplicemente perché un farmaco "ideale" dovrebbe svolgere un'azione il più selettiva possibile nei riguardi della propria indicazione senza sortire altri effetti che, comunque, comportano sempre squilibri nell'assetto fisiologico dell'organismo stesso e nessun ulteriore vantaggio circa l'efficacia terapeutica.
Un'ultima precisazione. In genere quando si parla di "effetti collaterali" si è imprecisi: sarebbe più corretto parlare di "potenziali effetti collaterali" in quanto, sebbene ben documentati, non necessariamente essi compaiono nel corso della terapia (esistono eccezioni, tanto per cambiare: per esempio, l'inibizione dell'ovulazione da parte di Diane® è un effetto collaterale che si verifica SEMPRE). Possono comparire come no; possono non comparire oggi e comparire invece dopo mesi o anni, ripetendo la stessa identica terapia; possono comparire in modo più lieve o più marcato da individuo a individuo; e via dicendo. Questo mette in luce come esistano tipi e tipi di effetti collaterali e come possano essere classificati in base a differenti criteri (es.: frequenza con cui compaiono, entità degli effetti, e via dicendo) più o meno arbitrari.
I foglietti illustrativi dei medicinali, in genere, riportano TUTTI gli effetti collaterali associati a quel medicinale, accertati o presunti che siano, in modo da tutelare al meglio le case produttrici ma le precisazioni riguardanti la frequenza e l'entità con cui tali effetti si manifestano lasciano spesso a desiderare: anche in questo caso qualche domanda mirata al farmacista può permetterci di correlare alla terapia eventuali disturbi o prepararci ad essi qualora dovessero comparire. E' importante avere una percezione "pratica" di quanto un farmaco può effettivamente essere rischioso: se dovessimo basarci passivamente su quel che c'è scritto nei foglietti illustrativi nessuno di noi si azzarderebbe più ad assumere una singola compressa!

Interazioni farmacologiche

Esistono cibi, bevande, integratori alimentari, prodotti erboristici e mille altre sostanze in grado di interferire con l'azione di un dato farmaco a causa di un'interazione farmacologica. Le interazioni fra farmaci coinvolgono un'alta percentuale di sostanze e possono differire in numerosissimi aspetti. A volte l'assunzione del farmaco X può rappresentare essa stessa una controindicazione all'assunzione del farmaco Y proprio perché i due sarebbero in grado di interagire portando ad effetti indesiderati o, peggio ancora, imprevedibili. Quello delle interazioni farmacologiche è un capitolo ampio e complesso in quanto i modi in cui due o più sostanze - non solo farmaci! - possono interagire fra loro sono numerosi, variabili e ancora oggetto di studio. Distinguiamo tuttavia due principali tipi di interazioni farmacologiche:

In molti casi, l'interazione farmacologica che può aver luogo fra due o più sostanze non ha rilevanza clinica ed è stata studiata solo in vitro. Parlate col medico e/o col farmacista per conoscere l'effettiva portata di un'interazione farmacologica!

INTERAZIONI FARMACODINAMICHE: sono legate all'azione farmacologica che le sostanze in questione sono in grado di esercitare sull'organismo. Due sostanze con la stessa azione potranno interagire in modo "sinergico", potenziandosi; due sostanze con azione opposta potranno invece interagire "antagonizzandosi" a vicenda.
Due sostanze in grado di svolgere un'azione analoga sull'organismo possono quindi dar luogo a un'interazione sinergica fra loro: il risultato sarà un effetto maggiore (ma non necessariamente corrispondente alla somma algebrica) rispetto a quello che ci si potrebbe attendere dalla somministrazione delle singole sostanze da sole. Naturalmente questo vale sia per l'effetto terapeutico sia per gli eventuali effetti collaterali. Per esempio gli effetti sulla fluidità del sangue esercitati dal Cardioaspirin® (il cui principio attivo è lo stesso della normale Aspirina®, l'acido acetilsalicilico), dal Coumadin® (il warfarin) e da qualsiasi altra preparazione (anche erboristica: gli estratti di gingko biloba ne sono un buon esempio) capace di fluidificare il sangue sono in grado di "sommarsi" e di causare potenzialmente emorragie anche gravi.
Al contrario, due sostanze in grado di svolgere azioni opposte sull'organismo possono dar luogo a un'interazione antagonistica fra loro: il risultato sarà un effetto minore rispetto a quello che ci si potrebbe attendere dalla somministrazione delle singole sostanze da sole. E' interessante notare come l'antagonismo sia la strategia farmacologica su cui si basa l'impiego di numerose classi di farmaci: gli antiistaminici antagonizzano le azioni dell'istamina; gli anticolinergici antagonizzano le azioni dell'acetilcolina; gli antiadrenergici antagonizzano le azioni della noradrenalina; eccetera. Ci sono vari tipi di antagonismo ma tutti, alla fine, comportano in qualche modo una diminuzione dell'attività della molecola in questione.

INTERAZIONI FARMACOCINETICHE: trovo abbastanza intuitivo che due sostanze in grado di sortire gli stessi effetti possano potenziarsi a vicenda così come che due sostanze in grado di sortire effetti opposti possano interferire l'una con l'altra. Un po' meno intuitive e, quindi, assai più pericolose e, spesso, impreviste sono le "interazioni metaboliche", o "farmacocinetiche", attraverso cui una sostanza è in grado di modificare, talvolta radicalmente, il profilo farmacologico di un medicinale senza che abbia alcunché in comune col medicinale stesso e/o con i suoi meccanismi d'azione.
E' il caso, tanto per fare un esempio, dell'iperico nei confronti dei già citati contraccettivi ormonali: l'iperico è in grado di "attivare" gli enzimi che, normalmente, "smaltiscono" i principi attivi della pillola (ma anche di numerosi altri farmaci) e, di conseguenza, tali principi attivi tenderanno a permanere nell'organismo un tempo insufficiente a svolgere la propria azione terapeutica. Il risultato può essere una gravidanza indesiderata. Il succo di pompelmo causa effetti opposti nei confronti di enzimi analoghi, "inibendoli" e provocando quindi un rallentamento nello smaltimento dei principi attivi della pillola e di altri principi attivi metabolizzati per la stessa via: questo può provocare effetti collaterali più pronunciati nel caso di assunzione di contraccettivi orali, così come di qualsiasi altro farmaco catabolizzato dagli stessi enzimi.
Per maggiori dettagli sulle interazioni farmacologiche, a mio avviso uno dei campi più affascinanti della Farmacologia, vi invito a dare un'occhiata alla sezione "Cenni di Farmacologia", paragrafi "Biotrasformazioni" e "Interazioni farmacologiche".




3- L'impiego dei medicinali

Possiamo suddividere i farmaci in due grandi categorie: quelli che richiedono prescrizione medica per poter essere acquistati, o farmaci etici, e quelli di libera vendita, che a loro volta comprendono i farmaci di automedicazione, o OTC, e i farmaci senza obbligo di prescrizione, o SOP.
Questa classificazione, rigorosa dal punto di vista legislativo, fa in realtà acqua da tutte le parti in quanto numerose sostanze farmacologicamente attive (e ben più efficaci o pericolose di farmaci veri e propri) rimangono classificate altrimenti (es.: integratori alimentari, parafarmaci e rimedi fitoterapici) e, anche all'interno delle varie classi di farmaci, esistono incongruenze spesso davvero imbarazzanti: la nomenclatura sembra infatti badare più al mercato e al giro di denaro che ruota intorno ad esso che ai dati scientifici disponibili in letteratura e alla sicurezza del cittadino .
Vediamo, ad ogni modo, cosa dice la legge a proposito della definizione di "medicinale":

"1) ogni sostanza o associazione di sostanze presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane;

2) ogni sostanza o associazione di sostanze che può essere utilizzata sull'uomo o somministrata all'uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un'azione farmacologica, immunologica o metabolica, ovvero di stabilire una diagnosi medica".

(DL 219/2006, Art. 1)

Come si può notare, persino un placebo potrebbe essere considerato un "medicinale", in base a questa definizione, perchè l'unico requisito necessario è che una sostanza sia "presentata come avente" determinate proprietà, non è rilevante che le abbia sul serio. Naturalmente, all'atto pratico, le cose stanno in modo assai diverso e la legislazione stessa pone notevoli differenze fra le varie classi di sostanze che possono essere assunte a scopo terapeutico, diagnostico o profilattico (includendo non solo l'impiego sull/all'uomo ma anche l'ambito veterinario); soprattutto, non basta che un pincopallino qualsiasi si svegli al mattino "presentando" un bicchiere d'acqua "come avente..." affinché quel bicchiere d'acqua diventi automaticamente "farmaco". C'è da dire, però, che le modalità con cui le case farmaceutiche presentano (o NON presentano) un proprio prodotto sono sufficienti a fare la differenza fra quello che sarà un farmaco e quello che sarà solo un integratore, persino a parità di contenuto quali-quantitativo. E questo la dice lunga sulla serietà dell'attuale assetto legislativo .

La stessa sostanza, allo stesso dosaggio, nella stessa forma farmaceutica e con lo stesso numero di unità posologiche può essere immessa sul mercato come farmaco etico, come farmaco di libera vendita, come dispositivo medico oppure come integratore alimentare: il profilo farmacologico della sostanza è irrilevante rispetto alle esigenze mercantili!

Sforzandomi di tralasciare questi aspetti "pratici" io trovo che questa definizione, seppure lievemente rielaborata rispetto a quella "originale" contenuta nell'ormai abrogato Decreto Legislativo 178/1991, contenga una propria bellezza intrinseca, perché in poche righe pone sullo stesso piano ogni possibile rimedio terapeutico, indipendentemente dalla sua efficacia reale o presunta, subordinandone ogni aspetto al fine ultimo per cui lo impieghiamo, cioè il benessere dell'organismo.
Anche se tale fine è senz'altro una buona cosa, basta tuttavia davvero poco perché un medicinale si trasformi in qualcosa di dannoso e, a tal proposito, merita interesse l'etimologia stessa del termine: il vocabolo greco "farmakon" significa infatti sia "veleno" sia "medicina". Cosa può stabilire una distinzione fra un veleno e una medicina, quindi? Rigorosamente parlando, niente. All'atto pratico, invece, tutta una serie di aspetti, primo fra tutti il dosaggio: in generale un eccesso di qualsiasi sostanza può essere causa di tossicità, così come una dose infinitesima di un potente veleno può risultare innocua.
Sotto questo punto di vista assume importanza il concetto di "dose minima efficace", cioè la dose più bassa con cui si può ottenere una risposta farmacologica statisticamente osservabile. Ogni sostanza farmacologicamente attiva ha una propria dose minima efficace, al di sotto della quale risulta incapace di sortire una risposta farmacologica: la correlazione fra dose somministrata ed effetto riscontrato è una delle basi della Farmacologia.

A volte lo stesso farmaco è classificato per la libera vendita a un certo dosaggio e come etico a un dosaggio più elevato: il cittadino può acquistare quando vuole 73 confezioni del primo ma, senza prescrizione, neppure 1 confezione del secondo. E' così che la legislazione farmaceutica tutela il paziente!

L'importanza del dosaggio è lampante se consideriamo come molti principi attivi siano commercializzati sia come farmaci etici sia come farmaci di libera vendita: stessa formulazione, stessa molecola, stessa potenza. Cambia solo il dosaggio: l'ibuprofene contenuto nel Moment® e nel Brufen® e il diclofenac contenuto nella Novapirina® e nel Voltaren® ne sono due ottimi esempi, già citati in questa stessa Sezione. Questo è un altro dei grandi, e dei tanti, paradossi della legislazione: il cittadino può tranquillamente acquistare quarantadue confezioni di compresse di Moment® (200 mg di ibuprofene) ma non può acquistare neppure una confezione di compresse di Brufen 400® (400 mg di ibuprofene) senza prescrizione medica, laddove è sufficiente assumere due compresse di Moment® contemporaneamente per ottenere la stessa identica efficacia (così come gli stessi identici eventuali effetti collaterali) del Brufen 400®. Si può andare oltre, osservando come il Momentact® sia un medicinale di libera vendita che contiene a sua volta, per ciascuna unità posologica, 400 mg di ibuprofene o come, nel 2009, sia stata immessa sul mercato una versione del Brufen 400 con un minor numero di compresse e di libera vendita!
Questi ultimi esempi ci tornano utili anche per introdurre un'ulteriore osservazione, che approfondiremo in seguito: un farmaco di libera vendita non necessariamente è, di per sé, più "innocuo" di un farmaco etico. Anzi, come illustrato, spesso si tratta della stessa molecola, semplicemente formulata in un dosaggio diverso o in un diverso numero di unità posologiche. I farmaci di libera vendita, quindi, vanno presi sul serio almeno quanto i farmaci etici e meritano la stessa attenzione e le stesse precauzioni al momento dell'impiego. Non per niente le patologie iatrogene sono statisticamente più diffuse in quei paesi che hanno scelto di incentivare o facilitare l'accesso al farmaco da parte del cittadino.




4- I farmaci etici
In molti casi non esistono motivi ragionevoli per cui un farmaco debba essere subordinato a prescrizione medica; in molti altri, invece, sì. Nel dubbio, non utilizzate mai di vostra iniziativa un farmaco etico!

Ogni farmaco etico, per legge, riporta stampata sulla confezione una scritta del tipo "Da vendersi solo dietro presentazione di ricetta medica" (Decreto Legislativo 219/2006, Art. 88, Comma 2): se non sappiamo quale tipo di farmaco sia quello che abbiamo fra le mani, è quindi sufficiente controllare le sei facce della confezione per capire se ci troviamo davanti a un farmaco etico o meno.
Quando il medico ci prescrive un determinato farmaco, è lecito e intelligente assumerlo per il tempo e con la posologia che il medico stesso ha stabilito, attenendosi quanto più scrupolosamente possibile alle sue istruzioni. Variare le modalità d'assunzione di propria iniziativa è sempre una cattiva idea Discorsi del tipo "Mi sento meglio, quindi smetto di assumere il farmaco" o "Non mi fa nulla, quindi aumento un po' la dose" sono deleteri in quanto spesso i sintomi che noi accusiamo non sono ben correlati col decorso della patologia.
Un'altra pessima idea è tentare di acquistare un farmaco etico senza che il medico lo abbia prescritto . Al di là delle beghe burocratiche e dell'incompetenza del legislatore, se un farmaco richiede la prescrizione medica un motivo dovrà pur esserci, no?! Se il farmacista ci dice che serve la ricetta, significa che stiamo parlando di un farmaco etico e lo fa anche e soprattutto nel nostro interesse (si noti come negare un farmaco etico significhi rinunciare a una vendita e, quindi, a un ritorno economico: alla faccia di chi riduce la figura professionale del farmacista a quella di un "venditore di medicine"!).
Da evitarsi anche l'assunzione, sempre per propria iniziativa, di un farmaco etico che il medico ci ha prescritto in passato, neppure se i sintomi che avvertiamo sono simili a quelli "dell'altra volta": patologie molto differenti possono presentare sintomi analoghi, per non parlare di eventuali condizioni, comparse nel tempo (e magari a nostra insaputa), che rappresentino una controindicazione per il farmaco in questione.
Solo il medico è autorizzato a prescrivere farmaci etici: nessun altro, neppure il farmacista! Se, quindi, un infermiere o la segretaria di un medico vi consiglia un farmaco di questo tipo perché "in questo caso va bene", parlatene prima col medico; se il vostro estetista vi consiglia un farmaco etico perché "ci vuole questo dopo la ceretta", parlatene prima col medico; se vi siete fatti il piercing e il tizio che vi ha bucato vi consiglia un farmaco etico "per prevenire infezioni", parlatene prima col medico. L'infermiere NON è un medico; l'estetista NON è un medico; il tipo che fa i piercing NON è un medico. E neppure il farmacista, purtroppo o per fortuna, è un medico.
Ancora, se il medico ha prescritto un farmaco a un vostro amico o familiare, non assumetelo anche voi, neppure se la patologia di cui soffrite è la stessa e neppure se il vostro amico o familiare "ci si è trovato bene" : un certo farmaco, a un certo dosaggio, per un certo tempo può essere indicato per una persona ma non per un'altra e quando viene prescritto dal medico è ad uso esclusivo di QUEL paziente e di nessun altro.




5- I farmaci di libera vendita

Per legge, tutto quello che ha il logo qui sotto stampato sulla propria confezione è un "farmaco" ed è di libera vendita. La prima vera definizione di "farmaco di libera vendita" di cui ho conoscenza fu la seguente:

"... medicinali che, per la loro composizione e il loro obiettivo terapeutico, sono concepiti e realizzati per essere utilizzati senza intervento di un medico per la diagnosi, la prescrizione o la sorveglianza nel corso del trattamento e, se necessario, con il consiglio del farmacista".

(DL 539/1992)

Si noti come, in base a questa definizione, la legislazione non prevedesse in alcun modo l'interazione del medico col cittadino in relazione all'acquisto e all'uso ma contemplasse un'eventuale interazione del cittadino col farmacista in modo che quest'ultimo potesse fornire, "se necessario", i consigli per un impiego ottimale del farmaco. Questo, intendiamoci, non significa che non si possa interpellare il medico quando si decide di assumere un farmaco di automedicazione o che il medico non possa egli stesso prescriverli; significa però che il cittadino ha il pieno diritto di acquistare un farmaco di automedicazione e che il farmacista, il quale dispensa il farmaco (e il quale è l'unica figura professionale autorizzata a dispensare il farmaco), rappresenta ancora una volta l'ultimo anello della catena sanitaria, colui che interagisce per ultimo col cittadino prima che questo possa iniziare l'assunzione del medicinale stesso.
Quindi, se c'è qualcuno che ha sempre l'occasione, la possibilità, il dovere e la competenza per fornire un consiglio in più circa un farmaco, quello è il farmacista: è l'ultimo, e spesso l'unico, "filtro" fra medicinale e cittadino .
La definizione di cui sopra è stata in seguito "riassorbita" nel già citato DL 219/2006, col quale la definizione esplicita di "farmaco di libera vendita" è purtroppo sparita per diventare riferita esclusivamente ai "farmaci da banco" (Art. 115, Comma 1; per i dettagli legislativi sulla fascia C-bis si veda la Legge 311/2004, Art. 166).
In pratica da questa definizione vengono esclusi i farmaci "senza obbligo di prescrizione" o SOP, i quali, pur essendo di libera vendita, non possono essere oggetto di pubblicità. Per il resto, come riportato anche implicitamente nell'Art. 96 dello stesso DL 219/2006, è "farmaco di libera vendita" tutto ciò che non è "farmaco su prescrizione medica". Così la nomenclatura dei farmaci di libera vendita prevede da un lato i farmaci di automedicazione o OTC e dall'altro i farmaci senza obbligo di prescrizione o SOP (Decreto Legislativo 219/2006, Art 96, Comma 3).
A tutto questo va obbligatoriamente aggiunto lo sciagurato Art. 9-bis della Legge 405/2001, che ha introdotto il self-service per i farmaci di automedicazione: "... E' ammesso il libero e diretto accesso da parte dei cittadini ai medicinali di automedicazione...". Detto in parole povere, la legge prevede che il farmacista possa tranquillamente essere escluso dall'acquisto dei farmaci di automedicazione da parte del cittadino. Amen.

Chi elabora le pubblicità dei farmaci di automedicazione deve essere proprio un ingenuo ottimista per sperare che, dopo aver ascoltato quella raffica di stupidate, la gente ci creda e acquisti il medicinale...

E' chiaro come, purtroppo, la legge non ponga alcun limite o divieto all'acquisto di farmaci di libera vendita: con una ricetta ripetibile "standard" il cittadino non può acquistare più di 10 confezioni di un "normale" farmaco etico, mentre chiunque potrebbe insindacabilmente acquistare 97 confezioni di Aspirina® in un colpo solo, portafogli permettendo. Analogamente, mentre con i farmaci etici le responsabilità del medico (diagnosi della patologia e prescrizione del farmaco) e del farmacista (controllo della ricetta e dispensazione del farmaco) sono concrete, evidenti e rivolte alla tutela della salute del cittadino, con i farmaci di libera vendita è il cittadino l'unico cui spettano il dovere e il BUON SENSO di tutelare la propria salute.
Poter accedere senza limitazioni ai farmaci di automedicazione è una notevole libertà per il cittadino ma, come tutte le libertà, comporta una serie di responsabilità: chiunque, in ultima analisi, ha il diritto di impiegare un farmaco di libera vendita come meglio crede ma trovo sia da idioti usare una medicina per farsi del male, fosse anche inconsapevolmente!
Così assume importanza l'attenzione con cui il cittadino utilizza i farmaci di libera vendita (e dovrebbero assumere importanza le iniziative, da parte delle istituzioni sanitarie, volte ad ampliare e migliorare la cultura sanitaria della popolazione. Iniziative assenti): egli ha tutto l'interesse ad assicurarsi di avere ben presenti le indicazioni, le controindicazioni, i potenziali effetti collaterali e le modalità d'uso del farmaco che acquista. I farmaci non sono caramelle e questo vale anche (e soprattutto, visto il discorso che abbiamo fatto sulle "non-responsabilità" di medici e farmacisti a differenza dei farmaci etici) per i farmaci di libera vendita.

"Pubblicità" e "informazione" sono due termini che non hanno nulla in comune.

Le stime del Centro Antiveleni di Milano divulgate nel 2006 e riprese anche successivamente hanno rilevato come circa il 40% degli incidenti domestici sia causato da un uso improprio dei farmaci: si tratta di un dato preoccupante che evidenzia come il cittadino non abbia ancora una corretta percezione dei rischi legati all'impiego dei medicinali e non disponga di sufficienti informazioni circa il loro corretto utilizzo.
Ciononostante, il Decreto Legislativo 223/2006 eliminò l'esclusività del canale di distribuzione "farmacia" per OTC e SOP, assicurando così una ancor maggiore accessibilità del cittadino al farmaco e una sua ancor maggiore banalizzazione senza però regolarne proporzionalmente la vendita con garanzie, oneri, controlli e limiti analoghi a quelli che competono alla farmacia stessa nè introdurre alcuna innovazione mirata a colpare il gap culturale in oggetto. Ho esposto le mie personali considerazioni a riguardo nella Sezione "Farmaci e supermercati".
Riporto qui di seguito un decalogo che può tornare utile al momento dell'acquisto di un prodotto di libera vendita (indipendentemente che si tratti di medicinali di automedicazione, prodotti erboristici, integratori e via dicendo) e che spero possa essere utilizzata come complemento alla "Carta del Farmaco" stilata dalla Società Italiana di Scienze Farmaceutiche.




6- Decalogo della buona automedicazione

1- Evitare considerazioni del tipo "E' solo un farmaco di libera vendita: non può essere troppo pericoloso" o "E' un prodotto naturale, quindi non può fare male".

Tutto quel che ingeriamo, acqua compresa, può essere dannoso e presentare tossicità se assunto senza accortezza e anche i farmaci di automedicazione possono causare effetti indesiderati e/o presentare controindicazioni e/o dar luogo a interazioni farmacologiche con altri farmaci, cibi, bevande o estratti erboristici.

2- Assicurarsi di aver compreso bene le indicazioni del farmaco.

E' opportuno diffidare sistematicamente del consiglio di amici, vicini, parenti, conoscenti vari e, in generale, di chiunque non conosca la Farmacologia: il medicinale che abbiamo intenzione di acquistare può non essere indicato per il nostro problema oppure possono esserci altri rimedi farmacologici più adatti. Nessun farmaco dovrebbe essere assunto senza che trovi indicazione.

3- Sincerarsi delle controindicazioni del farmaco.

Al di là delle allergie, spesso difficili da individuare o da associare con una sostanza ben precisa, molti farmaci di libera vendita presentano comunque varie controindicazioni (prime fra tutte età, intolleranze metaboliche, terapie o patologie concomitanti, gravidanza e allattamento).

4- Assicurarsi di aver compreso bene le avvertenze relative all'uso del farmaco.

Alcuni esempi banali di avvertenze: il farmaco va preso a stomaco pieno o a digiuno? Qual è la posologia "standard" di riferimento? Entro quali limiti è possibile variarla senza compromettere la sicurezza del farmaco? Per quanto tempo è consigliato l'uso del farmaco? Si tratta di compresse da deglutire, da sciogliere in mezzo bicchiere d'acqua o da masticare? Dopo quanto tempo il farmaco dovrebbe risolvere il problema? Per quanto tempo si può assumere il farmaco senza che manifesti un'eventuale tossicità cronica? Cosa devo fare se il problema persiste nonostante l'assunzione del farmaco?

5- Assicurarsi che eventuali altri farmaci, integratori, prodotti erboristici o altro che stiamo già assumendo non interagiscano col medicinale in questione.

Le interazioni fra farmaci possono portare a conseguenze assai spiacevoli, sia aumentando la tossicità sia diminuendo l'efficacia terapeutica. Un discorso analogo vale per cibi e bevande (es.: succo di pompelmo, alcool).

6- Tenere sempre a mente i potenziali effetti collaterali più frequenti del farmaco che intendiamo assumere, in modo da poterli eventualmente correlare con la terapia.

Nel foglietto illustrativo sono riportati, in genere, TUTTI gli effetti indesiderati che il medicinale può causare, talvolta senza riferimento alla frequenza con cui si manifestano e non sempre in un linguaggio facile da capire. Una semplice domanda al farmacista anche solo in fase di acquisto può risolvere molti dubbi.

7- Prendere con le molle quanto riportato, o non riportato, nel foglietto illustrativo del farmaco, che va comunque sempre letto, o cercato di leggere.

Il foglietto illustrativo può innanzi tutto non esserci (soprattutto nel caso di prodotti fitoterapici, preparati erboristici e similari, alla faccia della sicurezza tanto pubblicizzata per questo genere di rimedi); quando presente, può non riportare informazioni di una certa rilevanza (es.: alcune interazioni o avvertenze); le informazioni in esso contenute possono inoltre essere scritte in modo poco comprensibile da chi non dispone di una cultura scientifico-sanitaria adatta e possono quindi prestare il fianco a equivoci e fraintendimenti; non ultimo, i foglietti illustrativi non sono aggiornati in tempo reale come può esserlo la banca-dati di una farmacia; infine, i foglietti illustrativi spesso riportano tutta una serie di informazioni irrilevanti a fini pratici il cui ruolo è la tutela della casa farmaceutica produttrice piuttosto che quella del cittadino.

8- Prendersi qualche istante per rigirarsi la confezione del farmaco fra le mani.

La confezione contiene molte informazioni, alcune assai utili: è opportuno controllare che si tratti sul serio di un farmaco di libera vendita, cercando di individuare il simbolo che ho riportato all'inizio di questo paragrafo; in caso contrario è rilevabile la scritta "Da vendersi dietro presentazione di ricetta medica" o qualcosa del genere ma se mancano l'uno e l'altra, allora non si tratta di un farmaco, bensì di un integratore, di un rimedio omeopatico o di altri prodotti ancora. E' anche importante controllare la data di scadenza (mai assumere un farmaco scaduto): in genere essa si riferisce alla confezione integra, conservata in modo opportuno ma per alcune forme farmaceutiche occorre ancora più cautela (es.: colliri).

9- Evitare di smarrire o di sbarazzarsi della scatola e/o del foglietto illustrativo del farmaco prima di aver terminato la confezione.

Ritrovarsi in casa un medicinale senza sapere di cosa si tratti può essere molto pericoloso, dal momento che le forme farmaceutiche di farmaci molto diversi sono spesso assai simili in aspetto, colore, consistenza e dimensioni. Queste accortezze assumono particolare rilevanza nel caso di un politerapia in cui il soggetto è costretto ad assumere più farmaci, magari simili fra loro.

10- Evitare l'assunzione del farmaco se si hanno dubbi riguardo anche solo uno dei punti precedenti.

Un colpo di telefono al medico o in farmacia può essere sufficiente a sventare il peggio. Prendere sul serio l'impiego di un farmaco è segno di grande maturità e intelligenza e assicurarsi di utilizzarlo correttamente è importante come e più di una corretta diagnosi da parte del medico o di una corretta dispensazione da parte del farmacista.



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Il M.S.F.I. mira a tutelare il cittadino-paziente e la salute pubblica attraverso la valorizzazione della farmacia territoriale e del farmacista che in essa esercita - Continua
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